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Frati Domenicani d'Italia settentrionale, “Beati i Poveri”

I Domenica anno C
17 febbraio 2019
Le omelie

da una collaborazione di un gruppo di frati del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano
“Beati i Poveri”

Ger 17,5-8; Sal 1; 1Cor 15,12.16-20;Lc 6,17.20-26

Il discorso della montagna o delle beatitudini che la liturgia ci presenta oggi nella versione dell’evangelista Luca, dovette sembrare senz’altro sconcertante e sconvolgente a coloro che l’udirono dalla viva voce di Gesù, in quanto, secondo la comune mentalità ebraica, la ricchezza era considerata una benedizione, un segno dell’amicizia di Dio, e la povertà, invece, una maledizione.

È un discorso che mantiene la sua carica sconvolgente anche oggi, in quanto, secondo l’opinione più diffusa, ricchezza, potenza, prestigio sono considerate realtà che valgono, le uniche per molti, alle quali sono disposti a sacrificare tutto, proprio all’opposto di quanto afferma Gesù. Il suo discorso è programmatico e dobbiamo cercare di capirlo meglio che sia possibile.

Anzitutto il discorso delle beatitudini è l’annuncio nel quale Gesù proclama che il Regno di Dio è imminente e che, anzi, è già presente in Lui. Egli afferma che le promesse dei profeti hanno trovato in Lui compimento, e promette la salvezza proprio ai poveri. Ricordiamo tutti la famosa profezia di Isaia, fatta propria da Gesù all’inizio del suo ministero, che annunciava il futuro Messia come colui che annuncerà il lieto messaggio ai poveri. È precisamente a loro, ai poveri, a coloro che hanno fame, a coloro che piangono, che Gesù promette la salvezza.

È opportuno però rilevare che le parole dell’evangelista Luca non indicano un atteggiamento spirituale di povertà (com’è invece in Matteo: “Beati i poveri in spirito”), ma hanno un significato realistico: si tratta proprio dei poveri che mancano del necessario, di coloro che hanno fame, che piangono veramente.

Essi sono proclamati beati, e non nel futuro, ossia nella vita eterna, ma al presente, ora, perché al presente è offerto loro il bene supremo: il Regno di Dio, la proposta di salvezza, l’incontro con Cristo e per Lui con il Padre.

Le beatitudini non sono pertanto tesi di una riforma sociale, non sono proposte per una lotta di classe, né appello ad abbattere situazioni di ingiustizia e di sperequazione (anche se il cristiano deve certamente impegnarsi a fondo in questo senso). Sono soltanto la promessa di una salvezza che viene donata da Dio in Cristo a coloro che ascoltano la sua parola e accettano la sua proposta di vita. Orbene, ad accogliere questo dono sono meglio disposti, in genere, non i ricchi, ma i poveri, non i potenti, ma coloro che non contano, coloro che non fanno affidamento né in se stessi, né nelle cose terrene. E qui il messaggio di Gesù si collega a quello di Geremia, della la lettura: “Beato l‘uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. Egli è come albero piantato lungo l‘acqua… non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi… nella siccità non smette di produrre i suoi frutti”. “Maledetto, invece, l’uomo che confida nell’uomo, e che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore… dimorerà in luoghi aridi, nel deserto, in una terra di salsedine in cui nessuno può vivere”.

Alle quattro beatitudini che riguardano i poveri Luca fa seguire i suoi famosi “guai” indirizzati ai ricchi e ai gaudenti: “Guai a voi, ricchi, perché avete la vostra consolazione; guai a voi che ora ridete perché sarete afflitti e piangerete; guai a voi che ora siete sazi perché avrete fame”. Viene allora da domandarsi: costoro (i ricchi, i gaudenti, i potenti) sono esclusi dal regno di Dio? Il lieto annuncio non è per loro? Sono tagliati fuori in partenza dalla salvezza?

No, Gesù non vuole escludere nessuno; il suo annuncio di salvezza non è discriminatorio. E neppure Gesù si scaglia contro i ricchi o li fulmina con anatemi. Li metta in guardia dalle loro stesse ricchezze. Concretamente: in relazione al bene supremo dell’uomo (che è la salvezza) e al dono del Regno di Dio che gli viene offerto, Gesù dice che la ricchezza può essere un grosso guaio, un ostacolo, un pericolo. Perché? Perché chi possiede la ricchezza rischia di chiudersi nella sua autosufficienza, di essere ottuso di fronte ai valori supremi; di essere sordo all’appello di Dio; di porre la sua fiducia in se stesso e nei suoi mezzi. Rischia insomma di escludersi da solo dal Regno di Dio, di perdere quel tesoro prezioso, quella perla di inestimabile valore – come viene detto in una parabola – per il quale vale la pena rinunciare a tutto… Ecco perché il “guai” ai ricchi ha il suono di una messa in guardia più che di una invettiva.

Volendo ora calare il discorso delle beatitudini nella nostra realtà esistenziale, ossia nel concreto della vita di oggi, possiamo ancora farci alcune domande. Che senso può avere il discorso delle beatitudini in una società del benessere e del progresso, tutta tesa a migliorare le condizioni economiche e sociali dell’uomo? Non è un discorso fuori della realtà? Non è inconcepibile per l’uomo di oggi? Bisogna, forse, desiderare la povertà e rimanere in condizioni di sottosviluppo economico e sociale?

No, è nobile lo sforzo di dare maggiore dignità all’uomo e migliorare le sue condizioni di vita; il discorso di Gesù non si oppone certo a questo sforzo e a questo impegno. Bisogna però non mettere il benessere e la ricchezza al primo posto, non farne un valore assoluto e supremo; non legare il proprio cuore alle ricchezze e ai beni terreni.

In effetti il benessere rende facilmente refrattario lo spirito ai valori più alti; non perché il benessere come tale sia un male, ma perché è l’uomo – disordinato a causa del peccato – che se ne serve male e se ne rende schiavo.

La maggiore disponibilità di mezzi ha forse migliorato l’uomo e la società di oggi, li ha avvicinati di più a Dio? Non si direbbe proprio!

Perciò va bene possedere, ma non essere posseduti, non essere schiavi della ricchezza (è questo il difficile); non fare della ricchezza un mezzo di godimento egoistico, ma un mezzo di felicità per tutti, specie per i meno abbienti (e anche questo è difficile per il ricco).

Se poi la ricchezza dovesse diventare mezzo di oppressione e di sfruttamento dei più deboli e dei più poveri (come spesso avviene, e su larga scala), allora sì il “guai” di Cristo suonerebbe certamente come una solenne invettiva e come la più severa minaccia.

Fonte:http://www.domenicani.it/


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