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p. José María CASTILLO, "BEATI I POVERI. GUAI A VOI, RICCHI"

VI TEMPO ORDINARIO - 17 febbraio 2019 - Commento al Vangelo
BEATI I POVERI. GUAI A VOI, RICCHI

di p. José María CASTILLO

Lc 6,17.20-26
[In quel tempo, Gesù,] disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
È significativo che nei vangeli ci sono due redazioni delle beatitudini: quelle di Matteo (5, 1-10) e queste di Luca. Non sembra esagerato dire che quelle di Luca sono più radicali. Inoltre Luca aggiunge alle beatitudini le lamentazioni. E bisogna anche dire che in generale, quando di parla di “beatitudini”, si considerano quelle di Matteo. Quelle di Luca sono state emarginate, “nella chiesa come nella teologia” (non si citano neanche nel RGG e nel TRE: F. Bovon). Ma, se ci atteniamo alla redazione più antica, quella della fonte Q, le più originali sono quelle di Luca.
Noi cristiani crediamo alle “beatitudini” ed alle “lamentazioni” pronunciate da Gesù secondo questo vangelo? Bisogna porsi questa domanda ogni giorno. Perché troppo spesso siamo d’accordo più con le lamentazioni che con le beatitudini. Probabilmente questo capita perché pensiamo e sentiamo più “al singolare” (in me) che “al plurale” (in noi). E quasi mai, “in generale”, alla felicità o alla disgrazia di tanti milioni di esseri umani, la cui vita per motivi economici, politici o di relazioni umane si trova al limite di quello che si può sopportare.
Le beatitudini sono pensate e pronunciate “per i discepoli”. Cioè, per coloro che si sentono legati a Gesù e che quindi hanno una certa fede in Gesù. Ma, come è logico, se le nostre credenze e convinzioni si ripongono in un maestro o un profeta che vede la vita come è espressa nelle beatitudini, soprattutto quelle di Luca, il nostro comportamento ed il nostro modo di trattare gli altri sarebbero molto diversi da quelli che normalmente sono. Qui ed in questo sta il fondamento del cristianesimo e della Chiesa. Se nel mondo chiamato cristiano c’è la disuguaglianza che conosciamo e che soffriamo, è che non crediamo nel Vangelo. A meno che non riponiamo la fede nell’osservanza di alcune pratiche religiose, che poco o nulla hanno a che vedere con il Vangelo di Gesù.

Fonte:www.ildialogo.org


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