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padre Gian Franco Scarpitta, "Cuore e non vanità"

Cuore e non vanità
padre Gian Franco Scarpitta  

VIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (03/03/2019)

  Visualizza Lc 6,39-45
Durante gli anni di Seminario vi erano delle circostanze in cui mi chiedevo se, terminati gli anni di formazione e intraprendendo le attività pastorali, sarei stato all'altezza di ogni situazione; interrogativi che credo interessino chiunque sia avviato a una vita di speciale missione o consacrazione. Una volta esposi questo mio dubbio a un Direttore Spirituale, il quale come tutta risposta mi domandò: “Stai studiando seriamente e con impegno?” Risposi: “Si” Qual è il tuo rendimento negli studi? “Non posso lamentarmi, ho avuto delle soddisfazioni.” Domandò ancora: “Segui con attenzione la Regola e la disciplina del tuo Seminario? Obbedisci con ai tuoi Superiori volentieri e convinto di quanto ti dicono ogni volta?” Risposi, “Si, cerco d'impegnarmi anche su quello.” Ancora una volta mi chiese: “Comunichi con i tuoi confratelli con franchezza e trasparenza, ti apri agli altri con serietà pur essendo te stesso?” Risposi: “Certamente, padre, cerco anche su questo di progredire, ma quello che mi preoccupa è se io sarò in grado di svolgere ogni attività pastorale con competenza, impegno, abnegazione...”

Mi disse quel bravo sacerdote: “Ma hai appena risposto tu stesso alle domande che tanto ti assillano. Come si suol dire, il buon giorno si vede dal mattino e l'albero si riconosce dai frutti. Con la stessa radicalità con cui ti stai impegnando nella formazione, così sarai motivato a cimentarti con solerzia su tutti i fronti sul lavoro pastorale, troverai in te stesso le ragioni del tuo impegno e lo zelo e la buona volontà ti condurranno un po' alla volta a superare difficoltà e ad evitare errori, anche se questi potrebbero non mancare. E soprattutto il Signore non mancherà di sostenerti con la sua grazia, ispirandoti continuamente e animandoti nel tuo ministero. Quando si è davvero ben disposti si comincia benissimo e chi ben comincia è a metà dell'opera.”

Mi accorsi subito dopo che nel suo pacato e amorevole “interrogatorio” quel bravo padre spirituale aveva adoperato sempre tre concetti fondamentali: fede in Dio, impegno, convinzione e serietà e che questi sarebbero stati i requisiti per conseguire qualsiasi traguardo nella vita.

E in effetti mi sono sempre più convinto che è proprio così: quando si è animati dalla fede e dalla convinzione radicale di quello che si sta facendo, quando ci si sprona da se stessi su ogni cosa con appropriate motivazioni, non si ha motivo di temere il fallimento, soprattutto perché c'è coerenza fra il dire e il fare e tutto ciò che traspare da noi è riflesso di quello che siamo e di cui siamo convinti. La vera efficacia in qualsiasi attività traspare dalla coerenza e dalla sincerità e dalla fuga da ogni ipocrisia e doppiezza e ad ottenere riscontro e approvazione sono proprio coloro che, in tutto ciò che fanno, mostrano amore effettivo, speculare di autenticità e schiettezza interiore.

Un volto sereno è riflesso di un animo buono e i primi frutti di ogni opera consistono nella testimonianza e nella trasparenza di vita. E' questo anche il messaggio del libro del Siracide che Gesù attualizza e completa in questo discorso parabolico che è la conclusione del “discorso della pianura” (della montagna in Mt).

Affrontando questo tema, Gesù condanna il paternalismo e il perfezionismo borghese di chi ostenta superiorità nel riprendere continuamente gli errori degli altri, ergendosi a giudice e maestro senza considerare gli errori propri. Tipico di presuntuosi scribi e farisei, sempre pronti a rintuzzare altri con le loro lezioni incentrate sulla Legge e sulle tradizioni giudaiche, ma poco propensi a fare autocritica di se stessi e a correggere eventuali sbagli e imperfezioni.

Tipico anche di saccenti e di presuntuosi atti a impartire lezioni allo scopo di essere al centro dell'attenzione di ammazzasette che vantano doti e virtù in realtà inesistenti. Evidentemente fra gli uomini esistono millantatori che adoperano presunti carismi per raffinate manovre di falsità e di ipocrisia per trarre in qualche modo profitto dagli altri o per nascondere i propri peccati di coscienza e non possiamo che guardarci ad ogni angolo da manovre astute e levantine atte ad ingannare. Diceva Oscar Wilde: “Gli uomini sono sempre sinceri. Cambiano sincerità, ecco tutto.”

Come può un cieco condurre un altro non vedente per la strada senza che entrambi cadano in una fossa? Parimenti, come può un egocentrico arrogante fungere da maestro agli altri senza prima aver appreso egli stesso? Condurrà i suoi discepoli al baratro e alla perdizione. Dice San Giacomo: “Non diventate maestri in tanti fratelli miei, ben sapendo che riceveremo una condanna più dura, poiché sbagliamo tutti in molte cose.”(Gc 3, 1)

La vera lezione da impartire agli altri consiste invece nell'umiltà e nella lealtà con cui si da agli altri l'esempio di ciò che si sta insegnando, collocandoci alla pari dei discenti per poter trarre istruzione noi stessi dai medesimi argomenti di cui siamo educatori. Occorre che apprendiamo e assimiliamo noi per primi ciò che insegniamo agli altri e che per primi siamo propensi a metterlo in atto. Non servono neppure manovre esibizionistiche di creatività o di attrattiva per invogliare altri a seguirci nei nostri discorsi; non occorre ostentare particolari virtù o competenze per creare discepoli attorno a noi e non servono carismi o doni speciali. E' necessaria semplicemente la coerenza e la testimonianza di vita e l'umiltà di considerare che non siamo migliori degli altri e che anche da parte nostra va mostrata seria e rinnovata volontà di apprendere prima di dar lezioni.

Ma in tutto questo la vera risorsa è appunto l'interiorità e la bontà d'animo, l'autenticità personale con cui si escludono alla radice spocchia, vanità e presunzione per coltivare l'umiltà e la contrizione del cuore, che sono all'origine di ogni altra virtù. Un albero produce frutti buoni solo se è davvero buono esso stesso; aggiungiamo, se non è stato trattato con artefatti agronomici ma se è in se stesso genuino e capace di recare frutto per sua capacità. Così pure è capace di vera edificazione chi interiormente ha edificato se stesso autodisciplinandosi nello spirito senza vano orgoglio e autocompiacimento, ma rapportandosi continuamente con la parola di Dio.

Non è fuori luogo a tal proposito il monito di Giacomo: “Sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all'ira... Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s'è osservato, se ne va, e subito dimentica com'era.... La lingua nessun uomo la può domare; è un male senza posa, piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e il Padre e con essa malediciamo gli uomini che son fatti a immagine e somiglianza di Dio. Dalla medesima bocca procede benedizione e maledizione. (Gc 1, 18 - 24. 3, 22).

I discorsi e le parole possono essere molteplici e di varia natura, ma la lingua parla secondo la saggezza del cuore di cui tutto l'uomo è un riflesso.

Fonte:www.qumran2.net


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