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padre Gian Franco Scarpitta, "L'esempio è quello di Dio"

L'esempio è quello di Dio
padre Gian Franco Scarpitta  

VII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (24/02/2019)
  Visualizza Lc 6,27-38

Il re Saul lo stava perseguitando a morte per motivi di gelosia nei suoi confronti e Davide è stato costretto sempre a scappare e a trovare svariati rifugi per fuggire alla cattura e alla morte. Adesso ha trovato riparo in una caverna. Ha occasione di farlo uccidere facendo colpire alla spalle il suo aggressore, ma non solamente dissuade i suoi accompagnatori dal fare una simile azione nei confronti del re, che è un “consacrato” del Signore, ma addirittura mentre quello si allontana, gli usa un grande atto di deferenza chiamandolo appositamente per inginocchiarsi davanti a lui (cap 24).

Nella pericope esposta nella Prima Lettura si descrive che adesso Davide ha l'opportunità di uccidere sempre il re Saul che, preso da torpore assieme agli uomini della sua truppa, dorme soporitamente mentre la sua lancia giace incustodita e a portata di mano del suo nemico (cap 26). Ma questi nuovamente gli risparmia la vita e rinnova la sua sudditanza nei confronti del suo monarca, di colui che rappresenta Dio ai suoi occhi e pertanto non va toccato. Quella esternata da Davide è una grande umanità e profondità d'animo, più unica che rara considerando che nella mentalità dell'epoca il nemico andava immediatamente eliminato quando “Dio ce lo ponesse davanti” e che avrebbe pertanto egli uccidere il suo persecutore con tutta legittimità. Non si evince solamente il perdono, ma anche la disposizione a dimenticare il torto subito della persecuzione: seppure Davide cerca di dialogare con Saul in ambedue le occasioni nel tentativo di comprendere il motivo delle ostilità dell'avversario e di porvi rimedio, seppure ribadisce la sua innocenza e la sua estraneità ad ogni eventuale responsabilità nei suoi confronti, Davide vuole riconciliarsi con il monarca. Tende cioè a rappacificarsi con lui nonostante si sia palesato più volte suo acerrimo nemico e nonostante più volte avesse attentato alla sua vita. Vuole chiarire problemi e malintesi, anziché vendicarsi.

Un simile atteggiamento ci fa pensare all'attitudine di Dio come viene descritta anche da Paolo: anche se l'uomo dovrebbe lui per primo umiliarsi davanti a lui e chiedere perdono sincero per i suoi peccati, in realtà è Dio che per primo si riconcilia con l'uomo, quasi come se fosse stato lui ad offenderci. Ben lungi dal considerare il motivo della nostra condanna, ben lontano dal voler opporre i suoi criteri di giustizia alle nostre irresponsabilità, Dio cerca lui per primo di riconciliarsi con noi risparmiandoci le pene che meriteremmo per le nostre colpe.

E di fatto Gesù Figlio di Dio è della stirpe di Davide e attraverso di Lui Dio manifesta la sua misericordia e il suo perdono riscattandoci dai peccati sul sangue della croce.

Considerando tutti i peccati di cui siamo responsabili, le lacune che ci caratterizzano, il nostro procedere e la nostra mentalità avversa e ostinata ai piani divini, la nostra refrattarietà alla misericordia, ipoteticamente Dio potrebbe considerarci suoi “nemici” degni di riprovazione e di aspra condanna e potrebbe optare per una giustizia coercitiva e spietata nei nostri confronti. Tuttavia, analogamente che nei suddetti episodi di Davide, preferisce mostrare amore nei confronti dei suoi “nemici” capovolgendo ogni logica e ogni congettura alla quale siamo abituati e anzi, nella misura in cui ci rendiamo ostili e refrattari nei suoi confronti, tanto più egli viene a cercarci per instaurare appositamente relazioni promettenti.

Ma se da parte del Signore vi è tanta immeritata grazia nei nostri confronti, non è impossibile che da parte nostra si possa usare il medesimo atteggiamento di amore verso coloro che ci odiano e ci perseguitano e allora Gesù esorta senza riserve a perdonare settanta volte sette (cioè sempre Mt 1, 22), a condonare ai nostri debitori morali considerando che il nostro debito nei confronti suoi è molto più colossale e insostenibile (Mt 18, 21 - 35) e nel presente discorso che fa seguito alle Beatitudini esorta ad amare i nostri nemici, a fare del bene a chi ci perseguita e a fare agli altri, ossia ai nostri nemici ciò che piacerebbe fosse fatto a noi. Amare disinteressatamente e senza attendere il contraccambio, prodigarsi con generosità verso tutti senza fare distinzioni d persone eccetto che per i poveri e gli sfiduciati è un'ulteriore Beatitudine descritta sotto altre forme. Amare i nemici rappresenta un'altra forma di beatitudine perché vincere il male facendo il bene è garanzia di serenità. Diceva Buddha: “Perdona i tuoi nemici; non perché essi meritino il perdono, ma perché tu meriti la pace” e infatti solo nell'estinzione del risentimento è possibile vivere in pace e in serenità con noi stessi e rimuovere ogni offesa e ogni motivazione di vendetta dal nostro animo, apporta sempre una soddisfazione che non garantiscono ritorsioni e malignità.

Dio inoltre fa piovere e manda il sole sui giusti e sugli ingiusti e non soltanto in senso atmosferico: a piene mani dispensa amore e rende ciascuno oggetto di fiducia e di predilezione, pazientando fino all'inverosimile con coloro che si atteggiano a suoi “nemici” e “avversari”; non vendicandosi ma perdonando, mettendo in condizioni di salvarsi e dando prolifiche opportunità di conversione e di ravvedimento. Questo costituisce per noi il massimo della grazia. Di conseguenza, se noi concediamo prestiti a coloro da cui sappiamo di essere ricambiati, se amiamo solamente coloro che ci contraccambiano, quale grazia potremo mai meritare da lui? L'espressione “che merito ne avrete” (CEI) nell'originale greco andrebbe letta infatti “quale grazia c'è per voi?” L'amore invece dev'essere interamente gratuito e spontaneo perché gratuito e disinteressato è stato l'amore di Dio nei nostri confronti e non possiamo accontentarci di essere approssimativi e circoscritti nell'esternarlo soprattutto ai nostri nemici. L'identikit del cristiano è il superarsi, andare oltre la mediocrità, dare di se stesso molto di più dell'umo “comune” e all'occorrenza non può mancare di eroismo.

Quella di Gesù può apparire in effetti una pretesa inverosimile e al di sopra delle nostre forze; certamente ci coglie alla sprovvista e ci trova interdetti in una condotta che siamo soliti definire assurda e inconcepibile. Com'è possibile dimenticare il torto che altri ci hanno fatto con cattiveria e talora anche con spietatezza? Come perdonare le ingiustizie che abbiamo immeritatamente subito, come restare impassibili e differenti di fronte al male che ci viene fatto con perversione di mezzi e di finalità? Di fronte a una simile concezione di comportamento non si può in effetti non restare allibiti ed è connaturale esternare delle reazioni.

Certamente si tratta di una logica che non esclude in ogni caso che rivendichiamo i nostri diritti e che mettiamo in atto la giustizia per rivendicarli. “Porgere l'altra guancia” non corrisponde a mancare di legittima difesa e non ci chiede di dover soccombere alle altrui percosse e umiliazioni. Neppure pretende che manchiamo di ricorrere alla giustizia legale qualora siamo parte lesa e che manchiamo in ogni caso di realismo secondo inopportuni fraintendimenti.

Alla guardia che lo colpì sul viso di fronte al sommo sacerdote che lo stava interrogando, Gesù rispose: “Se ho parlato male, mostrami dov'è il male? Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”(Gv 18, 23).

Il realismo non pregiudica però la necessità del perdono eroico e disinteressato e l'amore verso coloro che ci perseguitano, ed esige che si escluda ogni forma di vendetta, odio e di riprovazione nei confronti di chi non sopportiamo.

E' lo stesso esempio di Cristo, raffigurato dal succitato atteggiamento di Davide a dimostrarci che si tratta di una via tutto sommato percorribile e apportatrice di vera pace e di serenità interiore poiché un solo schiaffo morale convince e converte molto più di tante percosse fisiche.

Oscar Wilde: “Perdona i tuoi nemici, nulla li fa arrabbiare di più.”

Fonte:www.qumran2.net


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