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Padre Paolo Berti, “Un discepolo non è più del maestro”

VIII Domenica del T. O.           
Lc 6,39-45  
“Un discepolo non è più del maestro” 

Omelia

“Ma ognuno che sia ben preparato, sarà come il maestro”. Parole queste che non insinuano che il discepolo sarà uguale al suo maestro, dal momento che Gesù ha precisato: “Un discepolo non è più del maestro”. Dunque, chi è “ben preparato”, cioè chi è veramente un discepolo, sarà come il maestro, nel senso che sarà sapiente della sapienza trasmessagli dal maestro; caritatevole per l'obbedienza al maestro e al suo esempio di vita; prudente come il maestro; misericordioso come il maestro; dominatore di sé come il maestro.
Il rapporto che c'è tra il discepolo e il maestro è vitale, ed è paragonato dal Vangelo di Giovanni a quello che c'è tra il tralcio e la vite. I tralci uniti alla vite vivono della vite, che trasmette loro la linfa sicché portano frutto. Ma ancor di più: i tralci uniti alla vite fanno parte della vite, appartengono alla vite.
Sarà, dunque, come il suo maestro, perché Cristo vive in lui. E Paolo può dire nella lettera ai Galati (2,20): “Non vivo più io, ma Cristo vive in me”. E' la vita di Cristo che si è estesa nella vita di Paolo che non vuole vivere altro che di quella vita. La vita di Paolo non è annullata, ma lievitata dalla parola del Maestro e dal suo Spirito operante in Paolo e inabitante nell'anima di Paolo. Infatti la Parola è spirito e vita (Gv 6,63): “Le parole che vi ho detto sono spirito e sono vita”; e lo Spirito inabita nell'anima (1Cor 3,16): “Lo Spirito di Dio abita in voi”. Lo Spirito, poi, ci è dato nell'unione con Cristo cosicché - siamo nel mistero di Cristo vivente nella Chiesa per mezzo della sua Parola di vita (Cf. Fil 2,16) e dello Spirito - (2Cor 3,17): ”Il Signore è lo Spirito”.
Il Maestro ci ha dato il suo insegnamento e dandoci il suo Spirito, cioè lo Spirito Santo, ci ha dato non solo la luce per comprenderlo nella fede, ma anche la capacità di viverlo, cioè di tradurlo in azione.
Il discepolo non è così soltanto uno che sa ripetere mnemonicamente la lezione appresa, ma che la comprende e la traduce nel concreto della vita.
Quando pensiamo al maestro pensiamo a Gesù che sale su di una barca e insegna alle folle che sono sulla riva; oppure che si siede su di un masso e annuncia le beatitudini; oppure che è in una casa o in disparte e insegna agli apostoli. Ma, ecco, un'insegnate se ne va a casa sua dopo la lezione a scuola, Gesù invece invita a stare con lui, ad andare dove abita (Cf. Gv 1,39), a seguirlo. Maestro e discepolo condividono la stessa vita, vita tracciata dalla vita del Maestro.
Gli insegnamenti di Gesù avvengono lungo un cammino che è in se stesso un insegnamento: è il cammino che conduce a Gerusalemme e alla morte di croce.
I discepoli vennero messi al riparo dal tempio da Gesù, che nell'orto disse (Gv 18,8): “Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. Poi Pietro lo rinnegò. Mentre gli altri non furono presenti sul Calvario per paura. Solo Giovanni vi salì. Ma gli apostoli, dopo la risurrezione, ripresero a seguire Gesù entrando, con il coraggio e l'amore comunicato dallo Spirito Santo, nel territorio della croce, senza più temere gli uomini come insegnò loro Gesù (Mt 10,28): “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima”.
Saremo come il Maestro, ci ha promesso Gesù, se gli saremo fedeli quali discepoli che non solo lo ascoltano, ma anche lo seguono. Continueremo così la sua missione e al termine della vita entreremo nella gloria del cielo per poi risorgere nell'ultimo giorno.
Termine della vita dove incontreremo sorella morte corporale. Ma la morte è ormai a favore della vittoria e non della sconfitta. “Il pungiglione della morte è il peccato”. La morte vista come disastro lugubre, così come la vedevano i pagani, aveva in mano un pungiglione che è il peccato. Infatti, di fronte alla fine il pagano o il miscredente o l'ateo concludono che i loro giorni sono contati è che perciò devono salvare la loro vita saziandola di piaceri (Cf.1Cor 15,32). Ecco il pungiglione, ma la morte è disarmata per coloro che sono di Cristo e attendono la beata risurrezione. Non solo la morte è disarmata, ma diventa nutrimento di vita, poiché essa è vissuta in Cristo come momento di intensissima unione con lui nell'apertura al Padre che ci aspetta con le braccia aperte. Per questo Francesco chiamava la morte sorella morte, per questo Paolo (1Cor 3,22) dice che la morte è nostra, come fosse proprietà preziosa. La morte diventa nutrimento di vita infatti “la morte è stata inghiottita dalla vittoria”. Il verbo inghiottire dice come la morte sia stata annullata, o, con termine più forte, soppressa, cioè non ci sia più come non c'è più un cibo dopo che sia stato mangiato. La morte inghiottita, ormai, serve la vita in Cristo. La morte ha servito la gloria di Cristo. Dunque: saremo come il Maestro. Così se saremo uniti a Gesù nella sua morte lo saremo anche nella risurrezione (Cf. Rm 6,5).
Saremo come lui; risorgeremo come lui è risorto. Il nostro ora corruttibile si “vestirà di incorruttibilità”. La nostra natura umana rimarrà intatta, ma si vestirà d'incorruttibilità e di immortalità.
Cristo è risorto glorioso e la morte non ha più potere su di lui (Cf. Rm 6,9), così pure su di noi.
“E' veramente risorto”, diciamo nella notte di Pasqua. Lui è risorto. Il corpo di Cristo risorto è esattamente lo stesso che è nato da Maria, che è stato crocifisso ed è morto e infine deposto nel sepolcro dentro un sarcofago di profumi e di bende. Il corpo di Cristo ritornò vivo per la ricomposizione biologica della vitalità e per la congiunzione con l'anima.
Sappiamo che un corpo vitale ha bisogno di nutrimento, ma il corpo glorioso non sarà bisognoso di nutrimento. Perennemente, per tutta l'eternità, il corpo rimarrà un corpo vitale per la potenza di Dio. Colui che mantiene nell'essere tutte le cose (Cf. Col 1,17) manterrà vitale per tutta l'eternità il corpo glorioso. Come farà? Dio è onnipotente, lasciamo fare alla sua onnipotenza. Del resto ci sono stati dei santi che sono rimasti in vita per anni e anni con il solo cibo dell'Eucaristia. Non solo l'incorruttibilità e l'immortalità, bensì la gloria, gloria eternamente comunicata dallo Spirito Santo (Cf. 1Pt 3,18).
Paolo ci dice le qualità del corpo glorioso reso tale dalla potenza dello Spirito Santo. Esso sarà “corpo spirituale” (1Cor 15,44), poiché sottoposto totalmente allo spirito. Luminoso per l'azione dello Spirito della gloria, cioè lo Spirito Santo. Potrà anche passare attraverso un una parete, non perché la natura del corpo glorioso sia eterea, perché ho detto è esattamente uguale a quello avuto in terra, ma perché la potenza divina può operare anche questo, come si legge nell'apparizione di Gesù nel Cenacolo a porte chiuse. I corpi nella risurrezione non avranno le imperfezioni che spesso li affliggono (gobbo, grasso, col naso storto,...), ma sarà il nostro corpo. Ci basti questo; non andiamo oltre questi punti perché finiremmo per smarrirci nelle fantasie.
Saremo come lui, fratelli e sorelle. Anche perché vedremo l'Essenza divina per mezzo della luce della gloria, e così si attueranno le parole di Giovanni (1Gv 3,2): “Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.
Saremo come il Maestro, conformati a lui non solo per la risurrezione gloriosa, ma ancor più per la partecipazione alla vita divina, nella rivelazione piena della persona divina del Verbo, che vedremo nella visione beatifica dell'Essenza divina. Amen. Ave Maria. Vieni Signore Gesù.

Fonte:http://www.perfettaletizia.it/


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