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padre Raniero Cantalamessa, "L’insostituibile missione del laico"

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L’insostituibile missione del laico
padre Raniero Cantalamessa

V Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) 

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La pesca miracolosa era la prova che occorreva per convincere un pescatore, come era Simone Pietro. Tornati a terra egli si getta ai piedi di Gesù dicendo: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore!" Ma Gesù gli rispose con queste parole che rappresentano il culmine del racconto e il motivo per cui l'episodio è stato ricordato: "Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini" .

Gesù si è servito di due immagini per illustrare il compito dei suoi collaboratori: quella di pescatori e quella di pastori. Entrambe queste immagini hanno bisogno oggi di essere spiegate, se non vogliamo che l'uomo moderno le trovi poco rispettose della sua dignità e le rifiuti. A nessuno piace oggi essere "pescato" da qualcuno, o essere una pecora del gregge!

La prima osservazione da fare è questa. Nella pesca ordinaria, il pescatore cerca il suo utile, non certo quello dei pesci. Lo stesso il pastore. Egli pascola e custodisce il gregge, non per il bene del gregge, ma per il proprio bene, perché il gregge gli fornisce latte, lana e agnelli. Nel significato evangelico, avviene il contrario: è il pescatore che serve il pesce; è il pastore che si sacrifica per le pecore, fino a dare la vita per esse. D'altra parte, quando si tratta di uomini, essere "pescati", o "ripescati", non è disgrazia, ma salvezza. Pensiamo a delle persone in balia delle onde, in alto mare, dopo un naufragio, di notte, al freddo; vedere una rete o una scialuppa gettata verso di loro non è un'umiliazione, ma la suprema delle loro aspirazioni. È così che dobbiamo concepire il mestiere di pescatori di uomini: come un gettare una scialuppa di salvataggio a coloro che si dibattono nel mare, spesso in tempesta, della vita.

Ma la difficoltà di cui parlavo rispunta sotto altra forma. Mettiamo pure che abbiamo bisogno di pastori e di pescatori. Ma perché alcune persone devono avere il ruolo di pescatori e altri quello di pesci, alcuni quello di pastori e altri quello di pecore e di gregge. Il rapporto tra pescatore e pesci, come quello tra pastore e pecore, suggerisce l'idea di disuguaglianza, di superiorità. A nessuno piace essere un numero nel gregge e riconoscere un pastore sopra di sé.

Qui dobbiamo sfatare un pregiudizio. Nella Chiesa nessuno è solo pescatore, o solo pastore, e nessuno è solo pesciolino o pecorella. Tutti siamo, a un titolo diverso, l'una e l'altra cosa insieme. Cristo è l'unico ad essere soltanto pescatore e soltanto pastore. Prima di diventare pescatore di uomini, Pietro è stato lui stesso pescato e ripescato più volte. Fu, letteralmente, ripescato quando, camminando sulle acque, ebbe paura e fu sul punto di affondare; fu ripescato soprattutto dopo il suo tradimento. Dovette sperimentare cosa significa trovarsi ad essere una "pecorella smarrita", perché imparasse cosa significa essere buon pastore; dovette essere ripescato dal fondo dell'abisso in cui era caduto, perché imparasse cosa vuol dire essere pescatore di uomini.

Se, a titolo diverso, tutti i battezzati sono pescati e pescatori insieme, allora si apre qui un grande campo di azione per i laici. Noi sacerdoti siamo più preparati a fare i pastori che non a fare i pescatori. Troviamo più facile nutrire, con la Parola e i sacramenti, le persone che vengono spontaneamente in chiesa, che non andare noi stessi a cercare i lontani. Rimane dunque in gran parte scoperto il ruolo di pescatori. I laici cristiani, per il loro più diretto inserimento nella società, sono dei collaboratori insostituibili in questo compito.

Una volta calate le reti sulla parola di Gesù, Pietro e quelli che erano con lui sulla barca presero una quantità tale di pesci che le reti si rompevano. Allora, è scritto, "fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli". Anche oggi il successore di Pietro e quelli che sono con lui sulla barca – i vescovi e i sacerdoti – fanno cenno a quelli dell'altra barca – i laici – di venire ad aiutarli.

Fonte:www.qumran2.net


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