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Don Marco Ceccarelli Commento VII Domenica Tempo Ordinario “C”

VII Domenica Tempo Ordinario “C” – 24 Febbraio 2019
I Lettura: 1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23
II Lettura: 1Cor 15,45-49
Vangelo: Lc 6,27-38
- Testi di riferimento: Es 23,4-5.7; Dt 28,9-10; 2Sam 24,14; 1Re 8,32; Sal 7,9; 18,21; 26,1; 86,15;
103,8-10; 130,3; 145,8-9; Pr 17,15; 25,21; Sir 2,18; Ger 17,10; Lam 3,22; Na 1,7; Mt 5,16.20.45-
48; Lc 6,23; Gv 13,14-15.34-35; At 14,17; Rm 2,4; 1Cor 9,17-18; 11,1; 2Cor 5,10; Ef 4,32-5,2; Fil
2,5; Gc 5,11; 1Pt 1,14-16.19-23; 1Gv 3,10-16; 4,7-11

1. L’atteggiamento da “povero”. Il brano evangelico odierno e il suo oggetto centrale è connesso
strettamente con quello della domenica precedente. Si presentano infatti delle esplicitazioni di cosa
significhi avere l’atteggiamento da “povero” che permette di essere eredi del regno di Dio. È la rinuncia all’uso della forza umana per imporsi, per salvarsi. Anche il comportamento di Davide descritto nella prima lettura lo evidenzia. Egli infatti rinuncia a sfruttare una chiara situazione favorevole per sbarazzarsi del suo nemico (di Saul che lo perseguita ingiustamente) rimettendo la sua causa a Dio. Davide pone tutta la sua fiducia in Dio e non nei mezzi umani. In questo sta la sua giustizia (1Sam 26,23) per la quale aspetta la ricompensa da Dio. Il modo di ragionare di Davide è del
tutto diverso da quello di Abisai. Egli non vede in quella situazione un’opportunità che Dio gli ha
data per farsi giustizia, ma al contrario per manifestare la sua giustizia, al contrario di Saul. Non approfitta della sua situazione di superiorità, come invece fa Saul nei suoi confronti, essendo egli il re
e ovviamente più potente di Davide. Costui rinuncia alla sua situazione di prevalenza; rinuncia ad
usare la forza umana per farsi giustizia. In questo imita Dio. Dio non approfitta della sua forza per
imporsi (Sap 11,21), ma aspetta che l’uomo si distolga volontariamente dal male. Davide conosce in
questo caso Dio più che il suo compagno Abisai. Anche quanto indicato da Gesù ai suoi discepoli
descrive l’atteggiamento del povero a cui appartiene il regno di Dio. È l’atteggiamento del figlio
che confida totalmente nel Padre.
2. “Figli dell’Altissimo” (Lc 6,35).
- L’aspetto più marcato del brano odierno di Vangelo è forse quello della “gratuità”. Il cristiano, a
imitazione di Dio, fa il bene senza aspettarsi nulla in cambio. La gratuità è una qualità essenziale
dell’amore. Dove si fa il bene per averne un (anche legittimo) contraccambio, non si può parlare di
amore. L’amore implica la gratuità; anzi, magari anche una perdita. L’affermazione di Gesù che
Dio «è buono verso gli ingrati e i malvagi», è sconvolgente; sconvolge infatti i criteri normali per
cui a un certo punto Dio farà giustizia e i malvagi saranno puniti. Quando nella scrittura si dice che
Dio rende secondo la giustizia di ciascuno (vedi l’affermazione di Davide nella prima lettura) significa appunto che se uno rinuncia a fare il male per difendere se stesso, Dio lo ripagherà bene, mentre i malvagi finiranno male. Il fatto è che, certamente, i malvagi finiscono male perché stanno
camminando nella via della morte, lontano da Dio. La bontà di Dio verso i malvagi non esclude la
possibilità che essi si procurino il male con la loro condotta sbagliata; esclude invece che quel male
sia una specie di punizione divina. Dio continua ad usare benevolenza, continua ad amare, perché
questa è la sua natura, perché in Dio non c’è che amore. L’affermazione di Gesù non è del tutto originale tenendo presente Sal 103,10: «Egli non ha agito secondo i nostri peccati, non ha ripagato secondo le nostre colpe». Dio continua a tenere un atteggiamento di benevolenza verso tutti, non elargendo i suoi benefici a seconda del merito di ciascuno (almeno finché siamo in questa vita). E tale
atteggiamento è quanto è richiesto anche ai suoi figli. La giustizia nella quale il cristiano cammina è
quella dell’imitazione del Padre. A sostegno di questo atteggiamento sta ancora una volta la speranza della ricompensa futura. Se si offusca la visione della vita celeste, anche la visione della vita terrena si offusca. È il futuro che illumina il presente. Il nostro presente, e il modo di vivere tale presente, rivela quale futuro ci attendiamo.
- L’etica cristiana è uno specchio dell’etica divina (cfr. Ef 4,32-5,1). E la piena rivelazione
dell’etica divina si ha in Cristo. È guardando il Figlio e il suo comportamento che impariamo chi sia
il Padre e quale sia il Suo comportamento. E tuttavia l’imitazione di Dio non deriva da un appello
alla volontà umana, perché nessun uomo può essere all’altezza di Dio. Si tratta invece di una somiglianza che viene dall’essere nati dall’alto. Il cristiano è un altro Cristo in quanto è diventato figlio
dal Padre celeste e in quanto figlio assomiglia al Padre, “naturalmente”. La verità cristiana non è
soltanto una questione di dogmi. È invece soprattutto un “essere” che si manifesta in un “agire”. Il
cristianesimo è la “via”, la “condotta” per eccellenza, l’arte di vivere secondo il vivere divino. Il
cristiano ha ricevuto una nuova natura, è stato “divinizzato”. Ciò è stato reso possibile dal Figlio
che si è fatto come noi perché noi diventassimo come Lui. L’“essere” cristiano consiste nella nuova
natura di “figlio” di Dio. Essendo divenuti partecipi della natura divina (2Pt 1,4) possiamo conformarci all’agire del Padre. Cristo, il Figlio unigenito e primo di molti fratelli, diventa lui stesso il criterio basilare dell’agire cristiano perché in lui si riflette perfettamente l’agire del Padre.
L’imitazione di Dio diventa perciò imitazione di Cristo (Gv 13,14; 15,12; Rm 15,5; 1Cor 11,1; 1Pt
2,21) nel quale si sono incarnate perfettamente queste sue parole.
- Ad amarlo diventerai imitatore della sua bontà, e non ti meravigliare se un uomo può diventare
imitatore di Dio: lo può se lui (l’uomo) lo vuole. Non si è felici nell’opprimere il prossimo, nel voler ottenere più dei deboli, arricchirsi e tiranneggiare gli inferiori. In questo nessuno può imitare
Dio; sono cose lontane dalla Sua grandezza! Ma chi prende su di sé il peso del prossimo e in ciò
che è superiore cerca di beneficare l’inferiore; chi, dando ai bisognosi ciò che ha ricevuto da Dio,
è come un Dio per i beneficati, egli è imitatore di Dio (A Diogneto X).
3. Il giudizio. Le affermazioni del v. 37 indicano che il cristiano lascia il giudizio e la giustizia a
Dio. Tuttavia, il comportamento cristiano di benevolenza anche verso i persecutori, non è dettato da
ingenuo buonismo. Chi fa il male è pur sempre un “malfattore”; e un cristiano sa riconoscere il male. Perdonare non significa “giustificare” il male. Giuseppe perdona i suoi fratelli, ben sapendo che
essi “hanno tramato il male contro di lui” (Gen 50,20). Coì il cristiano non chiama bene il male, pur
rinunciando a giudicare e a condannare perché sa che ciò spetta ad un altro. Infatti le parole di Gesù
aprono indiscutibilmente ad un futuro ultraterreno. Il “merito” è una ricompensa (v. 35) che si riceverà dopo la morte. Non si esclude dunque un giudizio divino, con le relative conseguenze, sul bene
e sul male. Certamente ci sarà un giudizio. E proprio perché il cristiano sa questo, rimette la sua
causa a Dio

Fonte:www.donmarcoceccarelli.it/


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