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Don Marco Ceccarelli,Commento II Domenica Quaresima “C”

II Domenica Quaresima “C” – 17 Febbraio 2019
I Lettura: Gen 15,5-12.17-18
II Lettura: Fil 3,17-4,1
Vangelo: Lc 9,28-36
- Testi di riferimento: Es 34,29-35; Sal 27,4; 72,17; Sir 44,21; Mc 16,12; Lc 1,55; Gv 1,14; 14,2-4;
At, 6,15; Rm 6,6; 8,17.29; 12,2; 1Cor 3,7-9; 15,49-53; 2Cor 3,18; 4,16-18; 5,1; Gal 3,6-16; Ef
2,6.19; 4,22-24; Col 3,1.9-10; Eb 2,9-10; 1Pt 4,13

1. La prima lettura. La chiamata di Abramo, la sua fede e la sua obbedienza alla chiamata, segnano
l’inizio di una nuova fase per l’umanità. Quell’umanità, che a partire da Gen 3 era stata descritta
sempre più in separazione da Dio, conseguenza della disobbedienza a Lui, ora trova in Abramo la
possibilità di ribaltare la maledizione causata dal peccato. Con Abramo appare sulla terra la “conversione”. La conversione si manifesta nella rinuncia a seguire la propria volontà per obbedire a
Dio. Con Abramo la creatura ritorna ad essere quello che è, una creatura che dipende dal Creatore.
Con Abramo appare sulla terra qualcuno che ha fede, che si fida di Dio e che è disposto ad obbedire
anche contro le apparenze, contro ogni speranza. Come a causa del peccato dei progenitori la morte,
la “maledizione” è entrata nel mondo, così grazie all’obbedienza di Abramo la benedizione potrà
arrivare a tutta l’umanità (Gen 22,18). Quello che Abramo ha fatto dovranno continuare a farlo i
suoi discendenti. Non solo in Abramo, ma anche (e soprattutto) nella sua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra (Gen 22,18; 26,4; 28,14; At 3,25). Per san Paolo tale discendenza
è Cristo (Gal 3,16). È nella fede in lui che le genti riceveranno la benedizione. Cristo come nuovo
Abramo ha testimoniato la bontà di Dio anche contro le apparenze, non accettando l’inganno del
demonio, facendo la volontà del Padre. I cristiani, come figli di Abramo per la fede (Gal 3,7.29), in
mezzo alle genti danno testimonianza della bontà di Dio, nella misura in cui, come Cristo, rimangono saldi di fronte alle tentazioni.
2. La seconda lettura. La quaresima ci chiama alla Pasqua eterna, all’ingresso nella Terra Promessa
che è il cielo. Al contrario di coloro «la cui fine è la perdizione» perché «il loro dio è il loro ventre e
sono tutti intenti alle cose della terra» (v. 19), il cristiano sa che il paradiso non è su questa terra, ma
è in cielo. E per entrare in cielo occorre una “trasfigurazione”. Il nostro umile corpo deve essere trasformato da Cristo per essere reso conforme al suo (v. 21). Possederemo la patria celeste con il nostro stesso corpo, quello con cui viviamo oggi. Però così come è oggi non può stare alla presenza di
Dio. Si può abitare nella patria celeste soltanto dopo una trasformazione (1Cor 15,51). Anche per il
corpo di Gesù è avvenuto ciò.
3. Il Vangelo.
- La seconda domenica di Quaresima è caratterizzata dal Vangelo della trasfigurazione di Gesù. La
Colletta della domenica scorsa sottolineava come la Quaresima sia il “segno sacramentale della nostra conversione”. Ciò significa che questo tempo liturgico ci fa presente la necessità che in noi si
operi una conversione, cioè una trasformazione, un cambiamento che deve aver luogo nella nostra
realtà umana durante quella “Quaresima” che è la nostra vita terrena. E questo per il semplice fatto
che non si può entrare in quella terra promessa che è il paradiso, la vita in Dio, se non si opera in
noi un cambio sostanziale (1Cor 15,50-53). È il dinamismo della salvezza. La salvezza produce un
cambio sostanziale. Produce il passaggio dalla schiavitù alla libertà, da una condizione di miseria ad
un’altra di felicità, da uno stato di tristezza ad uno di gioia, dall’uomo vecchio all’uomo nuovo. La
salvezza cambia qualcosa in me e non solo fuori di me. Così la conversione consiste in una trasformazione, nel passaggio da una realtà ad un’altra.
- L’episodio della Trasfigurazione presente nel brano di Vangelo odierno, proprio della seconda
domenica di quaresima, sta in parallelo con quello dell’agonia di Gesù nell’orto degli ulivi, dove
ancora appare un “monte”, una “preghiera”, la presenza degli apostoli, la loro difficoltà a restare
svegli, la presenza del “Padre”, la solitudine di Gesù. I due momenti si richiamano a vicenda e costituiscono come i due estremi della vita pubblica di Gesù: da un lato la manifestazione della sua
gloria divina e dall’altro la sua massima prostrazione umana. E in un certo senso questi due estremi
si toccano e combaciano.
- Nell’episodio della Trasfigurazione Cristo mostra quello che avverrà in lui attraverso il suo mistero pasquale. Anche la natura umana di Cristo per entrare nella gloria celeste ha avuto bisogno di una
trasformazione. Infatti è a causa della sofferenza della sua morte che ora possiamo vedere Gesù coronato di gloria (Eb 2,9). Cristo dopo la sua risurrezione ha un corpo trasfigurato, glorificato (Mc
16,12). L’episodio della trasfigurazione annuncia così il mistero pasquale che si compirà in Cristo.
La trasfigurazione che Gesù mostra agli apostoli come un riflesso della sua gloria divina, è anche un
anticipo di ciò che avviene con il mistero pasquale per ciascuno di noi. Dio ci ha predestinato a divenire “conformi” all’immagine del Figlio suo (Rm 8,29); ci ha chiamato a “essere trasformati”
(metamorphoomai: Rm 12,2; 2Cor 3,18) in quell’immagine, finché saremo completamente trasformati in lui nella gloria (Fil 3,21). Poiché «la carne e il sangue [cioè la natura umana com’è ora] non
possono ereditare il regno di Dio» (1Cor 15,50), durante la nostra vita terrena, che è una preparazione alla vita celeste, si deve compiere questo “passaggio” dall’uomo di terra all’uomo celeste
(1Cor 15,49), di cui Cristo è il prototipo e la primizia. La forza della redenzione di Cristo opera in
noi una trasformazione, un passaggio, una pasqua, che in qualche modo ci assimila, ci assomiglia a
Cristo. Grazie alla sua sofferenza egli può condurre molti figli alla gloria (Eb 2,10).
- Possiamo chiederci: in che modo si realizza questa trasformazione, con quali mezzi? Nello stesso
modo in cui lo ha realizzato Cristo: entrando nella croce. Perché appaia l’uomo nuovo, il vecchio
deve morire (Col 3,9-10). Affinché questo avvenga il Signore ha predisposto per noi un “battesimo”, una immersione nella morte di Cristo, attraverso le nostre croci (Mc 10,38-39). L’uomo terrestre, l’uomo di carne che vive in noi, viene distrutto poco alla volta attraverso un cammino di immersione continua nella morte di Cristo (Rm 6,4ss.). Partecipando alle sofferenze di Cristo diventeremo partecipi anche della sua gloria cioè della sua vita divina (Rm 8,17). Siamo chiamati a riverberare in noi questa gloria (2Cor 3,18), perché portando nel nostro corpo il morire di Gesù si manifesti la sua vita divina; 2Cor 4,16-17: «Perciò non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti la momentanea leggera
nostra tribolazione opera in noi un eccezionale eterno peso di gloria». La tribolazione del cristiano,
la croce di Cristo vissuta in lui, opera in lui una gloria eterna, affinché il nostro corpo giunga alla
conformazione del corpo glorioso di Cristo (seconda lettura).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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