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fr. Massimo Rossi, Commento V Domenica di Quaresima (Anno C)

Commento su Giovanni 8,1-11
fr. Massimo Rossi  

V Domenica di Quaresima (Anno C) (07/04/2019)
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Giovanni ama disseminare il suo Vangelo di indizi, di allusioni sulla passione del Cristo.

A proposito, ciò che è stato detto riguardo al ‘segreto messianicò, il divieto dato da Gesù di rivelare che Lui era il Cristo, prima della sua risurrezione, non vale per il progetto teologico del quarto evangelista: per lui, per Giovanni, Gesù è il Cristo fin dal Prologo (cap.1) e, tale, parla, insegna, compie miracoli, sale sulla croce come si sale su un trono, per regnarvi quale Signore della storia.

In questo famoso brano della donna sorpresa in flagrante adulterio e condotta al cospetto del Maestro di Nazareth, l'accenno alla Passione compare proprio nel versetto iniziale: “Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi...”, noto anche come Getzemani. Il Figlio di Dio vi si raccoglieva in preghiera solitaria, al termine di una giornata trascorsa a guarire, a discutere con i dottori della Legge, a predicare in sinagoga, o per strada... La sua agenda era talmente fitta di impegni che, ci informano gli evangelisti, spesso non riusciva neanche a prendere cibo.

Per Lui ritirarsi regolarmente nel Getzemani era necessario come respirare, come bere; quel giardino era l'oasi della pace, la casa dello spirito, l'hortus conclusus, nel quale alimentare la relazione con Dio, l'unica relazione in grado di sostenere il rapporto col mondo, con gli uomini e con se stesso.

Bene, ora che sappiamo quale valore avesse per Gesù l'orto degli Ulivi, proviamo a rileggere l'episodio dell'arresto. Quella notte, il luogo dell'amore, diventò improvvisamente il luogo del tradimento; l'appuntamento con la Verità si mutò in appuntamento con la menzogna; un bacio, il segno più genuino e trasparente dell'amicizia, venne stravolto in un segnale di guerra, una trappola, un imbroglio, il primo atto del più colossale errore giudiziario della storia umana.

Ma l'ora delle tenebre era ancora lontana. Gesù aveva ancora molto da dire e da fare...

Eccolo di fronte all'ennesima sfida degli scribi e farisei: un fatto moralmente esecrabile da una parte e la Legge di Mosè dall'altra: dov'è il problema? basta applicare la legge; è fatta apposta!

A proposito di legge, san Paolo scrive ai cristiani di Corinto che “la legge è la forza del peccato...” (1Cor 15,56), affermazione quantomeno singolare e provocatoria.

Da dove partiamo, dal peccato, o dalla legge? Cosa è nato prima: il peccato, la trasgressione, o la legge, in base alla quale un atto è definito bene, oppure male?

Non è questione di lana caprina! in altri termini: cos'è che rende il male un male e il bene un bene, la legge? Ma se è così, il problema resta: coloro che hanno fatto la legge, in base a quali criteri hanno ritenuto un comportamento giusto o sbagliato, buono o cattivo?

Lasciamo la soluzione del dilemma, tutt'altro che semplice, ai filosofi dell'etica e del diritto.
Torniamo al Vangelo.

Dobbiamo resistere alla tentazione di applicare letteralmente il testo al tempo presente, in una società, la nostra, laica e non teocratica, come quella dei tempi di Gesù.

Laddove i Capi del popolo sono anche sacerdoti, e l'autorità politica coincide con quella religiosa, reato fa rima con peccato...

Qui da noi, non è così! L'adulterio non è reato, ma resta peccato grave! Lo lascia intendere Gesù, quando dichiara che si commette adulterio anche solo guardando una donna (o un uomo) per desiderarla (per desiderarlo) (cfr. Mt 5,29-32).

Detto questo, il Signore ci ricorda che è venuto nel mondo per rivelarci l'amore infinito di Dio: quando il pentimento è sincero, nessun peccato è così grave da meritare la morte; “qualunque cosa il nostro cuore venisse a rimproverarci, Dio è più grande del nostro cuore (cfr. 1Gv 3,20).

Ma la grande lezione che il Vangelo di oggi ci lascia, non riguarda il peccato di adulterio; bensì la tentazione di fare confronti tra i nostri peccati e quelli altrui e, peggio ancora, l'errore di vedere i peccati degli altri e non i nostri, illudendoci di averne pochi, non così gravi, o di non averne affatto.

La (triste) verità che il peccato accomuna tutti, in quanto tutti abbiamo peccato, è il motivo per il quale il Signore dichiara: “Non giudicate, e non sarete giudicati” (cfr. Mt 7,1).

Il racconto dell'adultera trascinata davanti a Gesù è architettato ad arte dall'evangelista, per depistare l'attenzione dalla persona di Gesù alla donna meritevole di condanna: in sostanza, a quei farisei non importava granché della donna, quanto piuttosto il pensiero e l'atteggiamento del Nazareno nei confronti delle loro tradizioni.

In altre parole, l'odierna pagina di Giovanni non va interpretata alla luce della morale, ma (alla luce) della fede: l'obbiettivo della morale è puntato sull'uomo e sui suoi atti, è puntato su di me, su ciascuno di noi. L'obbiettivo della fede, invece, è sempre puntato sulla persona di Cristo.
E lì deve restare!

Il motivo del nostro con-venire ogni domenica in chiesa è conoscere Lui, i Suoi sentimenti, le Sue parole, la Sua vita, per potervi aderire sempre più e sempre meglio, partecipando ai Suoi sacramenti!

È solo conoscendo Lui, che possiamo trovare la forza per convertirci.

Cambiare è difficile: bisogna avere un buon motivo, un motivo importante, che valga tutta sta fatica... L'unico motivo è Lui, Gesù di Nazareth, il Cristo!

Ma, attenzione: c'è modo e modo di guardare a Cristo: se continuiamo a guardarlo come l'essere perfettissimo, così come ci hanno insegnato al catechismo, non ne usciremo; anzi, al Suo confronto, ci sentiremo ancor più imperfetti, ancor più peccatori.... evvai coi sensi di colpa.

Ma se guardiamo a Cristo come Colui che ci ama così tanto, da morire perché noi viviamo, allora, forse, in quell'Amore, troveremo la spinta, il desiderio e anche il coraggio per lavorare su di noi, per diventare migliori.

Cambiare il punto di vista su Gesù: anche questo è conversione!

Fonte:www.qumran2.net


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