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p. Gaetano Piccolo SJ, "Quello che c’è nel cuore"

VIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno C
Is 49,14-15; Sal. 61; 1Cor 4,1-5; Mt 6,24-34.
Congregatio pro Clericis


Tu le [a Monica] insegnavi quale maestro interiore

nella scuola del cuore.

Sant’Agostino

Quello che c’è nel cuore

C’è un gesto antico che oggi forse non ci capita più di vedere, è quello delle donne che con il setaccio liberano la farina dalle impurità, gettano via quello che non serve, quello che rovinerebbe la pasta, e conservano prudentemente l’ingrediente prezioso che poi trasformeranno in qualcosa di buono, capace di sfamare.

Altri ricordi forse ci rimandano a paesi lontani dove si cercava l’oro. Anche lì, il setaccio diventava uno strumento prezioso. Pazientemente veniva riempito di piccole quantità della sabbia del fiume, nella speranza di scoprire qualcosa di prezioso. E tante volte si rimaneva delusi, ma possiamo immaginare la gioia quando si trovava qualcosa di valore.

La nostra vita, come insegna il libro del Siracide, è quel setaccio che lascia trasparire quello che ci portiamo nel cuore:

Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti;

così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti. Sir 27,4

Dentro di noi ci sono tante cose, buttate alla rinfusa, a volte poco riconoscibili per la melma che le avvolge, per le acque torbide che ci attraversano, o forse solo perché sepolte molto profondamente. Dentro quel setaccio ci sono i nostri desideri, i pensieri, i sentimenti. Anche per questo, il setaccio è diventato il simbolo del discernimento, che fa anche da sfondo alle letture di questa domenica.



La vita rivela il cuore

Tutto quello che è conservato o disperso dentro di noi prima o poi si rivela. La nostra bocca, le nostre azioni, rivelano quello che c’è nel cuore. Anche Gesù pone questa relazione molto stretta tra il cuore, la bocca, le mani. Non resteremmo sorpresi o spaventati dalle nostre azioni, se avessimo una maggiore consapevolezza di quello che si sta muovendo dentro di noi. I nostri gesti, i nostri discorsi, il nostro comportamento non sono casuali, ma nascono da quello che abbiamo seminato dentro di noi.

Talvolta siamo così pieni di pensieri in ordine sparso al punto tale che è difficile recuperarne il senso. La nostra interiorità diventa come una camera affollata e in disordine dove diventa complicato cercare quello che ci serve, ma soprattutto dove il male si annida e si confonde. In una stanza non curata si nascondono a volte tracce di cibo che imputridiscono, ne senti il lezzo, ma non riesci a trovarle.

Per questo i padri del deserto insegnavano la sobrietà, quella capacità di fare spazio nel cuore per vedere meglio quello che c’è. Esichio il Sinaita scrive per esempio: «La sobrietà è una sentinella immobile e costante dello spirito, che sta sulla porta del cuore per discernere diligentemente i pensieri che si presentano, per ascoltare i loro progetti, spiare le manovre di questi nemici mortali e riconoscere l’impronta demoniaca che tenta, mediante la fantasia, di sconvolgere lo spirito. Questa attività, condotta avanti con coraggio, ci darà, se lo vogliamo, un’esperienza molto accorta del combattimento spirituale».



Una questione di sguardi

Diventiamo ciechi quando non guardiamo più nel nostro cuore. E paradossalmente più siamo ciechi verso noi stessi, tanto più abbiamo la pretesa di vedere bene nel cuore degli altri. O l’uno o l’altro: chi è ossessionato dalla vita degli altri, chi fissa lo sguardo sulla vita degli altri, non vede più la propria; chi invece si occupa del proprio cuore, distoglierà lo sguardo dalle azioni degli altri. E in questo sguardo su di noi o sugli altri sta l’alternativa tra la misericordia e il giudizio.

Chi ignora quello che c’è nel proprio cuore, non vive neppure l’esperienza della grazia, per questo pretende di dirigere la vita degli altri solo con la giustizia. I falsi maestri sono molto spesso tra noi credenti: sono coloro che pretendono di applicare il Vangelo solo agli altri e non a se stessi, proprio perché non vedono se stessi, ma sono ossessionati dalla vista degli altri.



Riconoscere la radice

Se ci siamo accorti che i frutti che nascono dalla nostra vita non hanno un sapore buono, sarebbe utile andare a vedere cosa li ha prodotti. Se dalla nostra vita scaturisce un vino acido, forse è il caso di prendersi cura della vite. Usando queste immagini, Gesù anticipa anche quello che sarà il frutto dell’albero della croce. La croce è l’albero da cui scaturisce il frutto che dà vita e che annulla il veleno che il frutto carpito da Adamo ha immesso nel mondo. Il sangue che scaturisce dalle ferite di Cristo è il vino della nuova alleanza, il vino della promessa che ci permette di entrare nella vita per sempre. Ecco perché Cristo è non solo il Maestro, ma anche colui che conosce il proprio cuore e proprio per questo è Signore di misericordia.



Leggersi dentro

-          Cosa traspare di te dal modo in cui ti comporti?

-          Quanto sei consapevole di quanto si muove nel tuo cuore?



p. Gaetano Piccolo S.I.

Compagnia di Gesù (Societas Iesu)

Fonte:http://www.clerus.va

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