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p. Gaetano Piccolo SJ, "Una decisione da prendere"

IV Domenica di Quaresima - Anno C
Gs 5, 9. 10-12; Sal 33; 2 Cor 5, 17-21; Lc 15, 1-3. 11-32.
Congregatio pro Clericis


«È il Verbo stesso che ti grida di tornare; il luogo della quiete imperturbabile è dove l’amore non conosce abbandoni»,
Agostino d’Ippona

La fragilità dell’amore

Le relazioni si spezzano, inevitabilmente. Ci perdiamo nei labirinti delle nostre attese, lasciando all’altro un filo da seguire nella speranza di essere raggiunti. Ci perdiamo nei nostri viaggi mentali, abbandoniamo la realtà con le sue pesantezze e non sappiamo più ritornare nel porto dal quale siamo partiti. Ci perdiamo nell’abitudine e non sappiamo più riconoscere la persona che abbiamo davanti.

C’è sempre qualcuno che si perde: una moneta, una pecora, un figlio. Ognuno si perde a suo modo. Eppure, anche se non ne siamo consapevoli, c’è sempre qualcuno che ci sta già cercando: una donna, un pastore, un padre.



Una ricerca d’affetto

Il figlio minore della parabola ha deciso di perdersi, il figlio maggiore invece si è perso e non se n’è neppure reso conto.

Il figlio minore è l’immagine di tutti coloro che vogliono una relazione senza vincolo, sono coloro che sono stanchi del peso dell’amore. Il figlio minore è il bambino capriccioso che vuole tutto per sé, vede solo i suoi bisogni, non c’è spazio per la vita degli altri. Per il figlio minore, l’altro può anche morire. E infatti accadrà così: il padre divide la sua essenza (sostanza), si lacera, rinuncia a vivere per lasciare vivere il figlio. E rimane nell’attesa che quel bambino cresca e si renda conto di dov’è la vera vita. Intanto lo lascia andare, perché l’amore passa inevitabilmente attraverso la libertà dell’altro.

Quel figlio minore si incammina verso la sua ricerca d’affetto, inseguendo un ideale inesistente. Il padre sa che prima o poi incontrerà la realtà. Quello sarà il tempo della consapevolezza. Il figlio minore in questa sua ricerca di affetto senza vincolo finisce invece paradossalmente per ritrovarsi in situazioni invischiate, dove perde la sua dignità. Si lascia trattare come un animale, si incolla (si mise a servizio) a un padrone: succede proprio così, ci allontaniamo da un padre, in nome della libertà, e ci ritroviamo incastrati dentro situazioni degradanti.

A maggior ragione il figlio minore si convince che l’unico modo per stare in una situazione è essere schiavi dell’altro. E come tante altre persone, il figlio minore cerca ancora relazioni in cui essere servo. Pensa addirittura di tornare nella casa del padre per fare il servo anche lì. Solo una persona che ci ama veramente può aiutarci a uscire da questa visione distorta della relazione.



Quando il cuore è altrove

Ci sono anche coloro però che pur restando in una relazione, vi rimangano solo apparentemente, ma il loro cuore è altrove. Come il figlio maggiore, vivono da bambini adattati, cercando di rispondere in maniera efficace alle attese dell’altro. Il loro atteggiamento esterno è il compiacimento, ma dentro covano una rabbia profonda e distruttiva, che prima o poi non può non emergere.



Percorsi di riconciliazione

Il padre è immagine non solo di Dio, ma di tutti coloro che non si arrendono davanti alla fragilità dell’amore. Il padre costruisce per tutti cammini di riconciliazione. Non si tratta di fantasie o di buone intenzioni, ma di cammini che si esprimono attraverso segni concreti.

Il padre non ha mai smesso di aspettare il figlio, perché l’amore non cede, non dimentica, non archivia. Non è passato giorno che il padre non abbia sperato che il figlio tornasse, per questo lo vede da lontano, lo vede da quel giorno lontano in cui la relazione si è spezzata. Lo sguardo del padre ha continuato a guardare l’orizzonte verso il quale la figura del figlio si è dissolta.

Il padre lascia che il figlio minore condivida la consapevolezza di aver sbagliato, ma non gli permette di chiedere di essere servo. La riconciliazione passa attraverso gesti concreti: il vestito che ridona dignità, come quelle tuniche di pelli che Dio confeziona dopo il peccato di Adamo ed Eva, perché nonostante il peccato, l’uomo non perde mai la sua identità di figlio. Spesso il mondo ci spoglia della nostra dignità, ci umilia, Dio invece ci riveste anche quando abbiamo sbagliato.

Il padre consegna al figlio l’anello, simbolo della sua regalità e del suo potere di figlio. L’anello recava il sigillo per segnare le proprietà. Pur essendo stato tradito, il padre continua a dare fiducia, altrimenti la relazione non sarebbe né piena né autentica.

Al figlio vengono anche messi i calzari ai piedi, segno dell’uomo libero. Solo lo schiavo cammina a piedi nudi, ma il padre desidera che in quella relazione il figlio continui a sentirsi libero. Ma il segno più grande è certamente il vitello ammazzato per fare festa. È Pasqua. Il padre celebra la vita del figlio. Solo allora la relazione è vera, quando siamo capaci di dire all’altro: io celebro la tua vita!



Una decisione da prendere

Ma il padre costruisce cammini di riconciliazione anche per il figlio maggiore. Il padre sa che anche quel figlio è lontano. Sa che dietro l’apparenza di una presenza c’è invece una profonda distanza. Il figlio maggiore è rappresentato sempre fuori dalla casa. È distante nelle relazioni al punto di doversi informare tramite un servo di quello che avviene nella sua stessa casa. È un uomo che non vive le relazioni, tanto che non pronuncia mai la parola fratello. Chissà da quanto tempo quel figlio maggiore se n’era già andato lontano dal cuore del padre.

E il padre esce anche per lui, ma il padre non banalizza il dolore di questo figlio, non lo richiama al senso del dovere, non minimizza il suo rancore. Il padre gli offre il suo cuore, si fa vedere fragile, lo rimanda a quella profonda comunione possibile: tutto quello che è mio è tuo.

Il figlio maggiore regredisce a una condizione adolescenziale e vive di confronti. È immagine di tutte quelle persone che non godono del loro presente, ma sono perennemente in competizione con gli altri. Sono persone profondamente arrabbiate. E quando sei arrabbiato non vedi più come stanno veramente le cose. La rabbia ci fa assolutizzare, facciamo di tutta l’erba un fascio. Quella parola mai, che il figlio maggiore pronuncia per lamentarsi di un presunto trattamento ingiusto, è indice di quel processo di distruzione totalizzante proprio della rabbia. Forse sarà effettivamente capitato che qualche volta non ci sia stato il vitello, ma il figlio maggiore rilegge tutta la sua storia di relazione con il padre come una storia di mancanza e ingiustizia.

Il padre lo invita a rientrare nella casa/relazione e a guardare come stanno veramente le cose. Solo così può riscoprire il cuore del padre e il volto autentico del fratello.

Non sappiamo però come sia terminata questa storia. La parabola costruita da Gesù è aporetica, resta aperta. È un invito per noi, nel nostro oggi, a deciderci. Ovunque ci troviamo nel percorso della nostra vita, quella porta resta aperta. Il cuore del padre ci aspetta. Possiamo decidere cosa farne. Ma siamo anche invitati, come il Padre, a non chiudere mai le porte a chi si è allontanato dalla relazione con noi, aspettando che prima o poi si decida a tornare.



Leggersi dentro

-          Ci sono percorsi di riconciliazione che oggi sei chiamato a costruire?

-          Cosa fai quando ti senti a disagio in una relazione?





P. Gaetano Piccolo S.I.
Compagnia di Gesù (Societas Iesu)

Fonte:http://www.clerus.va


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