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padre Gian Franco Scarpitta"Conversione segno dei tempi"

Conversione segno dei tempi
padre Gian Franco Scarpitta  

III Domenica di Quaresima (Anno C) (24/03/2019)

  Visualizza Lc 13,1-9
La vocazione di Mosè avvenuta nel singolare episodio del roveto che brucia senza essere consumato dalle fiamme ci induce a fare due considerazioni: innanzitutto, colui che chiama e orienta verso una determinata direzione è sempre Dio e solo dalla sua volontà e dai suoi disegni dipende il nostro avvenire e il realizzarsi delle nostre scelte, sia quelle a breve scadenza sia quelle a lungo termine come le vocazioni a un determinato stile di vita o a una missione. Dalla scelta libera e incondizionata di Dio dipende anche la stessa elezione delle persone. L'episodio di cui Esodo 3, 14 ci ragguaglia del fatto che le procedure con cui il Signore sceglie e invia del sono ben differenti dai nostri criteri di selezione: non occorre essere dotati di particolari virtù o prerogative, non servono titoli di studio, competenze tecniche o intellettuali né esperienza consolidata perché quando Dio nella sua libertà sceglie una determinata persona per un ruolo peculiare, non manca di attrezzarlo convenientemente allo scopo e in ogni caso qualsiasi chiamata risponde semplicemente al su deliberato volere. Non per aver avuto particolari carismi o grandi doti di sapienza e di elucubrazione, Mosè viene scelto accanto ad Aronne per intercedere presso il faraone a favore degli Ebrei ridotti in schiavitù. Mosè è un semplicissimo esule che è fuggito alle ire vendicative per aver colpito a morte un Egiziano e l'unica attività di cui si occupa è la pastura del gregge del suocero Ietro. Non ha facoltà intellettuali e anche per questo si considera indegno di un compito così delicato che a giudizio di qualsiasi essere umano dotato di buon senso sarebbe stato di competenza di persone distinte, dotte e raffinate; ciononostante Dio sceglie proprio lui e solo a lui riserva un trattamento talmente confidenziale da fargli superare qualsiasi perplessità e da renderlo sicuro del ruolo che sta per svolgere: sarà lui stesso a mettere in bocca a lui e ad Aronne le parole che dovrà pronunciare al faraone e seppure questi sarà molto ostinato e refrattario nel favorire il popolo, alla fine si arrenderà e la missione di Mosè si rivelerà più che fruttuosa. I risultati appartengono a Colui che è padrone della nostra storia e che guida tutti gli eventi. Noi siamo strumenti fondamentalmente inutili, eppure siamo da lui resi oggetto di fiducia.

In secondo luogo, la chiamata divina interessa non soltanto la dimensione di scelta vocazionale permanente, ma giorno per giorno siamo invitati a rispondere a una chiamata, poiché ogni circostanza del vissuto costituisce di fatto un luogo di chiamata vocazionale. E direi che a prescindere da tutto noi siamo chiamati ad essere perfetti come perfetto è il Padre che è nei cieli. La santità è la vera vocazione universale imprescindibile ed essa si da' non senza la risposta al divino appello di conversione, che riguarda tutti e ciascuno in ogni circostanza. Convertirsi, cioè aderire alla chiamata alla piena comunione con Dio e alla vita piena e realizzata, è invito che viene rivolto a tutti indistintamente e senza riserve e che non può essere disatteso. Convertirsi e mirare alla perfezione è irrinunciabile per la nostra salvezza escatologica ma anche per la stessa impostazione del vissuto terreno, quali uomini in mezzo ad altri uomini.

Gli interlocutori di Gesù, nel presente brano evangelico, parlano di due episodi scabrosi e inauditi, uno di efferata violenza, l'altro sciagura. Potremmo paragonarli rispettivamente all'11 Settembre e al ponte Morandi di Genova dei nostri tempi. Durante un pellegrinaggio di un gruppo di Galilei, presumibilmente nella data della Pasqua ebraica, Pilato aveva fatto massacrare questi mente offrivano i sacrifici rituali e il crollo della torre di Siloe sud di Gerusalemme aveva provocato la morte di 18 persone. La domanda posta a Gesù era la seguente: quali colpe avevano commesso le vittime di ambedue i tragici episodi per meritare una condanna così infame? Poiché infatti vi era una certa mentalità corrente per la quale eccidi e rovinose stragi erano la conseguenza di misfatti commessi dagli stessi interessati o da qualche loro progenitore. Gesù supera una certa concezione, così come a proposito del cieco nato: non necessariamente ma morte tragica è connessa a una colpa e non occorre lasciarsi fuorviare da simili mentalità pregiudizievoli. Le disgrazie sono sempre un mistero, non possiamo affermare che Dio se ne compiaccia ed assurdo pensare che proprio Lui si diverta a procurarcele ma quando avvengono hanno sempre una loro finalità che scopriamo solo in un secondo momento, a parte quella del configurarsi del dolore con la croce dello stesso Signore. Dio permette determinati fatti aberranti per trarne un risultato misterioso di gloria, a noi nascosto eppure certo e per il quale occorre coltivare maggiormente la nostra fede, incrollabile e solida.

Entrami gli episodi del resto ci invitano a guardare i “segni dei tempi” con obiettività senza pregiudizi, per esempio a cogliere l'invito universale a convertirsi: nessuna di quelle vittime era più peccatrice e meritoria di condanna di tutti gli altri, piuttosto “se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. Il perire non si riferisce alla morte fisica, ma al deterioramento spirituale, alla disfatta e alla perdizione in cui ci si imbatte nella mancata comunione con Dio. Occorre mutare i nostri rapporti affinché possiamo scegliere la vita in luogo della morte man mano che procede il nostro itinerario terreno, trasformarci e rinnovare il cuore e renderlo umile e generoso, capace di opere significative per noi stessi e per gli altri. Di fronte alle sciagure del tipo appena descritto, insomma, occorre non restare cinici e indifferenti, ma tentare di lasciarci “convertire”dal messaggio divino che essi racchiudono.

La conversione è certamente un processo graduale che vuole i suoi tempi e che conosce ostacoli e non di rado negligenze nel suo percorso. Fortunatamente Dio nei nostri confronti si atteggia come il padrone di un campo che a ragione potrebbe estirpare un fico sterile che inutilmente ne sfrutta il terreno eppure ha pazienza e non si stanca di aspettare che rechi frutto, nonostante l'evidenza della sua sterilità. Si tratta di un atteggiamento ridicolo e illogico considerando il pensiero propriamente mondano, ma come si è detto in apertura i criteri di scelta da parte di Dio sono ben differenti rispetto ai nostri e allora possiamo interpretarlo semplicemente nei termini di amore e di misericordia che rendono possibile anche ciò che per noi è inimmaginabile. Papa Francesco: “Dio dona forza alla nostra debolezza, ricchezza alla nostra povertà, conversione e perdono al nostro peccato.” E questo fa si che possa aspettare ad oltranza.

Fonte:www.qumran2.net/



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