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p. Gaetano Piccolo SJ, "Chiusi dentro"

II Domenica di Pasqua - Anno C
At 5, 12-16; Sal 117; Ap 1, 9-11.12-13.17.19; Gv 20, 19-31.
Congregatio pro Clericis


Cum Rex ille fortissimus,

mortis confractis viribus,

Pede conculcans tartara,

Solvit catena miseros.

Dall’Inno delle lodi del tempo di Pasqua



Chiusi dentro

I fallimenti della vita, le delusioni, il rancore piano piano chiudono le porte del nostro cuore. Congeliamo i nostri sentimenti per non soffrire più. Avremmo preferito che le cose fossero andate diversamente. Persino Dio non risponde sempre alle nostre aspettative. E allora potremmo rinunciare vivere. Potremmo chiuderci dentro come in un sepolcro. Noi, a volte, ci mettiamo una pietra sopra e non vogliamo più saperne. Ma il Signore non si rassegna davanti ai nostri sepolcri e continua a spingere affinché quella pietra sia rimossa.



Come un sepolcro

Anche i discepoli sono delusi e rassegnati. La paura li ha bloccati, non riescono più a uscire dal loro dolore. Il sepolcro di Gesù è ormai aperto, ma loro non possono vederlo, perché il Cenacolo è chiuso. Il Cenacolo, il luogo della consegna di Gesù ai suoi amici, è diventato paradossalmente il negativo del sepolcro: questo è ormai aperto, mentre il cenacolo è chiuso. È come se, nonostante Gesù continuasse a rotolare le nostre pietre sepolcrali, noi continuassimo a cercare una tomba in cui restare chiusi dentro. E alcuni continuano a vivere così, trasformando la loro esistenza in un mausoleo in cui ritirarsi a piangere.



Dio non si rassegna

Il Cenacolo ha le porte chiuse, ma Gesù non si rassegna. Il Risorto entra nella nostra vita nonostante le nostre chiusure. In quel luogo di paura e di delusione che somiglia molto al nostro cuore, Gesù porta prima di tutto la pace. È il segno della sua presenza. Gesù si fa riconoscere, mostra ai discepoli i segni della sua passione. C’è una continuità in quella storia. Quella sofferenza non è stata inutile. È proprio questo riconoscimento che genera la gioia nel cuore dei discepoli. La gioia nasce quando riconosciamo le tracce della presenza di Dio anche nelle vicende faticose della vita.

Possiamo essere certi che questa gioia è il segno della presenza di Dio quando non ci lascia immobili, quando non restiamo fermi, quando non si spegne velocemente come l’esuberanza di una bibita gasata. I discepoli sono invitati a uscire e ad annunciare.



Un cammino progressivo

L’esperienza di Dio non si traduce automaticamente nel coraggio della sequela: otto giorni dopo le porte del cenacolo sono ancora chiuse. Si tratta di un cammino progressivo. Pazientemente Gesù ritorna e continua a farci sperimentare la sua presenza, fino a quando qualcosa si sblocca.

Nell’esperienza di fede c’è una comunicazione intima tra il Signore e i discepoli: Gesù soffia su di loro per comunicare la sua vita. Il suo Spirito entra in noi e ci rende audaci. Non saranno certo i nostri meriti che ci renderanno capaci di annunciare il Vangelo, ma la sua presenza in noi.

Anche in questo caso c’è un segno che ci permette di riconoscere il Signore: lo Spirito di Gesù è uno spirito di perdono. Non si può annunciare il Vangelo nel nome di Gesù quando non si è capaci di perdonare.



La responsabilità del credente

È difficile pretendere che gli altri credano nella presenza di Gesù in mezzo a noi quando noi stessi non siamo capaci di testimoniare la gioia e il perdono che sono i segni della presenza di Dio. Tommaso, probabilmente, si è trovato proprio in questa situazione, molto simile all’uomo di oggi che non riesce a credere nella presenza di Dio a causa della testimonianza di coloro che si presentano come suoi discepoli.

Tommaso è detto Didimo, cioè doppio o gemello, e proprio in tal senso ci somiglia. Potremmo dire che in qualche modo Tommaso è gemello di ogni discepolo, in lui possiamo rivedere la nostra stessa ambiguità. Tommaso è doppio perché un po’ crede, un po’ non crede. È doppio anche nella sua relazione con la comunità: un po’ è presente, un po’ se ne allontana. Non la testimonianza dei discepoli, ma solo un incontro personale con Gesù riesce a trasformare il suo cuore e a unificarlo.

In questo modo la comunità di ogni tempo è interpellata. Siamo richiamati alla nostra responsabilità. Il Risorto ci pone una questione drammatica: dovremo chiederci quanta responsabilità abbiamo nella nostra capacità di permettere all’uomo contemporaneo di vivere l’esperienza di Cristo attraverso di noi. Quanta responsabilità abbiamo nell’incredulità dell’uomo di oggi?

I racconti di Pasqua diventano così un invito a guardarci anche come comunità, per verificare in quali condizioni sono le porte del nostro cenacolo.



Leggersi dentro

-      Che cosa ci ha spinto a chiudere le porte del nostro cuore e cosa può aiutarci ad aprirle?

-      In questo momento della mia vita sono fermo o sto uscendo per annunciare il Vangelo?





P. Gaetano Piccolo S.I.

Compagnia di Gesù (Societas Iesu)

Fonte:http://www.clerus.va

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