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p. José María CASTILLO, "EGLI DOVEVA RISUSCITARE DAI MORTI"

PASQUA – 21 aprile 2019 - Commento al Vangelo
EGLI DOVEVA RISUSCITARE DAI MORTI

di p. José María CASTILLO

Gv 20, 1-9

II primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Nel racconto dell’ultimo dei vangeli, quello di Giovanni, la Passione e la Risurrezione costituiscono un’unità fin dal principio. Il racconto della passione non è mai stato trasmesso senza quello della Pasqua e viceversa (J. Zumstein). Il ricordo di Gesù unisce inseparabilmente sofferenza e gloria, fallimento e pienezza. Nella fede cristiana si uniscono e si fondono l’aspetto più doloroso e quello più felice. L’equilibrio della vita è l’equilibrio di queste due realtà, pilastri della nostra esistenza.
La domenica della Pasqua di Risurrezione è il giorno più importante dell’anno per noi cristiani, perché in questo giorno ricordiamo l’avvenimento determinante della nostra esistenza. La Risurrezione è l’offerta di senso più decisiva nelle nostre vite, perché il Risorto ci dice che la morte, il fallimento, la distruzione, nulla di questo, sebbene ne facciamo esperienza palpabile come cosa evidente e negativa, ha l’ultima parola nella totalità di quanto esiste o possa esistere. Malgrado tutto, ci sono la forza della vita, la pienezza della vita, la speranza di un’esistenza che saziano tutti i nostri aneliti, gioie e desideri di felicità.
Come è logico, nulla di ciò è evidente. Tutto ciò si sa, si attende e diventa possibile grazie alla fede. Poiché crediamo nel Signore della vita, per questo crediamo nel fatto che la morte non è la fine. Al contrario, la morte è l’inizio. Perché il momento della morte è il momento della trasformazione di una modalità di esistenza, sempre limitata e carica di sofferenze, ad un’altra modalità di esistenza, che soddisfa ogni possibile desiderio e ogni gioia, per quanto immaginaria ci possa sembrare.
Dato per assodato quanto detto, possiamo (e dobbiamo) affermare che per noi cristiani la Domenica della Pasqua di Risurrezione è la festa centrale, fondamentale e decisiva di tutto l’anno, perché è il giorno della speranza, il giorno che ci spalanca le porte del futuro. Vediamo con pessimismo questo mondo, la piega che vanno prendendo le cose, il futuro che ci attende. Ebbene, la cosa più di grande di questo giorno è che sta a significare questo: il nostro futuro è la pienezza della felicità.


Fonte:/www.ildialogo.org


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