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p. José María CASTILLO, "OTTO GIORNI DOPO VENNE GESU’"

II DOMENICA DI PASQUA – 28 aprile 2019 - Commento al Vangelo
OTTO GIORNI DOPO VENNE GESU’

di p. José María CASTILLO

Gv 20, 19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Il IV vangelo anticipa la Pentecoste così che il dono dello Spirito Santo è il frutto principale della morte e resurrezione di Gesù. Lo dice espressamente lo stesso evangelista: Gesù consegnò lo Spirito nel momento stesso della morte (Gv 19,30). E lo consegna di nuovo al momento della risurrezione (Gv 20,22). La sofferenza trasmette “spirito” e “Spirito”, perché dove ci sono esseri umani con spirito, in essi agisce lo Spirito di Dio. Inoltre questo vuole dire che lo Spirito è presente nella sofferenza e nella felicità.
Con lo Spirito Gesù dà il potere di “perdonare i peccati”. Lo concede “ai discepoli”, non dice “agli apostoli” o “ai Dodici”. Si riferisce alla comunità di quelli che lo seguivano, una comunità formata da uomini e donne. D’altra parte, Gesù non pone condizioni per il perdono. In ogni caso, in questo passo non si cita per nulla la confessione del penitente, che fu introdotta molti secoli più tardi. E si può porre la questione se la confessione orale al prete sia un dogma di fede o se sia un’imposizione autoritaria della Chiesa, che, come è stata imposta, si può modificare.
Il caso di Tommaso è fondamentale. Si tratta della relazione tra «vedere» e «credere». Tommaso vuole «vedere» e «toccare» (Gv 20,25). Quando Gesù appare per la seconda volta, significativamente il vangelo non presenta Tommaso che mette il dito nelle ferite di Gesù e che nemmeno le tocca. Per lui è stato sufficiente vederle per compiere l’atto di fede (Gv 20,28). Il IV vangelo stabilisce una relazione fondamentale tra «vedere» e «credere» (Gv 4,48; 6, 30.36; 9, 37-38; 11,40; 20, 8.27.29).
Cosa ha visto Tommaso? Ferite di sofferenza e di morte, ferite trasformate in umanità glorificata. Il giorno in cui noi cristiani viviamo in modo che la gente veda in noi credenti i segni della sofferenza per gli altri e l’umanità che genera la sofferenza accettata liberamente fino alla morte, in questo giorno la risposta sarà come quella di Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». E così sarà umanizzato questo mondo.

Fonte:www.ildialogo.org


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