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Battista Borsato, Pensare al cielo o alla terra?

VII°  Domenica  di Pasqua  Ascensione  del  Signore 


Pensare al cielo o alla terra?

Gesù disse loro: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”. Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
(Lc 24,46-53)

In questa festa dell’ascensione di Gesù al cielo, vorrei riflettere su due espressioni:  una presa dalla prima lettura (“Uomini di Galilea perché ve ne state a guardare il cielo?”) e l’altra  dal Vangelo (“Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”).

Uomini di Galilea perché ve ne state a guardare il cielo?”. Gesù sale in cielo. Certo, questa è un’immagine simbolica: Gesù lascia la terra, il mondo e si immerge nell’immenso mistero della Trinità. Gesù in termini inappropriati, ma significativi, riceve l’abbraccio del Padre.
Il Gesù che verso Betania si stacca dai discepoli e viene portato verso il cielo, ci può indurre a pensare che ciò che ha valore sia il cielo, la terra sarebbe una realtà da sopportare in vista del cielo. Quando, una volta, da ragazzi, si studiava il catechismo di San Pio X, si leggeva che la parte più importante dell’uomo è l’anima, perché essa non muore, mentre il corpo non è importante in quanto è destinato a morire. Ed è nata così una teologia e una cultura di disprezzo o di deprezzamento del corpo. La teologia cristiana si è impregnata di pessimismo corporeo e terreno. Meno si pensava al corpo e più si era credenti, come se il corpo non fosse stato creato da Dio e perciò non fosse una cosa buona.
E non soltanto c’era la disistima nei riguardi del corpo, ma anche nei riguardi della terra. Più ci si staccava dalla terra e ci si elevava verso il cielo, più si manifestava la fede. La fede e  la preghiera erano intese come l’elevarsi verso il cielo. Possiamo dire che l’immagine più proclamata e più stimata era quella del cielo, mentre quella meno apprezzata riguardava la terra. C’era, è c’è ancora, una preghiera liturgica che recita: “Insegnaci, Signore, a disprezzare le cose terrene e a valutare quelle celesti”.  I veri credenti o i veri cristiani erano i monaci che lasciando gli impegni terrestri si dedicavano alla preghiera, quindi al cielo. Ora viene la domanda: un cristiano che lascia il mondo per non inquinarsi e si dedica solo alla preghiera è un vero cristiano? È un cristiano secondo Gesù e nella scia del Vangelo? In questi ultimi tempi questa domanda ha inquietato non soltanto molti cristiani, ma i papi stessi, tra cui Paolo VI, il quale ha obbligato i monaci ad avere relazioni con la Chiesa e con il mondo.
Pensare alla terra, vivere con impegno sulla terra, è contro il messaggio di Gesù o è il modo più vero di viverlo?
Proprio nella prima lettura, di fronte al salire di Gesù, gli angeli si rivolgono ai presenti e dicono: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”.  Il rischio di guardare il cielo e non guardare la terra è sempre presente. C’è un bellissimo libro, anche se scritto con un linguaggio difficile, che ha questo titolo: “Una mistica dagli occhi aperti” del teologo tedesco Metz. Parla di una fede che ha occhi per vedere i bisogni, le ingiustizie, le sofferenze degli uomini e cerca di impegnarsi per trovare soluzioni. La fede non è evasione. Oggi c’è il problema spinoso dei profughi. Il Papa ha ricevuto il premio “Carlo Magno” per il suo impegno nella lotta contro le ingiustizie e le sofferenze e per l’integrazione dei profughi in Europa. La fede, più che guardare al cielo, è farsi carico della terra. Diceva Oscar Romero che i cristiani sono chiamati a far in modo che la terra diventi cielo.

“Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”. Vorrei accentuare le due parole: Gerusalemme e gioia. Gerusalemme era il centro religioso per eccellenza, qui dimoravano il sinedrio e le autorità religiose che avevano fatto uccidere Gesù. Quindi era un luogo rischioso, perché le idee di Gesù erano avversate, anzi, combattute con violenza. I seguaci di Gesù erano ritenuti dei pericolosi eretici, perché distruggevano le tradizioni religiose e mettevano in pericolo tutto l’impianto dottrinale e disciplinare della religione. Addirittura erano chiamati atei. Nonostante Gerusalemme fosse un luogo avverso e compromettente, i discepoli di Gesù ci vanno e ci vanno con gioia. Affrontano il pericolo, affrontano la paura. Perché vanno con gioia? Perché sono rassicurati dalla presenza di Gesù o meglio dalla sua benedizione. È bellissima e confortante l’espressione: “li benedisse”. La benedizione di Gesù è un aiuto a non aver paura, a credere in se stessi, a credere che non sono soli. La benedizione è un flusso di energia al di sopra di noi che ci incalza e ci sospinge. Nella Bibbia troviamo che Dio “benedì Adamo ed Eva e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”. La benedizione non è un giudizio o una condanna, ma una promessa di presenza, è una parola di fiducia, di spinta, di speranza. Anche Abramo è chiamato ad essere benedizione per tutti i popoli, anche Maria è chiamata “Benedetta”. C’è molto bene in te e anche in tutti gli uomini, anche nei nemici: occorre credere a questa presenza di bene.

Vivere con gioia. Occorre appropriarsi della gioia e vincere l’angoscia. L’angoscia sta penetrando insidiosamente l’animo delle persone e dei gruppi: essa è il nemico da abbattere. Il teologo Drewermann dice che la fede è la vittoria sulla propria angoscia, è un riconoscere che c’è un Padre che guida gli avvenimenti e strappa l’uomo dal suo sentirsi solo, dalla vertigine del caos e dalla paura del futuro.
Proprio perché viviamo in una società senza padre e senza padri nasce l’angoscia. E quando si è presi dall’angoscia ci si chiude e non si lotta più. Solo la liberazione da questo stato d’animo restituisce fervore di impegno e freschezza alle relazioni umane.
I discepoli nell’ascensione di Gesù hanno scoperto la presenza di un Padre che si è preso cura del figlio, quindi anche di tutti gli uomini. Ha dischiuso il loro animo alla fiducia e alla speranza espresse con le parole “tornarono a Gerusalemme con grande gioia”.

Due piccoli impegni:

- Sentirsi responsabili della terra.
- La gioia è una forza che vince la paura. 


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