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Battista Borsato, "Seguire più che ubbidire"

IV° DOMENICA  di  PASQUA  

Seguire più che ubbidire

In quel tempo Gesù disse: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola.
(Gv 10,27-30)

Come si vede il Vangelo di quest’oggi è formato da pochi versetti e in più, questi versetti, sembrano così lineari e trasparenti da non contenere né stimolanti suggerimenti né, tanto meno, fresche provocazioni. Invece queste ci sono, e anche incalzanti. Tentiamo di scoprirle.

“Le mie pecore ascoltano la mia voce”. Nel linguaggio simbolico di Giovanni le “pecore” indicano le persone, anzi coloro che hanno scelto di seguire Gesù, di essere suoi discepoli. Quando uno è un discepolo? Quando ascolta la sua voce. Il credente o, meglio, il discepolo è uno che innanzitutto ascolta, cioè si mette in ascolto. Anche nella famosa preghiera mattutina detta lo “shemà” il credente ebreo recitava: “Ascolta Israele il tuo Dio”. A Salomone stesso, appena eletto re, Dio ha chiesto che cosa volesse da Lui e Salomone ha detto: “Donami un cuore che ascolta”. E Dio rimane incantato: ”Poiché non hai chiesto né lunga vita, né ricchezza, né vittoria sui nemici, tutto questo ti darò insieme ad un cuore che ascolta” (cfr. Re 3,5-14).
Ascoltare è il primo servizio da rendere a Dio, ma anche da rendere ad una persona. Ascoltare qualcuno è già dirgli: tu esisti, tu sei importante. Ascoltare è amare. Una persona si sente amata quando si sente ascoltata.
Ma per essere discepolo di Gesù non basta ascoltare, occorre ascoltare “la sua voce”. Qui Giovanni palesa la sua polemica nei riguardi dei farisei o meglio della religione giudaica. I giudei non ascoltavano la voce di Dio, ma la propria voce, le proprie idee. Essi presumevano di conoscere Dio e quindi non potevano essere persone in suo ascolto. E siccome Gesù presentava un Dio che non corrispondeva alle loro idee, lo avevano arrogantemente rifiutato: non erano disponibili a modificare le loro idee o a metterle in discussione. Erano chiusi nelle loro indiscutibili convinzioni.
Gesù invece era diverso, anzi si presentava come il diverso: amava la libertà e la gioia, si accompagnava ai peccatori, difendeva la povera gente, predicava un Dio che faceva sorgere il suo sole sugli ingiusti e sui giusti, il suo seguito era formato anche da donne, predicava la misericordia verso i peccatori e le prostitute, aveva l’ardire di rimproverare addirittura le autorità religiose, perché erano più attente ai loro interessi ideologici ed economici che alla vita spirituale. Gesù insomma non corrispondeva alle loro idee su Dio e allora, anziché  mettersi in questione e porsi in ascolto di una voce diversa, l’hanno rifiutato e giudicato come eretico.
Spesso non siamo anche noi così fissi nelle nostre convinzioni religiose da non offrire più nessuno spazio a Dio di parlare? Non siamo sordi a voci che ci possono disturbare, ma nelle quali Dio invia i suoi appelli? Dio parla più nelle voci irregolari che in quelle regolari. Non si incontrano anche oggi credenti e cristiani che si oppongono ostinatamente a Papa Francesco, perché espone pensieri nuovi e offre nuove interpretazioni della Parola di Dio? Per saper ascoltare bisogna prima dubitare delle proprie idee!

“Nessuno strapperà le mie pecore dalla mia mano”. Questa espressione viene raddoppiata con l’altra “nessuno può strapparle”. Dentro c’è l'invito a vincere ogni forma di paura e di desolazione. Qui senz’altro Gesù prevedeva che essere suoi discepoli comportasse momenti difficili. Vivere la proposta di Gesù è abbracciare una vita pericolosa, una vita di contrasti, oggi si dice una vita alternativa. Oscar Romero, per fare un esempio recente, per seguire Gesù ha subito l’opposizione e poi la morte. 
Il discepolo (se è un vero discepolo) è esposto spesse volte al dissenso e alla persecuzione, ma qui c’è la consolante promessa: “Nessuno lo strapperà dalla mia mano”. La mano è il segno dell’amore, della carezza e anche della forza. Essere nelle mani del Padre vuol dire essere amati, accarezzati da Dio, ma anche da Lui protetti. Qui si fonda la speranza: niente andrà perduto, tutto avrà un esito positivo. Sentirsi avvolti dall’amore di Dio non vuol dire essere preservati da difficoltà e disagi, ma essere consapevoli che le avversità, nella logica di Dio, si trasformeranno in grazia.

“Io le conosco ed esse mi seguono”. Nella Bibbia il verbo conoscere non ha tanto una valenza intellettuale ma affettiva. Tra i discepoli e Gesù corre una relazione d’amore che non esclude il conoscere: l’amore esige intelligenza, ma viene prima dell’intelligenza!  Interessante però è il verbo “mi seguono”. Non si dice “mi ubbidiscono”. Il verbo seguire indica il cercare, il camminare. I credenti in Gesù non sono chiamati tanto a ubbidire a Gesù, ma a seguirlo per vivere un progetto secondo i propri carismi, le proprie sensibilità. Gesù non vuole “ubbidienti passivi”, ma discepoli che inventano, che cercano, che scoprono nuovi modi di vivere la fede e la chiesa.
Seguire Gesù non è ripetere i suoi insegnamenti, i suoi gesti, ma è un lasciarsi avvolgere dal suo Spirito per inventare cose nuove. Gesù stesso ha detto: “Voi farete cose più grandi di me” (Gv 14,12).
Qualcuno ancora oggi si scandalizza perché la chiesa cambia. Essa invece è un popolo in incessante cammino alla ricerca del pensiero di Gesù e anche della scoperta del modo di tradurlo nel nostro tempo. “Noi non siamo nati per fare il già fatto, bensì quello da fare”  (Buber). La fede è una proposta itinerante.

Due piccoli impegni:

- Ascoltare è il modo vero di amare.
- Seguire è più che ubbidire.


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