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CLARISSE DI VIA VITELLIA,COMMENTO "ASCENSIONE DEL SIGNORE"


Commento su Luca 24,46-53
Ascensione del Signore (Anno C) 

Vangelo: Lc 24,46-53 
COMMENTO ALLE LETTURE
Commento a cura delle Clarisse di Via Vitellia

Siamo arrivati oggi alle ultime battute del tempo di Pasqua: Gesù si è mostrato agli apostoli vivo in
questi quaranta giorni, dando ad essi ripetutamente prova della sua presenza, spiegando loro ampiamente il mistero del Regno, quel Regno che non è di questo mondo (cf. Gv 18,26). Oggi ancora una volta essi sono seduti a tavola con lui: a tavola con il Risorto! Esperienza di grazia veramente insolita e inaudita, a cui però sono ormai avvezzi, dopo questi 40 giorni, al punto che il dialogo è familiare, quotidiano.
In questo contesto Gesù raccomanda loro di restare a Gerusalemme, di attendere lì la venuta di Colui che il Padre ha promesso: sa che può sorgere negli apostoli la tentazione di allontanarsi, di disperdersi, mentre invece è bene che restino uniti, insieme alla Madre, per ricevere il dono dello Spirito. Solo dopo potranno, anzi, a quel punto dovranno, spinti dalla potenza che viene dall'alto, andare ad annunciare a tutte le genti, "fino ai confini della terra", la salvezza assicurata a tutti i popoli, in Cristo Gesù, morto e risorto per ogni uomo.
Ed ecco allora la domanda degli apostoli: "Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno d'Israele?". Fa sorridere quanto chiedono, pensando a ciò di cui sono stati e sono testimoni gli apostoli. Hanno visto il Signore morire tra i dolori più strazianti sulla croce, l'hanno poi riconosciuto vivo, il suo corpo glorioso ancora segnato dalle ferite dei chiodi, conferma sicura, silenziosa ma eloquente indicazione di cammino per i secoli futuri: la via della gloria è la via della croce, non ve n'è altra, croce e gloria sono indissolubilmente legate. Se lo sono nella stessa carne del Figlio di Dio, lo dovranno essere in quella dei discepoli, perché "un discepolo non è da più del maestro" (Mt 10,24). Eppure questa lezione fatica ad entrare nella mente dei suoi, che ancora attendono un trionfo secondo le categorie umane: "la ricostituzione del Regno d'Israele", la fine della dominazione romana, la libertà dalla schiavitù... Nutrono ancora gli antichi sogni di gloria, quelli che li hanno portati a fuggire quando iniziava a profilarsi l'ombra cupa della passione del loro Signore, e a dubitare che tutto fosse stato una pura illusione.
Ora hanno avuto prova concreta di quanto tutto fosse invece assolutamente vero, di quanto più grande e definitiva è la vittoria riportata da Cristo, il cui Regno appunto non è di questo mondo (cf. Gv 18,26), ma è un Regno ben più grande, bello e definitivo, come intuisce il buon ladrone dall'alto della sua croce (cf. Lc 23,39-43), con quell'atto di fede che lo farà caro a generazioni e generazioni di credenti, che in lui vedono risolto il dramma della propria povertà e della propria debolezza nel vivere il vangelo. Eppure, nonostante le "molte prove" date da Gesù, ancora gli apostoli ragionano secondo una logica diversa, una logica mondana: tale e tanta è la fatica che impieghiamo a far entrare nella nostra vita, nella nostra carne, la logica del mistero pasquale, della morte per la vita, dell'umiliazione per la gloria! Per questo non sono ancora pronti per "andare", per questo devono "restare" e attendere: c'è ancora un movimento di conversione che devono compiere, impossibile all'uomo, possibile solo con la grazia e la forza dello Spirito.
A questo punto Gesù consegna loro le sue ultime parole prima di lasciarli: "Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra".
Detto questo, Gesù li lascia. Come dire: "Mi state chiedendo cose che non vi devono interessare, vedo che ancora non avete capito. Eppure vi ho spiegato tutto, non c'è più nulla da aggiungere, il mistero è rivelato. Ora dovrete fare solo la fatica di farlo entrare nella vita, nella carne; di penetrarlo sempre di più, per viverlo sempre di più. Ma per questo bisogna che venga lo Spirito, Lui ‘vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto' (Gv 14,26). Dunque ‘è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore' (Gv 16,7)".
In quella logica che non è di questo mondo, Gesù lascia spazio a Colui che deve venire dopo, non esita a ritirarsi quando vede che la sua missione è terminata e un Altro deve venire a portare a compimento l'opera della salvezza iniziata. Meraviglioso intreccio di ruoli all'interno dell'una e indivisa Trinità, sinergia perfetta per aiutare l'uomo a ritrovare la via del Cielo, "via nuova e vivente che Gesù stesso ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne", mostrandocela concretamente attraverso la sua vicenda terrena, che oggi conclude proprio spalancando le porte del cielo per noi.
Il cielo è la meta, ed è tra canti di gioia che il Signore ascende, perché ascende come re vittorioso, "per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore": per questo il clima di questa partenza è un clima di festa. Ed è talmente bello il momento che gli apostoli non riescono a distogliere lo sguardo da quel cielo che li attende luminoso. Devono intervenire gli angeli, fedeli guide e custodi del nostro cammino, a richiamarli alla realtà: "Perché state a guardare il cielo?". C'è una missione da compiere sulla terra, bisogna predicare a tutti gli uomini il Nome santo di Gesù, esserne testimoni, per la forza e la grazia dello Spirito. Da qui e così si comincia a percorrere la via del Cielo, le cui porte già sono spalancate e ci attendono: una via di luce, anche se ancora bagnata dal sangue, sangue che è comunque ormai mescolato con quello di Gesù, per la salvezza del mondo.

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