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Don Marco Ceccarelli, Ascensione del Signore “C”

Ascensione del Signore “C” – 2 Giugno 2019 I Lettura: At 1,1-11 II Lettura: Eb 9,24-28; 10,19-23 Vangelo: Lc 24,46-53 Testi di riferimento: Sal 68,19; Sap 9,17; Mi 3,8; Mt 12,28-29; 21,21; 28,18-20; Lc 1,17; 1,35; 4,14; 10,17-20; Gv 3,35; 14,12-14.26; 15,26-27; 16,7; At 4,33; 5,32; 10,38; Rm 15,18-19; 1Cor 2,4-5; 2Cor 4,6-7; 12,9-10; Ef 1,18-23; 4,8; Fil 2,7; 4,13; Col 1,29; 1Ts 1,5; 2Tm 1,7; Eb 1,3; 7,26; 10,12 1.

L’ascensione di Gesù e la discesa dello Spirito. L’ascensione al cielo di Cristo è strettamente connessa con l’invio dello Spirito sui discepoli. Gesù aveva detto che dal momento che se ne fosse andato avrebbe inviato su di loro il Paraclito (Gv 16,7). Si capisce dunque come lo Spirito sia il dono per eccellenza e la fonte di tutti i doni. La venuta dello Spirito è superiore alla stessa presenza di Cristo in mezzo ai suoi. Questo perché con la Pentecoste la presenza di Gesù non sarà più soltanto in mezzo ai suoi, ma dentro di essi. Egli continua a vivere in loro per mezzo del suo Spirito (Gv 14,19). Ed è per questo che nel Vangelo odierno si afferma che, nonostante il distacco da Gesù, i discepoli rimangono in uno stato di grande gioia (Lc 24,52). L’esperienza degli apostoli dopo l’ascensione di Gesù non sarà quella di tristezza per una assenza, ma al contrario di gioia − e di zelo per la missione che da tale gioia deriva − per una presenza reale ed efficace. Il segno maggiore della vittoria di Gesù sulla morte, del suo essere vivo in eterno, presenza di Gesù in mezzo ai suoi, manifestata dalla “vitalità” soprannaturale della Chiesa. 2. Lo Spirito e la testimonianza. Il brano della prima lettura mostra come prima della discesa dello Spirito gli apostoli ancora non fossero ancora in grado di comprendere il senso dei discorsi di Cristo. Egli si ferma con loro quaranta giorni parlando di cose relative al regno di Dio (At 1,3), ma essi continuano ad aspettarsi una restaurazione del regno di Israele (At 1,6). Essi ragionano ancora secondo la carne, mostrando come l’uomo “psichico” (direbbe san Paolo) non sia in grado di comprendere le cose dello Spirito, perché esse diventano comprensibili solo per mezzo dello Spirito (1Cor 2,14). C’è un modo di giudicare la realtà “secondo la carne” (Gv 8,15), alla maniera umana (Mc 8,33), e c’è un modo di giudicarla secondo lo Spirito. È lo Spirito di sapienza che dà una conoscenza profonda di Dio e delle realtà concernenti il regno (Ef 1,17ss.). Le cose che il mondo non può conoscere «a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito» (1Cor 2,10). Sarà perciò soltanto a partire dalla Pentecoste che gli apostoli potranno capire quanto Gesù ha detto loro; come anche soltanto a partire dalla Pentecoste potranno cominciare a dare testimonianza di Gesù (Lc 24,49), benché già lo avessero visto risorto. Così lo Spirito Santo è colui che insegna e ricorda tutto ciò che Gesù ha detto (Gv 14,26), dando la possibilità di comprendere. Lo Spirito Santo è l’ermeneuta di Cristo e delle cose di Dio (Sap 9,17). Lo Spirito dà testimonianza riguardo a Gesù, cioè insegna la verità riguardo a lui (Gv 15,26); per questo gli apostoli potranno dare a loro volta testimonianza riguardo a Gesù (Gv 15,27). 3. Il potere dello Spirito. Lo Spirito Santo viene spesso qualificato come una “potenza” dall’alto (vedi letture e testi di riferimento). Ma quale tipo di potenza? Il tema fondamentale della festa dell’ascensione è quello della intronizzazione alla destra di Dio del Figlio risorto. Nell’ascensione si realizza quanto descritto nel Sal 110,1: «Dice il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra affinché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi». Cristo viene assunto in cielo e intronizzato alla destra del Padre, il quale ha posto sotto di lui i suoi nemici (Ef 1,20-22). Nell’ascensione al cielo di Cristo si manifesta il suo potere universale (Mt 28,18). Ma questo potere lo ha ricevuto per trasmetterlo. Salendo al cielo ha distribuito doni agli uomini (Sal 68,19; Ef 4,8-10). Il dono per eccellenza è lo Spirito Santo. È Lui la “potenza” che gli apostoli devono ricevere in Gerusalemme (Lc 24,49; At 1,8). Con Lui il potere di Cristo viene donato agli uomini. Si tratta della potenza della risurrezione di Gesù (Fil 3,10) che si manifesta nella vittoria sul peccato e sulla paura della morte. La trasformazione che lo Spirito opera negli apostoli testimonia dell’efficacia del potere di Cristo in loro. Allo stesso modo ogni credente in Cristo può ricevere la forza dello Spirito Santo che gli permette di vivere in una forma “soprannaturale”, e di dare testimonianza a Cristo. Per la forza dello Spirito veniamo liberati dalle forze che ci tengono schiavi del peccato. Per quanto debole e peccatore, il cristiano, partecipando al potere di Cristo, è in grado di vivere una vita “soprannaturale” e dire con san Paolo «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). 4. L’ascensione e il perdono dei peccati (cfr. seconda lettura). Cristo è il Sommo sacerdote che entrando nel vero santuario, il cielo, offre se stesso in remissione dei peccati (Eb 9,26). Egli ha annullato il peccato una volta per sempre e in forma reale, non simbolica. L’ascensione di Cristo è il compimento dell’opera della redenzione, della liberazione dal peccato; essa ci dice che ognuno di noi può ricevere quella liberazione dal peccato che non era possibile ottenere tramite i sacrifici antichi. Cristo risorto siede alla destra del Padre come Signore universale, con potere cioè di sottomettere a sé ogni cosa. Non c’è nulla su cui Cristo non abbia potere (Mt 28,18), e non c’è peccato da cui Cristo non possa liberare. Per questo la festa di oggi ci chiama a guardare in alto, là dove siede Cristo alla destra del Padre (Col 3,1); ci chiama a non venir meno nella speranza di raggiungere il nostro capo, lì dove ci ha preceduto. Niente infatti ci può più impedire di conseguire quella salvezza che Cristo ci ha ottenuto con il suo sangue. Egli, pastore grande delle pecore, in virtù del suo sangue (Eb 13,20) ci condurrà lì dove lui è (cfr. 1Pt 5,20). 5. L’ascensione di Cristo al cielo è il sigillo della sua vittoria sulla morte. Cristo non è tornato al sepolcro, ma continua a vivere in cielo. Non è come l’ascensione di Elia o come quelle mitiche di altri personaggi antichi. L’ascensione di Gesù è il segno del suo trionfo definitivo su quella morte che egli non ha evitato, ma ha subito e ha vinto. I due uomini in bianco di At 1,10-11 fanno da interpreti di quanto gli apostoli stanno osservando: Cristo ritornerà; significa quindi che egli continua a vivere per sempre. Ciò è simile a quanto narrato in Lc 24,4-9. Anche qui due uomini in bianco interpretano alle donne quanto stanno osservando. Essi pongono una domanda che serve da introduzione all’affermazione successiva, che Cristo non è morto ma vivo. Da questo annuncio le donne sanno già da sole cosa devono fare. La stessa cosa per gli apostoli davanti all’ascensione. L’annuncio interpretativo dà loro la chiave per capire come devono agire. Se Cristo ha vinto la morte ora occorre ricevere da lui la sua vittoria e poi portarla agli uomini, in attesa del suo ritorno.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it


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