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Don Marco Ceccarelli, Commento IV Pasqua “C”


IV Pasqua “C” – 12 Maggio 2019
I Lettura: At 13,14.43-52
II Lettura: Ap 7,9.14-17
Vangelo: Gv 10,27-30
Testi di riferimento: Sal 23,1-5; 80,1; 81,11-12; 95,7; Sap 3,1; Is 25,8; 49,9-10; 53,6-7; Ger 3,15;
13,17; Mi 5,3; Zc 10,2; Mt 26,31; Mc 6,34; Lc 22,28-30; Gv 4,14; 7,37-38; 17,11-12; Rm 8,35-39;
1Pt 1,18-19; 2,25; Ap 2,26-28; 12,5.11; 21,6; 22,1-2.17

1. Prima lettura. In questo brano si descrive la prima esperienza missionaria di Paolo. Dopo aver
perseguitato i cristiani, ora Paolo si trova ad «annunziare la fede che un tempo voleva distruggere»
(Gal 1,23). E proprio facendo ciò finisce per trovarsi dalla parte dei perseguitati. Come Pietro e gli
altri apostoli, anche Paolo, benché provenisse da una esperienza diversa, subisce la stessa sorte. La
persecuzione è parte costitutiva dell’annuncio del Vangelo (Mt 10,16ss.). Non è tanto questo o quel
cristiano ad attirarsi l’ostilità, ma il messaggio che lui incarna; e tale messaggio è Cristo stesso. Il
mondo nei cristiani odia Cristo (Gv 15,18-21). E come Cristo ha incarnato la figura del Servo del
Signore che ha portato la luce alle nazioni (Is 42,6; 49,6), così ora deve fare la Chiesa (At 13,47).
Per questo, nonostante il rifiuto, «i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo», perché non c’è
gioia più grande per un cristiano che assomigliare a Cristo. E perché tutto l’odio del mondo non può
separarlo dall’unione con Cristo: «Nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16,23).
2. Il pastore. La quarta domenica di pasqua è dedicata alla tematica del pastore; una tematica, appunto, fortemente pasquale. Il popolo d’Israele infatti ha fatto l’esperienza di un Dio che si è fatto
loro pastore nell’Esodo, quando li ha condotti attraverso il deserto alla terra promessa, nutrendoli
anche dove non c’era cibo né acqua. Il compito di Jahvè-pastore è quello di “fare strada”, di andare
avanti al popolo per introdurlo nel riposo della terra, dove Israele avrà abbondanza di tutto. Si segue
il pastore quando si ascolta la sua voce, quando si obbedisce a lui e ci si lascia portare per le vie che
lui percorre. L’obbedienza alla voce del pastore è espressione di reciproca appartenenza; le pecore
sono del pastore, e costui è realmente il loro pastore, nella misura che lo ascoltano e lo seguono.
Questo è il senso di Sal 95,7: «Lui è il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo e il gregge della
sua mano, oggi, se ascoltate la sua voce». Ciò che Jahvè era per Israele Cristo lo è per i cristiani.
Lui è il pastore che ci introduce nella comunione con Dio e che ci sfama con il vero cibo celeste.
Seguendo lui, ascoltando la sua voce, possiamo entrare nel riposo eterno. Lui conosce le sue pecore
ed esse lo ascoltano, di modo che fra lui e loro esiste una mutua appartenenza.
3. Seconda lettura: l’agnello è il pastore.
- In questo brano si parla del nuovo e definitivo esodo, del cammino verso la terra promessa della
comunione con Dio, dopo la pasqua realizzata da Cristo. Lui è l’agnello pasquale, è colui che si è
acquistato con il suo sangue un popolo di redenti da ogni nazione (Ap 5,9). Chi è stato riscattato dal
sangue dell’Agnello è uscito dall’Egitto – dalla “grande tribolazione” (Ap 7,14; cfr. Dt 4,20; 1Re
8,51) – non è più schiavo del Faraone, cioè del demonio e del peccato, ma appartiene a Dio (vesti
bianche) e Lo serve giorno e notte, cioè in forma ininterrotta. Come Dio aveva fatto nel deserto per
Israele, l’agnello pasce il popolo dei redenti (e lo fa in modo che ogni loro desiderio di sazietà è
completamente soddisfatto) e li protegge dal calore del sole. La meta finale è la comunione celeste
con Dio, è lo stare presso il trono di Dio (Ap 7,15). Ma tale comunione i redenti già la vivono durante il loro pellegrinare, durante il loro cammino alla sequela dell’Agnello.
- Cristo ha “fatto strada” (odegeo: v. 17) come un “agnello” immolato che però è vivo (Ap 5,6).
Egli ha mostrato che il cammino verso Dio, verso le fonti di acqua viva, verso la salvezza, passa
dalla croce. Ma passando dalla croce egli ha aperto la strada attraverso la morte. Da questo momento, seguendo l’agnello pasquale, la morte si può attraversare. Egli si è fatto Pasqua, cioè agnello
immolato (1Cor 5,7), che opera il passaggio dalla schiavitù alle proprie passioni, al servizio di Dio e
dei fratelli. Così oggi il Pastore in realtà è un agnello, ed è seguendo questo agnello che si può imparare ad essere pastori. Questo agnello ha dato il suo sangue (Ap 5,6; 1Pt 1,19) perché le sue pecore possano ricevere la vita eterna (Gv 10,28).
4. Il Vangelo.
- Il brano odierno di Vangelo continua in qualche modo la tematica della domenica scorsa. Lì Cristo
ha ordinato a Pietro di pascere le sue pecore; poi gli ha detto “seguimi”. In effetti il pastore va avanti, “fa strada”. Però Pietro, in quanto pastore, deve seguire Cristo: 1) perché in realtà il vero pastore
è sempre Gesù; 2) perché solo se si segue Cristo, se si è parte del suo gregge, se ci si lascia pascere
da lui, si può imparare a pascere gli altri.
- «Nessuno le rapirà dalla mia mano» (Gv 10,28). Il rapporto fra Cristo-pastore e il discepolopecora non consiste semplicemente in una sequela esteriore, in un adempimento formale di questo o
quel precetto. Si tratta invece di un’unione che si instaura fra i due, una comunione così profonda da
diventare pressoché inviolabile. L’unione con Cristo non è un’armatura che protegge dalle problematiche della vita quotidiana. Non esenta dalle sofferenze, dalle croci, dalle tribolazioni. Non ci dispensa neppure dalla morte. Ma ci dà la garanzia che niente ci può separare da Cristo. Al contrario
di chi si affida a dei mercenari che non hanno a cuore le pecore (Gv 10,12), chi appartiene a Cristo
non vai mai perduto perché nulla può rapirlo dalle sue mani, nemmeno la morte. Perché le sue mani
sono quelle del Padre che è più grande di tutti (Gv 10,29). Se appartengo a lui nessun potere al
mondo mi strapperà via, perché lui è più forte di ogni potere: «Chi ci separerà dunque dall’amore di
Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? …
Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore»
(Rm 8,35-39). Così l’unione con Cristo è l’unica cosa che mi devo preoccupare di custodire. Tutto
il resto comunque lo perderò. Ma se sono in lui, se sono nelle sue mani, nulla e nessuno mi potrà
veramente danneggiare; di nulla e di nessuno mi devo veramente preoccupare (Mt 10,28): «Anche
se cammino in una valle oscura non temerò alcun male, perché tu sei con me» (Sal 23,4). La vita
eterna che Cristo ci dona ci permette di «non perire in eterno» (Gv 10,28).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it


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