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DON PaoloScquizzato, OMELIA III domenica del Tempo di Pasqua.

OMELIA III domenica del Tempo di Pasqua. Anno C

«Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo ealtri due discepoli.
Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù.
Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No».
Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci.
Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore.
Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce.
Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie
pecore».
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi» (Gv 21, 1-19).
«Mi ami più di costoro?» domanda Gesù per tre volte a Simon Pietro, dopo la risurrezione.
Che Pietro comprenda che il suo triplice rinnegamento consumato solo alcuni giorni prima è motivo di gioia, feritoia attraverso cui è passato il dono dell’amore che risana, e non motivo di frustrazione e dolore. La nostra miseria, la nostra infedeltà, il nostro peccato non saranno mai impedimenti ad amare Dio, ma piuttosto possibilità d’essere amati da lui. La misericordia si manifesta massimamente nella più grande miseria.
«Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5, 20). Il cristianesimo non è questione di fare memoria del male compiuto, magari accusandoci di ‘non averlo amato abbastanza’, ma fare esperienza di un Amore che si rivela, abbraccia e recupera proprio nel limite del male, e questa esperienza sarà ciò che permetterà di amarlo di più. Non ciò che io compio o non compio nei confronti di Dio, ma ciò che lui compie nei miei confronti, soprattutto quando sono più fragile e lontano, è la
bella notizia evangelica. Amerà più Dio chi si sentirà maggiormente perdonato da lui (cfr. Lc 7, 36-50). Il nostro peccato è la misura della sua misericordia, e quindi la parte del nostro vangelo.
Gesù in questo brano investe Pietro di autorità, gli concede il cosiddetto ‘primato petrino’: nasce il primo Papa della storia della Chiesa. Ma occorre comprendere bene qual è il significato di questo primato. Non essere il primo sugli altri, non esercitare un potere a scapito dei sudditi, non giudicare, non condannare… ma semplicemente:
essere nella Chiesa testimone di ciò che si è sperimentato di Dio nella propria vita, nella propria carne, ossia che il Dio di Gesù Cristo è solo perdono, misericordia e amore. Pietro, al termine della sua esperienza col Gesù di Nazaret, ha finalmente
imparato che si conoscerà Dio solo sperimentando nella propria carne il suo amore nell’inimicizia, il suo perdono nell’imperdonabilità e la sua misericordia nella miseria.
Questo dovrebbe essere l’unico compito del Papa e di conseguenza della Chiesa intera.

Testimoniare l’Amore, a patto che prima se ne sia fatta esperienza nella propria carne; essere immagine del Dio-Amore nella storia quotidiana degli uomini. Allora il mondo forse comincerà a credere in Dio perché finalmente crederà all’amore. Il mondo crederà in Dio non perché proclamato da una schiera di venditori di dottrine spacciate per Verità, ma perché incarnato, reso presente in uomini e donne credibili che hanno fatto della loro vita un faticoso tentativo di amore, perdono e misericordia.

Fonte:www.paoloscquizzato.it


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