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FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio V Domenica di Pasqua

V Domenica di Pasqua
 Lun, 13 Mag 19  Lectio Divina - Anno C

Per capire il brano odierno bisogna innanzitutto ricordare il contesto in cui ci troviamo: Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli e con questo gesto ha annunciato la sua passione e l’ha interpretata; ha spiegato ai suoi discepoli che quello che stava per succedere, cioè il cammino del calvario e della croce, era una sua scelta di servizio. Con quel gesto Gesù sceglieva di farsi servo dei suoi servi, dei suoi discepoli.

Poi, dopo la lavanda dei piedi, Gesù siede a tavola e annuncia il tradimento di Giuda, il quale esce dal cenacolo e il Vangelo di Giovanni dice: “Ed era notte” (Gv 13,30). Uscito Giuda dal cenacolo, Gesù incomincia a ricordare e a proclamare “la glorificazione di Dio: ora Dio è glorificato, e anche lui, il Figlio, è glorificato” (Gv 13,31); il momento che sta per accadere è la rivelazione del mistero di Dio e della missione di Gesù.

v.31: Dopo l’uscita di Giuda dal Cenacolo. Gesù dice: “Ora è il momento della gloria”, “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato”: perché questo passato? Deve ancora accadere tutto. In realtà tutto è già accaduto nella decisione del cuore di Gesù.

È lo stesso rapporto che c’è tra l’ultima cena e la passione. Ciò che accadrà è solo la manifestazione esterna dell’atto supremo di obbedienza che Gesù ha già celebrato. Gesù è la suprema obbedienza, anche di fronte all’abbandono, di fronte alla morte.

Dio è stato glorificato nel Figlio e Dio glorificherà il Figlio subito: ma quello che succede è la morte. In Giovanni, però, c’è coincidenza tra morte e risurrezione.

Poi si inaugura un tempo intermedio (la parte di versetto 31 mancante: “voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io, voi non potete venire”.

Tutto è già fatto, ma i discepoli si trovano in una situazione intermedia, una situazione di separazione, che avverrà presto e che sarà irrinunciabile e da accettare. In questa situazione intermedia, provvisoria, ma che non si sa quanto durerà, viene dato il comandamento nuovo.

Il distacco non significherà per i discepoli il vuoto o l’abbandono o la solitudine. Gesù dà loro qualcosa che li aiuti a vivere anche nella lontananza apparente del Signore e quello che dà loro è un comandamento.

È strano che, perdendo la presenza di Gesù, i discepoli debbano vivere con questo comandamento, come se il comandamento dell’amore del prossimo sostituisse la presenza del Signore.

v.32: Se guardiamo la Pasqua del Signore con gli occhi della fede possiamo vedere la glorificazione di Dio, perché c’è finalmente un uomo che prende così sul serio la volontà di Dio da mettere in gioco la propria vita. E se c’era stato un uomo, Adamo, il quale per diventare come Dio aveva scelto la strada della disobbedienza e dell’affermazione di sé, finalmente c’è un uomo che sceglie invece la strada dell’obbedienza, dell’abbandono e della fiducia, che con il suo gesto, con il suo atteggiamento, vuole dire: Gesù proclama che Dio è credibile e può essere amato, e che in Dio si può avere fiducia.

È un Dio fedele e ricco di amore, tanto è fedele e ricco di amore che davanti a un Dio così si può mettere in gioco la vita, sicuri che questa vita non viene perduta, non viene buttata via, ma viene consegnata nelle sue mani paterne.

Allora un atteggiamento così, di obbedienza e di fiducia, rende gloria a Dio, manifesta la bellezza e la fidabilità di Dio.

Ma, dice san Giovanni, avviene anche l’atteggiamento reciproco. Cioè che Dio, il Padre, glorifica Gesù, lo glorifica nel mistero della Pasqua. Nel momento in cui Gesù percorre il suo cammino verso la croce, il Padre gli fa percorre il cammino verso la gloria, la risurrezione, la partecipazione alla vita divina, alla vita del Padre. Dunque, il Padre fa entrare Gesù nel mistero della sua stessa vita, e in questo modo lo glorifica.

v.34: In parte il comandamento dell’amore era conosciuto anche prima: era nel Libro del Levitico. Eppure, è un comandamento nuovo. Quel “nuovo” non significa solo che è recente, che è stato dato da poco tempo, ma vuole dire che è il comandamento escatologico. Escatologico significa: della fine dei tempi (Sir 48, 25).

La nostra vita si svolge nel tempo e il tempo è così fatto che ogni cosa, prima o poi, diventa vecchia, man mano che il tempo passa le cose inevitabilmente invecchiano. Ma, in quel tempo che deve venire – nel “tempo della fine” (Dn 12,4), nel tempo della “Gerusalemme celeste” (Eb 12,22), nel tempo “dei cieli nuovi e della terra nuova” (Is 66,22) – lì non si invecchia perché la vita diventa una partecipazione della vita di Dio, il quale è “l’antico dei giorni” (Dt 32,7), non invecchia.

Ebbene, il comandamento di Gesù è nuovo perché appartiene a quel tempo, appartiene al tempo della fine; non appartiene alla storia, altrimenti diventerebbe vecchio con il tempo; ma appartiene ai cieli nuovi e alla terra nuova, e non invecchierà mai.

Siccome Dio non invecchia, l’amore non invecchia, e siccome Dio non passa, l’amore non passa, proprio perché è la “stoffa” di cui è fatto Dio, l’amore sta davanti all’uomo e al credente come qualche cosa che è sempre da praticare. La misura dell’amore è il tutto, non ci sono misure, non è valutabile, quindi non si arriva mai in fondo alla realizzazione dell’amore, se non quando tutta la vita è donata.

Dunque, per questo il comandamento dell’amore non sta mai alle nostre spalle come qualche cosa che ormai abbiamo compiuto e superato, ma sta sempre davanti a noi come un impegno, una speranza da vivere.

Il “come” può essere considerato comparativo: “a somiglianza di…” e allora Gesù è il nostro modello e noi lo dobbiamo riprodurre. Se vogliamo imparare questo amore dobbiamo stare con gli occhi e con il cuore davanti a Gesù per guardarlo, amarlo, interiorizzarlo, perché la sua storia diventi la nostra storia. Ma c’è anche un significato causale, fondativo: “in base al fatto che” io vi ho amato. L’amore mio a voi non è solo modello, ma è causa, è fondamento del vostro amore.

Il fatto che Gesù abbia amato i discepoli fino al dono della vita è fondativo, perché cambia la condizione del mondo. In questo mondo nuovo questo è il comandamento che è reso possibile. Questo amore reciproco dei discepoli, fondato sull’amore di Gesù per loro, diventa rivelazione di Gesù.

C’è un amore istintivo che nasce spontaneo nel cuore dell’uomo. È l’amore che nasce dal bisogno: siccome l’uomo è bisognoso desidera quello che risponda o colmi il suo bisogno, che lo soddisfi. Quello che l’uomo desidera lo ama: ama quello di cui ha bisogno Ma quest’amore è l’amore che cerca il proprio arricchimento, il compimento delle proprie debolezze o povertà: è quell’amore che si esprime nell’attaccamento alle cose e alle persone.

C’è invece un altro tipo di amore che viene dalla rivelazione biblica, quell’amore di cui Giovanni scrive nella sua prima Lettera: “Dio è amore” (1Gv 4,8). Ma se Dio non ha bisogno di nulla e quindi non può desiderare nulla per sé come compimento delle proprie povertà, in che senso si può dire che ama?

È l’amore che gode nel donare, che cerca non la sua gioia ma la gioia dell’altro, non il compimento della sua vita ma la pienezza della vita dell’altro. Questo è l’amore che Gesù ha fatto entrare nel mondo. È un amore che nasce solo dal cuore di Dio ed è amore gratuito. Dove c’è questo amore, c’è qualcosa che viene da Dio, dall’amore eterno del Padre.

v.35: Il riferimento è all’Eucaristia, perché contiene tutto l’amore con cui il Signore ci ha amato – “come io vi ho amato” – e l’Eucaristia è questo: perché l’Eucaristia è “la vita di Cristo che diventa un pane spezzato”. Così “amatevi anche voi gli uni e gli altri”: questo è lo scopo dell’Eucaristia. Dall’Eucaristia dobbiamo uscire con una forza, un desiderio e un impegno di amore fraterno nuovi e rinnovati.

Così diventa possibile anche per noi seguire il Signore. Questa via dell’amore è troppo alta per l’uomo, per le capacità deboli e povere dell’uomo e non corrisponde al nostro egoismo istintivo, quindi è una via che non ci appartiene. Ma dopo che il Signore ha percorso questa via, e dopo averla percorsa per noi, allora diventa possibile anche a noi, anzi diventa il comandamento che il Signore ci dona.

Quando il Signore ci dà il comando di “amarci gli uni e gli altri”, non ci sta mettendo addosso un peso difficile da portare, ci sta donando una capacità nuova di vita. L’amore fraterno è comando perché innanzitutto è dono, il Signore ce lo chiede perché innanzitutto ce lo sta donando, e ce lo dona con il dono della sua vita; è la vita donata del Signore che mette dentro di noi il desiderio, il sogno, l’anelito all’amore fraterno, e ci mette in movimento in questo itinerario di crescita e di comunione fraterna.

Fonte:www.figliedellachiesa.org


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