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FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio VI Domenica di Pasqua

VI Domenica di Pasqua
 Lun, 20 Mag 19  Lectio Divina - Anno C

Siamo alla conclusione del primo discorso d’addio del vangelo di Giovanni. Gesù annuncia il suo commiato, riassume il senso della sua missione e prepara i discepoli all’impegno che li attende. Presentando la sua morte e risurrezione come un “viaggio”, Gesù anticipa che non sarà più in modo fisico presente tra i suoi.

Questo “viaggio” è necessario per compiere il disegno del Padre: introdurre l’umanità nella famiglia di Dio, nella vita trinitaria. Inoltre è un duplice ritorno: ritorno al Padre, da dove era venuto per incarnare il progetto del suo amore; ritorno tra i suoi, anzi “nei” suoi, in una presenza nuova che è quella dello Spirito.

Questi testi, anche se nel vangelo di Giovanni sono collocati prima della passione di Gesù, sono stati scritti dopo la sua risurrezione. Ed è proprio alla luce della Pasqua del Signore che noi dobbiamo leggere questi testi. Noi viviamo la dimensione di un Cristo glorioso, di un Gesù che ha già vinto la morte.

v.23: La prima cosa che lo Spirito Santo compie nella vita della chiesa è realizzare in lei la presenza del Signore. La presenza di Gesù permane in tutta la storia della chiesa. Nei discorsi che Gesù fa prima di morire annuncia loro il distacco. Il discepolo, tuttavia, non esiste senza Gesù; non è che semplicemente sta male o soffre o porta un peso di angoscia. No, un discepolo non può esistere al di fuori della presenza del Signore. Perché la definizione del discepolo è colui che sta e rimane dove rimane e abita Gesù.

La parola di Dio diventa efficace nella forza dello Spirito. È lo Spirito che la rende viva, che la rende intima; la rende efficace, secondo l’azione dello Spirito del Signore. Parola e Spirito debbono andare insieme, perché la parola senza lo Spirito rimane vuota, lo Spirito senza parola rimane senza contenuto, anarchico, non ha forma. Perché, come abbiamo detto, la forma dello Spirito è Gesù Cristo, il volto dello Spirito è il volto di Gesù, non è un altro volto. È quella realtà che è Cristo, che diventa viva e che diventa esperienza e interiorizzazione nel cristiano. Allora parola e Spirito debbono andare insieme. Non si dice solo che lo Spirito Santo sarà accanto ai discepoli per consolare. Il problema è più profondo: si tratta di vincere la solitudine dell’uomo e di offrirgli quel luogo di permanenza che significa la vita eterna.

I verbi venire a lui – prendere dimora, poi le preposizioni che usa presso di lui – a lui, cercano di esprimere questo rapporto tra lo Spirito e i discepoli. Non è difficile porre tutto questo in relazione con quel legame che secondo il IV Vangelo deve svilupparsi tra Gesù e i credenti. Pensiamo all’allegoria della vite e dei tralci (Gv 15). L’esistenza dei tralci in quanto tali e la capacità dei tralci di fare frutto, dipende dal loro rimanere nella vite, anzi questo rimanere è reciproco: i discepoli rimangono nella Parola di Gesù; la Parola di Gesù rimane nei discepoli; i discepoli rimangono in Gesù; Gesù rimane nei discepoli.

Ma la domanda è quella che dicevamo: come può Gesù rimanere nei discepoli se sta per verificarsi un distacco insuperabile, quello della morte? C’è un abisso tra il Signore e i suoi. L’annuncio del Paraclito, dello Spirito, risponde a quest’esigenza: nello Spirito, Gesù è e rimane e rimarrà presente con i discepoli, nel suo Spirito.

Il verbo “dimorare” esprime il messaggio biblico dell’uomo dimora di Dio. Il luogo della dimora di Dio, nella tradizione biblica, era la “tenda”, il “tempio”, “Gerusalemme”. In Giovanni la dimora di Dio è l’uomo attraverso l’incarnazione di Gesù e il piano che Dio ha realizzato con il mondo degli uomini. L’inabitazione della Trinità in noi è condizionata, così, non tanto da Dio, ma da noi stessi: amare Gesù e osservare la sua Parola; amare Gesù e vivere come lui ha detto e fatto. Lo Spirito Santo dunque, insieme al Padre e al Figlio, fissa la sua dimora nei fedeli, dentro di loro come Dio nel suo tempio.

È possibile rimanere in Gesù quando Gesù si allontana e quando la morte sembra creare un abisso invalicabile tra lui, Gesù che sale al Padre, e loro, i discepoli che sono nel mondo e che devono rimanere nel mondo? È possibile che, pur rimanendo nel mondo, siano in comunione con Gesù, con quel Gesù che se ne va? È proprio quel verbo là: dimora presso di voi, rimane, abita, sta presso di voi.

Insomma, la presenza di Gesù continua: ma continua nello Spirito Santo, attraverso lo Spirito di verità, cioè quello Spirito che manifesta la verità di Dio, cioè la pienezza dell’amore di Dio. La verità non è altro che l’amore di Dio rivelato: conoscere la verità vuol dire rendersi conto che alla base della nostra vita e della vita del mondo c’è l’amore di Dio. Se uno vede l’amore di Dio ha visto la verità, ha visto la luce. Fino a che non si rende conto che alla radice della vita ci sta l’amore di Dio, è tenebra, è oscurità, non si capisce il senso della vita, il senso del mondo, delle cose. Lo Spirito di verità è quello che svela il senso del mondo, perché svela l’amore di Dio rivelato in Gesù; cioè aiuta a comprendere che, misteriosamente, alla radice dell’esistenza del mondo ci sta l’atto eterno di amore di Dio. La vita cristiana è fatta di comunione con Gesù e Gesù per noi è una persona viva, non è un uomo del passato, da ricordare: è un vivente in comunione con cui vive. Bene, questo vivente è presente nella nostra vita. È nello Spirito vitale di Gesù, in quella ricchezza di amore che possiede, è in lui che la distanza tra Cristo e noi è superata, è in lui che Cristo ci viene incontro continuamente.

v.26: “Insegnare” e “ricordare”, sono due verbi che esprimono non solo una funzione intellettuale, ma vitale. Lo Spirito Santo non è semplicemente uno strumento per rinfrescare la memoria intellettuale (non si tratta di ricordare una parola o un fatto del passato in modo meccanico, come potrebbe fare un registratore); si tratta di un ricordo vitale che fa assimilare spiritualmente il significato di un discorso o di un’azione.

La Parola di Gesù è e deve essere sorgente vitale per l’esistenza della Chiesa. Il Concilio Vaticano II dice nella Dei Verbum che la Bibbia vuole letta in quel medesimo Spirito in cui è stata scritta; come lo Spirito ha ispirato lo scrittore, lo Spirito ispira il lettore. Quindi c’è un’azione continua dello Spirito nella Chiesa perché quel Libro che costituisce la Legge dell’esistenza della Chiesa sia un Libro vivo.

La Sacra Scrittura non è solo un messaggio religioso da capire con l’intelligenza, ma è la Parola attraverso la quale e nella quale diventa possibile un rapporto personale con Gesù Cristo. La Sacra Scrittura produce l’incontro della chiesa con il Signore, dei credenti con il Signore, come incontro personale e vivo.

v.27: Gesù ha annunciato il suo distacco dai discepoli, però ha promesso anche che questo distacco sarebbe stato provvisorio: “poi vado e tornerò a voi”. Questa venuta del Signore sarà accompagnata dal dono della pace, che Cristo ha conquistato con il dono della sua vita, proprio tornando al Padre, nella passione e nella morte.

Quella passione e morte che sembravano essere il distacco irrevocabile di Gesù dai suoi, sono invece la condizione per una presenza nuova ed efficace, che comunica la pace di Cristo; non come la dà il mondo: anche il mondo dà la pace, ma la dà semplicemente come un saluto o un desiderio o un augurio; il mondo non è capace di comunicarlo come dono di Dio agli uomini, come un fondamento gratuito di una esistenza nuova. Gesù si ferma in mezzo ai discepoli e trasmette a loro questo dono: “Pace a voi!”.

v.28: Lo Spirito Santo fa del credente un innamorato. L’amore diventa un principio, una sorgente costante di attività di comunione. Per questo la promessa dello Spirito è accompagnata dalla garanzia della pace e di una pace che non può essere turbata come quella del mondo; è la pace dell’innamorato, che dipende solo dall’amore dell’amato. Dove questo amore sia fedele (come è il caso dell’amore di Dio) anche la pace diventa imperturbabile.

Fonte:www.figliedellachiesa.org


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