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Giulio Michelini ofm, Commento al Vangelo della VI domenica di Pasqua

Commento al Vangelo della VI domenica di Pasqua, a cura di Giulio Michelini

(Gv 14,23-29) «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25 Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26 Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28 Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29 Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Commento al vangelo

Siamo ancora – come già domenica scorsa – all’interno dell’ultimo discorso di Gesù nel vangelo di Giovanni. Anzi, quello che dice la voce narrante dell’evangelista e che abbiamo già sentito, «Quando [Giuda] fu uscito, Gesù disse» (Gv 13,31), introduce anche la porzione di discorso d’addio proclamata in questa domenica.

Un discorso d’addio. Ci vengono alla mente i molti modelli letterari di “addio”. Basti ricordare quello shakespeariano al momento in cui Polonio, nell’Amleto, saluta suo figlio Laerte che parte e lo ricopre di raccomandazioni: «Eccoti la mia benedizione, e cerca di incidere nella memoria questi ultimi consigli…». Oppure l’addio triste di Lucia mentre nei suoi pensieri saluta i suoi monti non sicura di potervi tornare. Ovviamente il modello è anche biblico, e si trova, ad esempio, in quel lungo discorso di Mosè che è poi tutto il libro del Deuteronomio: «Queste sono le parole che Mosè rivolse a tutto Israele oltre il Giordano, nel deserto…» (Dt 1,1); e anche nel Nuovo Testamento, con l’addio di Paolo agli anziani di Mileto: «Detto questo, Paolo si inginocchiò con tutti loro e pregò. Tutti scoppiarono in un gran pianto e gettandosi al collo di Paolo lo baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto» (At 20,36-38). Ogni discorso di commiato porta in sé una nostalgia, quello struggimento che significa lasciare persone e luoghi. Stranamente, di queste emozioni non c’è traccia nelle parole di Gesù all’ultima cena.

Emerge invece una serenità di fondo, una sicurezza che è chiaramente espressa nell’invito: «Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre». Com’è possibile? Quando ci si può rallegrare per l’addio di un amico, di una persona cara? Come potevano essere felici i discepoli della partenza del loro Maestro? Gesù non chiede troppo? Non solo è stato con i suoi discepoli, li ha preparati alla sua morte e risurrezione, li ha accompagnati con le sue apparizioni, e ora vuole andarsene?

Andare e tornare. Molti verbi di movimento appaiono nel nostro brano. Gesù dice di dover andare. Ma la sua assenza non sarà definitiva: ritornerà. Come veniva già detto nel v. 18, «Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi», l’idea del suo ritorno è chiara anche nel nostro brano: «Vado e tornerò a voi» (v. 28). Che cosa significano queste espressioni? Possono essere lette in modi diversi. Secondo i padri latini, si potrebbe trattare del ritorno finale del Giudice escatologico, come già detto all’inizio del cap. 14: «Vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io». Secondo la sensibilità dei padri orientali, invece, le parole furono intese come un riferimento alle apparizioni post–pasquali di Gesù: Gesù parlerebbe del suo immediato ritorno, quello dopo la risurrezione. In questo modo si spiegherebbe soprattutto il v. 19, secondo il quale il mondo dei non credenti non vedrà Gesù, idea presente anche in At 10,40-41, «Dio volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi».

I due doni di Gesù. Ma naturalmente possiamo comprendere l’espressione di Gesù anche in rapporto allo Spirito Santo, il Parákletos/Consolatore di cui Gesù parla qui e altrove nel vangelo secondo Giovanni. Gesù annuncia infatti due doni che vengono dalla sua partenza. Uno lo lascia, l’altro lo promette. Il primo è la pace, il secondo lo Spirito. La pace è il segno che lui c’è. Non sarà la pace del mondo, ma piuttosto quella che viene da lui.

L’arrivare dello Spirito, il “primo dono ai credenti” – come ci ricorda la Preghiera eucaristica Quarta – è visto nel nostro brano proprio in rapporto alla partenza di Gesù: si spiega perciò ancora in un altro modo la sua fretta di voler tornare al Padre. Si capisce anche quanto dice in Gv 16,7: «È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò». La presenza di Gesù – dopo la sua dipartita – si realizzerà attraverso il Consolatore. Lo Spirito è il “plenipotenziario”, colui che detiene gli stessi poteri di Chi lo invia, e che “ricorderà”, cioè farà capire pienamente, le cose dette e fatte da Gesù: lo Spirito non porterà nessun insegnamento indipendente dalla rivelazione di Gesù.

Siamo ad una settimana dalla memoria liturgica dell’ascensione. Nella domenica seguente celebreremo la solennità di Pentecoste. La Chiesa ci sta preparando, facendoci fermare l’attenzione sul “nuovo modo” con cui Dio è presente in mezzo al suo popolo. Prima, per coloro che hanno vissuto col Cristo, era il Dio “con” noi, l’Emmanuele; ora, dopo che Lui è partito, la Sua presenza è “in” noi, attraverso il Suo Spirito.

Fonte:http://www.lapartebuona.it

















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