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p. Gaetano Piccolo SJ, Commento III Domenica di Pasqua

III Domenica di Pasqua - Anno C
At 5, 27-32. 40-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19.
Congregatio pro Clericis




«La maggior parte degli errori che faccio nelle relazioni interpersonali, la maggior parte dei fallimenti cui sono andato incontro nella mia professione, si possono spiegare col fatto che, per qualche motivo di difesa, mi sono comportato in un modo, mentre in realtà sentivo in un modo del tutto diverso». (Carl Rogers, La terapia Centrata sul Cliente, 1951).



Quando l’amore finisce

Prima o poi le relazioni si spezzano, le cose in cui abbiamo creduto si consumano, ci ritroviamo delusi e feriti. Sappiamo bene che non sempre è solo colpa degli altri o della storia, anche noi abbiamo le nostre responsabilità. E allora preferiamo non pensarci. Ci lasciamo andare, cerchiamo di dimenticare. Forse, però, tra le rovine della nostra vita ci può essere un altro modo per ricominciare ad amare.



Fare finta di niente

Anche Pietro e i primi discepoli vivono un momento di amarezza e di scoraggiamento. Sono disorientati. Il gruppo ci viene presentato frammentato, disperso, nel buio della notte. Ancora una volta, Pietro prende in mano la situazione, senza sperare forse veramente che gli altri lo seguano ancora. Pietro ritorna a fare il suo mestiere, quasi come per ricominciare da capo, come se nel frattempo non fosse successo niente. E in quella notte tutto ha il sapore dell’inizio, persino il fallimento. Come quella prima volta in cui il Maestro lo invitò a prendere il largo, così adesso Pietro rimane in mare tutta la notte senza prendere nulla. Vorremmo archiviare le esperienze che ci hanno fatto male, ma la vita con una certa ironia ce le ripropone: persone, eventi, situazioni ci fanno ripiombare nel baratro di quei ricordi dolorosi. Non ci resta che affrontare la realtà così com’è.



Anche Dio sembra irriconoscibile

In quei momenti drammatici, quando il cuore è gonfio di amarezza, anche Dio sembra assente. In quella notte di delusione Gesù è con i discepoli, ma sono così disperati da non rendersene conto. Il Signore è con loro ma non riescono a riconoscerlo. Solo chi ha fatto l’esperienza di sentirsi amato, sa riconoscere il linguaggio dell’amore. Il discepolo amato è colui che è entrato in una comunione profonda con Gesù, una comunione che permette di accorgersi ora della sua presenza.



Cosa ci manca?

Ancora una volta, come avviene spesso nel Vangelo di Giovanni, Gesù rimanda i discepoli a prendere consapevolezza del loro bisogno e della loro mancanza. Non hanno nulla da mangiare, non hanno il cibo con cui sfamarsi, non trovano più la fonte della loro vita. Occorre prendere consapevolezza di quella mancanza, per lasciare spazio all’incontro con Dio. Il Signore viene a colmare la nostra mancanza, il nostro desiderio, ma è necessario che prendiamo consapevolezza di ciò di cui abbiamo bisogno.



Nascondersi per la vergogna

Come sempre, Pietro arriva un po’ dopo. Non vede mai le cose chiare fin dall’inizio, ha bisogno di tempo. Ma quando si accorge della presenza del Signore, è capace di buttarsi in mare, in quel mare che gli ha fatto paura, perché rappresenta la morte, il luogo in cui si rischia di sprofondare. Ancora una volta, puntando lo sguardo su Gesù, Pietro è capace di entrare nel mare. E vi si butta vestito, anzi consapevolmente si veste prima di tuffarsi, un gesto che lascia perplessi e che sembra contrario alla dinamica normale delle azioni: per entrare in mare, di solito, ci si spoglia. Ma Pietro ha vergogna della sua nudità. È il discepolo fragile, l’amico che ha tradito. Come Adamo, anche Pietro cerca la sua foglia di fico con cui ricoprirsi. È un vestito temporaneo e maldestro, che ben presto verrà sostituito dal vestito della misericordia, proprio come la foglia di Adamo sarà sostituita dalla tunica di pelli che Dio confezionerà per lui.



Insieme nonostante le differenze

Come in quel primo incontro, anche adesso c’è una pesca abbondante e straordinaria, il segno che prelude all’incontro con Gesù. In quella rete ci sono 153 grossi pesci e la rete non si spezza. Al di là dei significati simbolici di questo numero, probabilmente il testo vuole alludere alle specie ittiche allora conosciute. Una varietà notevole, differenze e somiglianze che non impediscono però di stare insieme nella stessa rete. È il miracolo della Chiesa: la possibilità di ritrovarsi nella stessa comunità senza che i legami si spezzino.



Perdonàti mangiando

Arriva dunque il segno nel quale inequivocabilmente Gesù si fa riconoscere: il Signore ci nutre, prepara da mangiare per noi. Non ci lascia affamati e disperati, ma si prende cura del nostro desiderio. In quel gesto conviviale c’è già la misericordia. Gesù prepara un banchetto come quello del padre misericordioso per i suoi figli. Ora i discepoli possono mangiare, tornando con la memoria a un altro evento, quello della cena nella quale hanno ascoltato le parole della consegna che Gesù ha fatto della sua vita.



La resa dei conti

Quel gesto conviviale prelude però a un momento personale: l’incontro con Pietro. Quel triplice tradimento richiede di essere guarito da una triplice professione d’amore. Se ci ritroviamo per caso davanti alla persona che abbiamo tradito, davanti a colui che abbiamo ferito e deluso, ci aspettiamo probabilmente di essere rimproverati e giudicati. Gesù invece interroga Pietro sull’amore: da dove possiamo ricominciare?

Non si tratta di banalizzare o di fare finta che non sia successo nulla, d’altra parte non ha senso però rimanere sulla ferita e continuare a metterci il dito dentro. A Gesù interessa piuttosto capire se è possibile guarire quella relazione e ricominciare a camminare insieme.

La prima domanda è molto impegnativa: Gesù vede in Pietro delle risorse di cui neppure Pietro si rende conto. Gesù chiede a Pietro se lo ama più di tutto il resto. Si tratta di un amore esclusivo, espresso per di più con il verbo agapao, che indica un amore nobile, alto. Pietro infatti risponde usando un altro verbo, che potremmo tradurre con ‘voler bene’, il verbo phileo.

Gesù non si irrigidisce nella sua visione delle cose e prova a incontrare Pietro laddove è possibile. Nella seconda domanda, Gesù continua a usare il verbo agapao, ma rinuncia alla condizione di esclusività. Ancora una volta però Pietro insiste a usare il verbo phileo, ‘ti voglio bene’.

Gesù prova ad andare ancora più incontro a Pietro, perché l’importante è ripartire, l’importante è trovare un punto da cui ricominciare. Nella terza domanda Gesù usa lo stesso verbo di Pietro, chiede a Pietro «mi vuoi bene?», usando anch’egli il verbo phileo.

Pietro si rende conto che Gesù vede oltre, ma adesso non è capace di fare di più. Gesù non si irrigidisce in standard preconfezionati. Per ora va bene anche così. E allora si può ricominciare a camminare insieme. Non importa se per ora Pietro è capace solo di voler bene, Gesù gli affida lo stesso il suo gregge e lo invita a seguirlo. Gesù si fida ancora di Pietro. La relazione può ricominciare. Le ferite non sono state inutili, perché adesso Pietro può dire il suo sì in maniera più consapevole e non, come all’inizio, sull’onda dell’euforia e dell’entusiasmo. Pietro si consegna con i suoi limiti. Solo quando abbiamo incontrato veramente noi stessi possiamo dire il nostro sì all’amore.



Leggersi dentro

-   Ci sono relazioni ferite oggi nella tua vita di cui vuoi prenderti cura?

-   Sei capace di avere uno sguardo positivo anche su chi ti ha deluso?



P. Gaetano Piccolo S.I.

Compagnia di Gesù (Societas Iesu)

Fonte:http://www.clerus.va

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