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p. José María CASTILLO, "ALLE MIE PECORE IO DO LA VITA ETERNA"

IV DOMENICA DI PASQUA – 12 maggio 2019 - Commento al Vangelo
ALLE MIE PECORE IO DO LA VITA ETERNA

di p. José María CASTILLO

Gv 10, 27-30

[In quel tempo, Gesù disse:] «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
I popoli e i villaggi di Galilea erano formati da gente contadina e di condizione sociale molto umile. Erano gente che vivevano della campagna e erano pastori del loro ridotto bestiame di pecore e capre. In quella società agricola, nella quale nacque e fu educato Gesù, l’immagine del pastore ed il pascolo delle pecore era familiare. Gesù, continuando la tradizione dei profeti (Ez 34), utilizza quest’immagine per spiegare la relazione tra i capi ed i discepoli nella comunità cristiana. L’esperienza già allora insegnava che questo problema era delicato e si prestava ad abusi molto gravi. Ezechiele si era lamentato: «Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi!» (Ez 34,2b). Per questo Dio stesso li minaccia: «Eccomi contro i pastori: a loro chiederò conto del mio gregge» (Ez 34,10). È lo scandalo dei pastori che si comportano come padroni del gregge e lo dominano secondo le loro idee, i loro interessi e le loro preferenze.
Di conseguenza Gesù spiega il modello di relazione tra il pastore, che è veramente buono e la comunità che guida. Questa relazione è definita con tre verbi: «ascoltare» (akoúo), «conoscere» (ginósko) e «seguire» (akolouthéo). Prima di tutto, i discepoli «ascoltano» il pastore e, nel pastore, Gesù. Ma sapendo che «ascoltare» equivale ad interessarsi a quello che dice ed obbedendo a quello che ascoltano (Gv 10.3.16.27), cosa che contrasta con l’atteggiamento di quelli che «rifiutano» (Gv 8, 40-47) quanto dice il pastore (G. Schneider). Poi, il pastore «conosce» le pecore. Ciò indica una relazione di reciproca comprensione (R. Bultmann) ed accettazione. Infine, la sequela, che definisce la maniera di vivere del discepolo che si fida di Gesù, lascia tutto per lui ed identifica la sua vita con quella del pastore, così come il pastore identifica la sua con quella di coloro di cui è pastore (M. Hengel). La cosa più importante di tutte è la «sequela». Le pecore si fidano del pastore, vanno dove lui va. Si sentono sicure con il loro pastore.
Tutto ciò presuppone la modifica radicale della relazione tra chi governa e chi è governato. Non si tratta più di una «relazione di potere», alla quale corrisponde una «relazione di sottomissione». Questo è stato «il principio della decomposizione» della Chiesa, perché l’ha deformata. In una istituzione di tal genere non può essere presente Gesù. Al contrario, Gesù si fa presente dove si offre un modello alternativo nella relazione tra capi e comunità. Quando tutti questi si fondono nell’unità, allora la Chiesa offre la possibilità di un mondo che ci possa sedurre, il mondo di cui tanto abbiamo bisogno.

Fonte:www.ildialogo.org


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