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Battista Borsato," Dio è Comunione"

XI° DOMENICA  del  T. O.  
Dio è Comunione

Disse Gesù ai suoi discepoli: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.
(Gv 16,12-15)

Oggi, la Chiesa cattolica celebra la festa della Santissima Trinità: un solo Dio in tre persone. Da ragazzo mi domandavo come fosse possibile mettere insieme uno e tre. Com’è possibile, mi interrogavo, che Dio sia uno solo, ma pure tre persone? Ponendo la domanda ai miei catechisti e al mio parroco la risposta è stata che questa realtà è un mistero che la mente umana non può penetrare e che bisognava accogliere senza capire e senza discutere. Oggi dopo anni di riflessione e anche di studio ho scoperto che nessuna verità che Dio ci ha rivelato è senza incidenza nella vita personale e nella vita comunitaria e che, anzi, questa verità del Dio Uno e Trino, con mia meraviglia, mi è apparsa come la realtà più grande e innovativa  per la mia vita e per la mia fede. Dentro vibra un altro modo di pensare Dio e la fede. Non c’è solitudine dentro Dio, ma palpita un infinito movimento di amore. Dio è reciprocità, abbraccio, incontro, superamento di sé. L’essenza, la natura di Dio, è comunione.
Anche noi uomini e donne siamo stati fatti ad immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26). Dentro di noi abita una forza che ci spinge a uscire per vivere in relazione e far comunione, e questa comunione, che è l’aspetto peculiare del Dio Trinità, dovrebbe segnare la vita sponsale e familiare, la vita ecclesiale come pure la vita sociale.

La vita sponsale e familiare.
Uomo e donna sono di uguale grandezza, però sono diversi e sono chiamati a rimanere diversi e ad amarsi nella loro differenza. L’amore è l’incontro di due differenze, di due alterità. È sempre in agguato il rischio dell’assimilazione e dell’omologazione. Quando l’amore diventa assorbimento dell’altro, non è più amore. Un tempo si pensava che l’amore fondesse le due persone quasi annullandole, invece l’amore è accensione delle due differenze. Per questo si parla ora d’amore di alterità.
Alterità deriva da “altro” e significa il rispetto dell’altro, il rispetto della sua differenza. Che vuol dire rispettare l’alterità? Vuol dire lasciare che l’altro sia altro, non farlo simile a sé, non assimilarlo. Lo sposo, di conseguenza, non deve pretendere che la sposa ami, pensi come lui. Essa ha i propri ritmi e le proprie sensibilità. Amarsi è accogliersi nella propria differenza, vincendo la tentazione di assorbirsi e omologarsi. Amare è permettere che l’altro sia se stesso, anzi, stimolarlo a essere se stesso e a seguire la sua strada.
Nel matrimonio i due sono chiamati a vivere insieme (unità) nella diversità (trinità).
Scrive nel suo messaggio agli sposi lo scrittore libanese Gibran: “Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore. Cantate, danzate insieme, ma ognuno di voi sia solo come sole sono le corde del liuto. Vi sia spazio nella vostra unità”.
Insieme e soli è la vocazione al matrimonio che nasce dalla Trinità.
Allora il matrimonio è una comunione di persone che sono e che rimangono diverse, che si amano restando diverse, che si amano perché diverse.
Esso, quindi, non è la fusione di due persone, o la confusione: è comunione di due libertà, di due consistenze, di due differenze.
Insieme e diversi è il modo di vivere e di annunciare Dio che è una cosa sola, ma che si esprime in tre persone uguali e diverse.
È un  miracolo sorprendente che due possano vivere insieme, dialogare rispettando ciascuno la libertà e la diversità dell’amore. È il miracolo, il prodigio trinitario, non tanto da conoscere ma da vivere e soprattutto da invocare.

La vita ecclesiale.
Si dovrebbe vincere una mentalità monolitica secondo la quale tutti devono pensare allo stesso modo. Si deve dare spazio alla varietà e alla differenza dei carismi, dei ministeri, delle coscienze. Negli Atti degli Apostoli è riportata una varietà di chiese (Gerusalemme, Antiochia, Corinto) con diversi modi di vivere l’autorità e di rapportarsi al mondo circostante. Con il passare degli anni, la Chiesa ha avuto paura della molteplicità e ha scelto l’uniformità della lingua, dei riti, della teologia, spegnendo così la vivacità dei vari doni che contribuiscono alla ricerca della verità.
La Chiesa, se vuole essere fedele alla Trinità, dovrebbe amare il pluralismo di idee e di coscienze.
La prima grande svolta attuata nel Concilio Vatcano II° è l’aver concepito la Chiesa come una comunione di persone, di gruppi, di comunità differenti. L’autorità ha il compito di discernere, di far dialogare le diversità, non di spegnerle o assorbirle. La Chiesa è chiamata a essere la casa delle differenze: per questo si parla oggi di Chiesa tutta carismatica e tutta ministeriale. Non esiste solo il ministero del presbitero o della gerarchia, ma esiste la varietà dei ministeri e dei carismi.
Se ogni persona è un valore, se ogni persona è differente, se la differenza è una risorsa, nella Chiesa dovrebbe instaurarsi la cultura del “pensare insieme”, una cultura che possiamo dire “trinitaria”, che si oppone alla cultura del pensiero unico e dell’“uno solo al comando”. Il compito dell’autorità nella Chiesa non è di pensare al posto delle persone, ma di farle pensare in modo che venga ravvivata la loro coscienza.

La vita sociale.
Il mondo è formato da culture diverse, da religioni diverse, da molteplici razze, allora vivere in maniera trinitaria vuol dire rispettare e accogliere questa diversità. Non dovrebbe esserci il predominio di una cultura sull’altra o di egemonia di una razza sull’altra, invece dovrebbe esserci l’ascolto l’una dell’altra per arricchirsi delle varie sensibilità e di varie angolature con le quali leggere la realtà.
La festa della Trinità è un invito a superare l’uniformità e il collettivismo (pensare tutti allo stesso modo), ma pure a vincere l’individualismo (ciascuno pensa da sé e per sé). Se ci liberiamo da questi due rischi possiamo costruire una società che diventi “la convivialità delle differenze”, come diceva Mons. Tonino Bello.

Due piccoli impegni:

- Amare le differenze.
- Avere il gusto del confronto e  del dialogo.


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