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Battista Borsato, "Vivere una fede conflittuale

XIII° DOMENICA del T. O.  
Vivere una fede conflittuale

“Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto al regno di Dio”.
(Lc 9,51-62)

Il brano del Vangelo riporta l’inizio del cosiddetto viaggio di Gesù verso Gerusalemme.  Questo viaggio, che comincia al cap. 9, al versetto 51, segnerà la vita di Gesù. Il percorso esistenziale di Gesù, descritto da Luca, è narrato come un lungo viaggio, che parte dalla Galilea, dove Gesù è vissuto, e si concluderà a Gerusalemme, che rappresenta la terra promessa. Gesù continua e completa il viaggio di Abramo e di Mosè in cerca, appunto, della terra promessa. Quando Gesù arriverà a Gerusalemme, Luca dirà che è Gesù la terra promessa: nella sua vita e nel suo messaggio, Dio ha preso dimora tra gli uomini e realizza la sua promessa. Vivendo nella maniera di Gesù ciascun discepolo diventa, pure lui, la terra promessa per l’umanità. Rileggendo e sostando riflessivamente su questo brano evangelico mi sembra di intuirvi dentro una domanda: “Quando uno diventa credente o si mostra discepolo di Gesù?”. Appaiono tre strade, o meglio, vengono indicati tre atteggiamenti.

“Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli il loro nido, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.
Io sento che qui si chiarisce il senso della fede e dell’appartenenza a Gesù. Nel passato, almeno per quanto riguarda la mia formazione, la fede era annunciata e descritta come il luogo dove trovare serenità e consolazione. Una persona, di ritorno da un santuario Mariano, mi confidava che aveva trovato tranquillità e serenità di vita. La sua era una fede consolatoria. Il rischio di credere a Dio per essere consolati e avere una vita tranquilla è largamente insidioso e diffuso. Invece qui, Gesù dice che chi vuole seguirlo dovrà abbracciare una vita pericolosa, conflittuale, perché non avrà dove posare il capo. Potrà non avere una casa dove vivere tranquillamente, dovrà sposare una vita povera e sobria, ma  soprattutto significa abbracciare una vita di conflitti e di persecuzioni. Non dovremmo mai dimenticare che Gesù era un ricercato specialmente dalle autorità religiose perché volevano sopprimerlo in quanto contrastava la loro religione, metteva in discussione leggi e regole ritenute sacre. Gesù dovrà affrontare il dissenso, l’opposizione, il contrasto. Credere a Gesù è impegnarsi a cambiare il mondo, modificare le leggi, lottare contro le disuguaglianze e questo non avverrà senza conflitti. La fede vera è scontrarsi con i privilegi e snidare le cause della povertà. La fede non è la ricerca della propria tranquillità, ma contiene una tensione a costruire la giustizia e questo creerà, appunto, conflitti e dissensi. Abbracciare, però, una vita così è trovare un senso che dà anche serenità.

“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti, tu va’ e annuncia il Regno”.
Questa espressione in bocca a Gesù appare dura e ingiusta verso i genitori. Gesù sembra essere una persona insensibile agli affetti umani. Invece sappiamo quale affetto abbia provato verso la vedova di Naim, quanto affetto abbia avuto verso l’amico Lazzaro e le sue sorelle Marta e Maria. Nel Vangelo trasuda dappertutto il suo amore per le persone,  soprattutto se povere o peccatrici. Non può essere accusato di insensibilità. L'espressione  “lascia che i morti seppelliscano i loro morti” è simbolica e significa che, se si vuol costruire un mondo nuovo, il Regno di Dio, non ci si deve attardare nel passato, ma camminare verso il futuro. C’è nella Bibbia, un’altra espressione dello stesso tenore: “Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne” (Gn 2,24). Anche la coppia, gli sposi, sono chiamati a lasciare il padre e la madre, per inventare con la propria libertà e creatività un modo nuovo di fare coppia.  Bisogna saper staccarsi dal passato per intraprendere nuove strade, saper lasciare un modo di fare Chiesa e camminare verso un altro modo. Il discepolo di Gesù non è chiamato a ripetere il passato, a fare il già fatto, bensì quello da fare.
Per questo si parla di fede creativa, cioè di cercare sempre nuove risposte alle nuove domande: e questa fede diventerà creativa se sarà sorretta dall’amore: dall’amore a Dio e dall’amore all’uomo. È l’amore la sorgente di ogni creatività.

“Chi si volge indietro non è adatto al regno di Dio”.
Gesù prende l’immagine dell’aratro: chi lo prende in mano e poi si volge indietro, cioè recede dal suo progettato impegno, non è un vero credente. Prima si diceva che l’essere credenti è inseguire un progetto di cambiamento religioso e sociale. Il cambiamento suscita urti, scontri, conflitti. Allora è quasi umano di fronte alle difficoltà abbandonare l’impegno e mollare il progetto. Invece, il discepolo di Gesù è una persona determinata, una persona che ha in testa un’idea, un ideale e non lo molla. Dobbiamo tutti renderci conto che è nella fatica che nascono nuove idee e che è dentro ai contrasti che si compiono le rivoluzioni.
Gesù è il più grande rivoluzionario della storia perché, secondo Ida Magli, non ha tanto trasformato la storia, ma l’ha spezzata. Gli altri rivoluzionari, venuti dopo di lui, hanno trasformato, ma non hanno cambiato il modo di pensare e di vivere.
C’è un proverbio africano che dice: “Se vuoi che i solchi del tuo campo siano diritti, attacca il timone del tuo aratro a una stella, cioè ad un ideale, ad un pezzo di cielo, a un progetto alto e saprai camminare diritto con la testa alta. I contrasti si vincono se c’è un ideale!

Due piccoli impegni.

- Non aver paura del dissenso.
- Non essere dipendenti dal passato.

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