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Don Marco Ceccarelli, "La conoscenza dell’Unico vero Dio"Ss. Trinità “C”

Ss. Trinità “C” – 16 Giugno 2019
I Lettura: Pr 8,22-31
II Lettura: Rm 5,1-5
Vangelo: Gv 16,12-15
- Testi di riferimento: Is 43,10ss.; 44,3; Ger 24,7; Mt 3,16-17; Gv 1,18; 3,5; 14,9-11.26; 17,11.21-
26; Rm 8,14-16; 11,34; 1Cor 2,10-12.16; 8,6; 12,4-6; 2Cor 1,21-22; Ef 4,5-6; 5,1-2; 1Tm 2,4-5;
1Gv 3,16; 4,7-9.12-13; 5,20

1. La conoscenza dell’Unico vero Dio.
- La festa odierna dedicata alla Santissima Trinità scaturisce in modo naturale dalla Pentecoste. Gesù aveva detto ai discepoli che soltanto quando avrebbero ricevuto lo Spirito Santo sarebbero stati
in grado di giungere a tutta la verità (cfr. Vangelo odierno). E la verità più importante a cui lo Spirito ha condotto gli apostoli è stata la comprensione di Dio come Trinità. Se da un lato la rivelazione
fondamentale che ci ha lasciato l’Antico Testamento è quella dell’unicità di Dio, dall’altro la rivelazione centrale del Nuovo Testamento è che quell’unico Dio è in Tre Persone. Qualcosa che non è di
immediata comprensione per la ragione umana e a cui, soprattutto per degli ebrei come gli apostoli,
non si sarebbe mai potuto giungere senza l’illuminazione proveniente dallo Spirito. Questa comprensione di Dio diventa poi la base essenziale per ottenere la vita eterna: «Questa è la vita eterna:
che conoscano Te unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). E Dio si è fatto
conoscere come una comunione d’amore. Così, conoscendo Dio, possiamo conoscere anche noi
stessi che a sua immagine siamo formati.
2. L’uomo immagine di Dio Trinità.
- San Paolo, parlando ad Atene, invita gli intellettuali dell’epoca ad una svolta copernicana: «Essendo (noi) stirpe di Dio, non dobbiamo ritenere che la divinità sia simile a oro o argento o pietra,
impronta dell’arte e immaginazione dell’uomo» (At 17,29). L’uomo religioso e il filosofo hanno
cercato di comprendere Dio partendo da quello che conoscevano, cioè da se stessi e dalle realtà
create. La divinità così concepita è un riflesso, una “proiezione” di quello che l’uomo capisce di sé
e del creato. In un certo senso è un dio ad immagine dell’uomo. La concezione del divino che si riscontra in un popolo e nella sua cultura ne rivela la propria concezione antropologica. Paolo però
dice che questo modo di procedere non è corretto, perché Dio non “procede” dall’uomo, ma è l’uomo a provenire da Dio (At 17,28); e quindi occorre conoscere Lui per conoscere chi siamo noi. E
certamente prima questo non era possibile perché Dio non si era ancora fatto conoscere; perciò gli
uomini andavano cercando Dio come “brancolando nel buio” (At 17,27). Ma ora “non è più così”
perché Dio si è rivelato, si è fatto conoscere in Cristo. Ora possiamo conoscere il “Dio ignoto” e,
grazie alla conoscenza di Lui, giungere ad una retta comprensione di chi siamo noi e quale sia il
senso profondo della nostra esistenza.
- Lo Spirito di verità, facendoci conoscere Dio, ci permette di conoscere chi è l’uomo, chi siamo
noi, qual è la nostra vocazione e la nostra realizzazione. Facendoci conoscere Dio come una comunione d’amore lo Spirito ci svela in cosa consiste la felicità a cui siamo chiamati. Se l’uomo smette
di guardare a questo Dio svelato, se l’uomo continua a pretendere di volere arrivare alla verità su se
stesso e sulla realtà senza la luce del Dio noto, rimane nelle tenebre e vive miseramente. Rivelando
se stesso, Dio rivela chi è l’uomo e quindi in cosa consista l’agire umano. Come afferma il Concilio,
«Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche
pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (GS 22). Dalla conoscenza di Dio deriva una conoscenza di quello che l’uomo deve fare o evitare, perché solo il Dio che lo
ha creato può dirgli ciò che gli fa bene o male.
- Lo Spirito Santo versa nel cuore dell’uomo l’amore di Dio (seconda lettura). Ma l’amore di Dio
non è un sentimento e nemmeno soltanto una atteggiamento caritativo verso gli altri. L’amore in
Dio è la sua “essenza”, perché Dio è amore (1Gv 4,8). Con lo Spirito Santo l’uomo riceve la natura
divina, diventa realmente figlio di Dio. E questa nuovo “essere” lo spinge a vivere in conformità ad
esso. Per questo «chi non ama non ha conosciuto Dio» (1Gv 4,8), perché non è possibile avere ricevuto lo Spirito che ci ha fatto conoscere il Dio Trinità e che ha lo ha versato in noi e poi non amare.
E l’amore dei figli di Dio si manifesta nella stessa forma in cui si è manifestato quello del Padre che
ha donato il suo Figlio (1Gv 4,9).
3. Tutta la verità (Gv 16,13).
- La verità è una realtà essenziale per la vita dell’uomo. La verità non può essere semplicemente un
concetto utile a degli intellettuali che si dedicano a filosofare. La verità fa parte dell’essenza
dell’esistenza; o, detto più semplicemente, la verità è indispensabile per essere felici. Senza la verità
la felicità non esiste. Non si può vivere senza conoscere la verità delle cose. E siccome se c’è una
verità c’è anche una menzogna, allora si pone sempre l’alternativa di trovarsi da una parte o
dall’altra. Ci sono poi delle verità parziali che se vengono prese per delle verità intere finiscono per
diventare anch’esse delle menzogne.
- Se Dio esiste e ci ha creati non può privarci della conoscenza della verità. Il Creatore è colui che
conosce al meglio la verità del creato. Qualunque costruttore si basa su delle regole, su dei principi
che servono da fondamento per la realizzazione della sua opera. Così il costruttore dell’universo
conosce al meglio le “regole” con cui esso è stato creato (vedi prima lettura). Nessuno meglio di Lui
conosce i segreti della realtà perché non solo l’ha creata, ma ha posto i principi stessi di questa realtà. È dunque soltanto ponendosi in ascolto del Creatore che conosceremo la verità che ci serve per
essere felici.
- Perché potessimo arrivare alla conoscenza di tutta la verità – cioè non soltanto della verità epidermica, come può essere quella scientifica, ma della dimensione più profonda delle cose – Dio ha voluto far conoscere innanzitutto se stesso. E per conoscere Dio, nella sua dimensione reale, occorre lo
Spirito di Dio. Senza lo Spirito Santo gli apostoli non erano in grado di comprendere tutto (Gv
16,12). Non avrebbero infatti potuto capire come quel Dio che per loro era assolutamente uno, poteva essere in tre Persone. E il fatto che poi lo abbiano compreso è dunque la prova che hanno veramente ricevuto lo Spirito.
4. Anche un cristiano praticante può avere una conoscenza di Dio falsata, frutto di una proiezione
personale. Questo lo si evince dal comportamento, possiamo dire dall’etica, che non di rado si constata nei frequentatori di chiese. Il popolo di Israele nel deserto, mentre Jahvè si svelava a Mosè,
produceva un jahvè a propria immagine. Non era un altro dio; era secondo loro lo stesso Jahvè che
li aveva liberati dall’Egitto (Es 32,4), ma compreso secondo le loro categorie. Così è anche per non
pochi cristiani che hanno un rapporto con un Dio che non è quello che si è rivelato in Cristo. Ad
Efeso Paolo incontra dei cristiani che non avevano nemmeno sentito parlare dello Spirito Santo (At
19,2). Non si può comprendere Dio secondo le nostre categorie, altrimenti quello non è più Dio, ma
un idolo. La tentazione dell’idolatria nasconde il desiderio di produrre un’etica a proprio piacimento: un dio a mia immagine mi dirà anche cose a mia immagine. Nel momento in cui Dio rivela se
stesso, l’uomo non può più farsi immagini di Dio, perché deve soltanto accogliere la verità su Dio
così come Egli ce la mostra. Dobbiamo accettare lo svelamento di Dio nella nostra vita. Dobbiamo
accettare che Dio è più grande di noi ed è Lui a farsi conoscere come Egli è veramente. Non si può
conoscere veramente Dio se non così come Lui si fa conoscere ed è. La verità non è un prodotto
dell’uomo. L’uomo può conoscere, accogliere e possibilmente amare la verità, ma non fabbricarla

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it


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