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FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio XIII Domenica del Tempo Ordinario

XIII Domenica del Tempo Ordinario
 Lun, 24 Giu 19  Lectio Divina - Anno C

Questa sezione del capitolo 9 del Vangelo di Luca introduce la fase del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, il suo ultimo viaggio, dove si compirà il suo “esodo terreno” (cf Lc9,31). Gli eventi di lì a breve precipiteranno e si rivolteranno contro di Lui, ma questo non impedisce a Gesù di continuare ad essere annunciatore franco e schietto della straordinaria misericordia che Dio vuole riversare sui suoi figli e che Egli mostra negli insegnamenti e nelle opere che compie. Una misericordia eccessiva, “esagerata” per il cuore così stretto dell’uomo. Eppure solo se si entra in quest’ottica così magnanima del cuore di Dio si può comprendere il senso e la possibilità di rispondere alle esigenze che la sequela di Cristo richiede.

51 Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme. Perfettamente cosciente del momento storico e di quanto la sua persona sta suscitando intorno a sé, soprattutto in termini di fermenti politico-religiosi, Gesù si avvia verso Gerusalemme “indurendo il volto”, deciso a non essere fermato da nessuno perché sa che quell’essere elevato in alto ha un doppio significato: tornare al Padre e alla gloria che aveva presso di Lui, ma passando per l’essere innalzato sul legno della croce.

52 e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. L’arrivo di Cristo, l’annuncio del suo Vangelo richiede una preparazione adeguata. Qui Gesù si mostra in tutta la sua dignità regale: anche i re e i grandi signori al loro arrivo venivano annunciati da cortei che ne preparavano la venuta. Quale tipo di preparazione è necessaria per me, per ognuno di noi, ogni volta che ci accingiamo a ricevere la presenza del Signore? La sua Parola è esigente, chiede di farle spazio, di essere accolta nel cuore e nei pensieri.

I passi dei discepoli si dirigono verso un villaggio abitato da Samaritani; essi non erano un popolo fedele all’Alleanza ed erano considerati idolatri e lontani dalla verità, vittima di pregiudizi sociali e religiosi (cf Gv 4, 1-42). A quali Samaritani rivolgiamo oggi l’annuncio del Vangelo? Oggi, come ai tempi di Gesù, possiamo ancora parlare di prima evangelizzazione: c’è un nuovo paganesimo anche tra i battezzati. Sono quelle periferie esistenziali alle quali Papa Francesco non smette di inviarci in nome di Cristo.

53 Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Il rifiuto è chiaro e netto. C’è una chiusura verso la religione istituzionale, perché Gerusalemme per i Samaritani non era il solo luogo dove poter adorare. Essi rappresentano tutte quelle forme di sincretismo religioso, di credenze mescolate a superstizioni che fanno parte della fede di tanti ma che li allontanano dalla verità che salva.

54 Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». I due “figli del tuono”, i Boanerghes, sono animati da troppo zelo. La loro fede adesso è così accesa da sentirsi in grado di ordinare al fuoco di scendere dal cielo, come fece Elia con i profeti di Baal (1Re18, 20-40). Quanti cristiani integralisti difendono e annunciano ancora un Dio giustiziere che seguirebbe la legge del taglione di fronte alle nostre infedeltà. Ma quanto siamo lontani da quel Dio di misericordia che Gesù è venuto a farci conoscere!

55 Si voltò e li rimproverò. La dolcezza e la bontà di Cristo non sono mai buonismo. Egli è il cuore del Padre fatto carne: come potrebbe acconsentire a vedere puniti i suoi figli sebbene non lo vogliano accogliere? L’amore è disposto anche a sopportare il rifiuto, ma non può cambiare la sua natura di amore.

56 E si misero in cammino verso un altro villaggio. L’annuncio della Parola non si ferma. La storia della salvezza ha il suo corso che prosegue nonostante o grazie alla libera accoglienza o al rifiuto dell’uomo.

57 Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». Accompagnarsi con Gesù, fare esperienza della sua amicizia insieme ad altri, non può non entusiasmare e lungo la vita può suscitare grandi desideri, come quello espresso da questo tale che si propone di seguire Gesù in modo radicale. È il mistero della chiamata che è, appunto, un mistero: non parte da noi, nasce dall’iniziativa di Dio, trova in Lui la sua verità e la sua radice e ha bisogno di un serio processo di discernimento.

58 E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Gesù è sempre molto chiaro nel suo relazionarsi con l’uomo. Seguirlo, dirsi suo discepolo, amico, seguace, prevede delle rinunce, a volte molto dure e incomprensibili, soprattutto per una società fortemente edonistica com’è quella attuale in cui il superfluo è diventato il necessario.

59 A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Può esserci, al contrario, una chiara chiamata da parte di Cristo, ma la persona, per vari motivi, anche legittimi e apparentemente sacrosanti, come può essere un atto di pietà verso i genitori, può cercare di rimandare la sua risposta. Il rapporto con Dio, che sia una sequela di consacrazione o meno, richiede una certa maturazione della nostra personalità e la capacità di relazionarsi in modo libero. Il dipendere da bisogni affettivi e da gratificazioni inquina la risposta e la sua gratuità; quando si raggiunge una certa maturazione la risposta a Dio è frutto del bisogno di donarmi a Lui per amore, non per ricevere e questo è un amore che supera anche i vincoli di sangue.

60 Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Le risposte di Gesù sono spesso paradossali e provocatorie ma non sono mai al di fuori della portata e della possibile comprensione di ognuno. Come si può seguire la morte quando si è fatta esperienza della vita? L’incontro con Gesù, se reale, non può lasciare spazio ad altro, pretende il primo posto, è un’esigenza del cuore; la luce, la pace, la vita, la gioia che provengono dall’avere trovato Cristo non possono essere oscurate neppure da situazioni di dolore, di prova e di sofferenza. Il Regno di Dio è la buona notizia che siamo chiamati a portare in questo mondo provato.

61 Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Anche qui quante nostalgie possono accompagnare il processo e la lotta che si affronta per giungere a una decisione di sequela radicale di Cristo. Gli affetti, gli antichi desideri e i progetti, in una parola l’uomo vecchio, possono costituire una sorta di riserva che ci conserviamo anche inconsciamente per i periodi “di magra”. Come se Dio non potesse bastarci sempre.

62 Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». Il Regno di Dio richiede dedizione totale, cuore indiviso e appassionato per la sua causa e questo significa seguire con attenzione “la linea del solco” perché il seme della Parola non vada disperso, proprio come il contadino è intento a portare avanti l’aratro per aprire il terreno a una nuova semina.

 Fonte:www.figliedellachiesa.org


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