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fr. Massimo Rossi, Commento Pentecoste (Anno C)

Commento su Giovanni 14,15-16.23-26
fr. Massimo Rossi  

Pentecoste (Anno C) - Messa del Giorno (09/06/2019)

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“Ama, e poi fa ciò che vuoi!”, scrive sant'Agostino: è una delle espressioni più famose, ma anche una tra le più ambigue e sibilline dell'insigne padre della Chiesa.

Che cosa avrà voluto dire il vescovo di Ippona? una frase ad effetto? una licenza anarchica in mezzo al rigore teologico della sua dottrina? Dipende dall'accento che si dà alle parole: possiamo concentrare l'attenzione su “ama”, oppure su “...e fa ciò che vuoi!”.

Alla luce del Vangelo di oggi, solennità di Pentecoste, l'accento va posto senza alcuna esitazione sull'imperativo “Ama”.

Ora, quando si parla di amore secondo Cristo, immediatamente il discorso assume un contenuto preciso, coordinate chiare, disposizioni interiori e modalità espressive inequivocabili.

In ultima analisi, la libertà di fare ciò che si vuole evocata da Agostino, come conseguenza dell'amore, non riguarda l'amore in sé.

So che può sembrare un controsenso, ma l'amore cristiano è moderato da regole, e le regole dell'amore cristiano non si discutono; perché provengono direttamente da Dio, il quale ci ha amati per primo e si attende da noi una risposta (di amore) conforme. Magari non subito, ma Dio Padre ha la pazienza di un santo, e sa aspettare, fino al giorno in cui saremo pronti ad amarlo come dice Lui. È questo il senso della domanda che il Signore risorto rivolse a Pietro per ben tre volte: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?” (cfr. Gv 21,15ss.).

La persona del Verbo incarnato smitizza e al tempo stesso smaschera l'utopia dell'amore libero: molto si è detto, scritto e rappresentato al cinema e a teatro, a proposito dell'amore libero, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, sull'onda dei movimenti di liberazione sessuale, femminista e studentesca che investirono l'Occidente.
Alla base dell'amore cristiano c'è il Vangelo!

Il Vangelo rappresenta senza dubbio un reale progresso, in termini di libertà, rispetto ai Comandamenti di Mosè... Tuttavia il Vangelo parla di fedeltà, di obbedienza, di perseveranza, di sacrificio di sé, di croce, di morte e di risurrezione,... E quando affronta i rispettivi temi, lo fa parlando appunto dell'amore.

Dunque, chi avesse l'impressione che i binomi amore-obbedienza, amore-fedeltà suonino come ossimori assurdi e fastidiosi, ebbene, costui si sbaglia!

“Chi mi ama osserva...”; “Chi non osserva... non mi ama.”, dice il Signore.

Il tema dell'osservanza è un argomento assai delicato, nel contesto religioso.

Ai tempi di Gesù gli Israeliti osservanti erano coloro che frequentavano le assemblee liturgiche in sinagoga, o al Tempio; tra questi, i Farisei erano certamente i campioni; sappiamo che la polemica tra Gesù e i Farisei verteva proprio sulle regole dell'osservanza; e questa polemica gli costò la vita.

La controversa questione dell'osservanza è arrivata fino ai giorni nostri, ed intercetta tutte le religioni; rispetto alla pratica della fede, i comportamenti variano da una sostanziale indifferenza riguardo al culto e alla morale religiosa in genere - i sedicenti credenti non praticanti - e l'eccesso opposto, l'integralismo religioso, del quale conosciamo le pericolose derive.

Nel caso del Vangelo di oggi, l'osservanza non si riferisce esplicitamente alla pratica dei sacramenti, ma alle relazioni quotidiane con Dio e con gli uomini.

Secondo la logica cristiana, noi rispondiamo all'amore di Dio prendendoci cura del prossimo.

Non esistono scorciatoie per raggiungere Dio direttamente, senza passare attraverso le relazioni con i nostri simili; sarebbe un'illusione! Non si dà una strada verso Dio che non sia il fratello.

Per questo Gesù afferma: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.” (Mt 25,40).

Raggiunti dallo Spirito Santo, diventiamo noi stessi portatori dello Spirito.

Non si nasce capaci di amare; al contrario, la miglior dote di natura dell'uomo - si fa per dire! -, è l'egoismo... basta guardare i bambini...

Per questo, la vita spirituale, secondo l'accezione cristiana, è una vita vissuta fuori dall'egemonia del sé, fuori dall'autocentramento che conduce alla morte. Il mito di Narciso insegna...

Può vivere una vita spirituale autentica soltanto chi è stato liberato dalla prigione dell'egoismo.

Inabitati dallo Spirito Santo, Amore per eccellenza, possiamo dire con le parole e con la vita: “Io non voglio rassegnarmi ad essere cattivo.”.

Si rivela così la finzione di ciò che fino a ieri eravamo convinti fosse la verità: una libertà che era solo prevaricazione; un progresso che si rivela invece brutale sfruttamento della natura; la sottomissione dell'uomo al denaro, spacciata come legge di mercato...

È qui che si compie ciò che Gesù chiama rinascere dall'alto (cfr. Gv 3,1).

Noi rinasciamo ogni volta che ci impegniamo, mettendo in campo tutte le potenzialità acquisite grazie all'inabitazione dello Spirito, i suoi sette doni; avremo così la forza per rispondere al male con il bene, alla menzogna con la verità, alla corruzione con l'onestà.

Il mondo se ne accorgerà, e prenderà le distanze da noi, così come le prese da Cristo.

Ma Lui ha promesso: “Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33).

Fonte:www.qumran2.net


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