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Padre Paolo Berti, “Il Paraclito, lo Spirito Santo...lui vi insegnerà ogni cosa...”

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Domenica di Pentecoste (giorno)         
Gv.14,15-16.23-26 
“Il Paraclito, lo Spirito Santo...lui vi insegnerà ogni cosa...”

Omelia 

Abbiamo ascoltato, fratelli e sorelle, quanto avvenne nel giorno della Pentecoste. Esso cadeva cinquanta giorni dopo la Pasqua e celebrava l’alleanza del Sinai conclusa, appunto, una cinquantina di giorni dopo l’uscita dall’Egitto. Ora, cinquanta giorni dopo la Pasqua di Cristo ecco la Pentecoste, nella quale viene donato alla Chiesa il sigillo dello Spirito Santo (Ef 1,13), che la marca di sé affinché viva la nuova ed eterna alleanza nell'imitazione di Cristo, suo salvatore, capo e maestro, unica via che conduce al Padre.
Gli apostoli, abbiamo ascoltato, ricevettero lo Spirito Santo nel segno del fuoco e del vento. Non solo del fuoco, ma anche del vento poiché il fuoco mosso dall'impeto del vento si deve estendere su tutta la terra. Gli apostoli vennero trasformati in ardenti testimoni di Cristo e cominciarono ad annunciare in Gerusalemme le grandi opere di Dio, specie la risurrezione da morte di Cristo. L’annuncio venne espresso in diverse lingue ad una folla di Giudei di più “lingue native”, cioè delle terre dove i loro padri si erano insediati al tempo della dispersione tra le genti in seguito alle sconfitte militari e alle persecuzioni subite. Sono Giudei della diaspora che andavano, come prescriveva la legge, a Gerusalemme tre volte all’anno (Cf. Dt 16,16). Gli apostoli si misero a parlare e gli astanti, accorsi in seguito al rombo del vento nel cenacolo, si aspettavano che parlassero nella lingua aramaica e invece li sentirono parlare nelle proprie lingue native. Era una cosa singolare, sorprendente. Era un annuncio che aveva in sé il carattere dell'universalità, come pure l'invito a diffondere ovunque la lieta notizia di Cristo.
Gli apostoli non erano dei poliglotti; era lo Spirito che dava loro di esprimersi in altre lingue. Non traducevano il loro discorso dall’aramaico ad altra lingua. Nel momento in cui parlavano era come se la lingua nella quale si esprimevano fosse la loro, e capivano quello che dicevano e parlavano secondo quello che volevano dire. Tutta la persona degli apostoli era in sintonia con quanto dicevano. Non parlavano nella loro lingua il cui suono era dissolto all’istante e al suo posto subentrava negli astanti un’audizione nelle proprie lingue; no, non poteva essere così, il moto delle labbra non sarebbe stato in sintonia con quanto dicevano e la comunicazione sarebbe stata smorzata.
E’ il dono della glossolalia in chiave di annuncio. Il dono della glossolalia lo si ritrova anche in chiave di preghiera, ma sempre nella tensione dell’annuncio (Cf. 1 Cor 14,1s). In questo caso il soggetto, in stato estatico, pregava con lo spirito, mentre esprimeva verbalmente un inno, un ringraziamento con parole che non intendeva, perché in lingua a lui sconosciuta, per cui gli era necessaria la traduzione, la presenza di un interprete. Il meglio era che fosse lui l'interprete, cioè intendesse quanto diceva. Lo scopo del glossologo era comunque quello di comunicare un messaggio a chi entrava nell'assemblea orante appartenendo a lingua diversa, ma c'era il pericolo che si cadesse, per voglia di esibizione, in parole senza senso, oppure si insinuasse il demonio veicolando menzogne. Da qui la necessità del dono dell'interpretazione per garantire l'autenticità.
Così Paolo avvertiva i Corinzi che al parlare in lingue doveva corrispondere un contenuto e ricorreva per questo al paragone degli strumenti musicali, che se non esprimono un’articolazione musicale, ma solo suoni inarticolati, non danno a riconoscere nessuna esecuzione musicale.
Le lingue erano, avvertiva Paolo, per i non credenti e non per i credenti. Erano per quei non credenti (pagani) che affollavano Corinto, grande centro commerciale con un frequentatissimo porto. Il nuovo venuto era subito coinvolto dall’inno che udiva nella sua lingua.
Il dono della glossolalia è dunque un dono di comunicazione per l'estensione del Vangelo. Esso esprime il superamento della babele delle lingue. Là ai piedi dell’erigenda torre c’era la volontà di mettersi a capo della storia umana; c’era la volontà di una unità fondata su di una religione con al vertice il segno della torre che raggiungeva il cielo e l’illusione che l’uomo potesse trattare alla pari con Dio e piegarlo al suo disegno. Ora non è stata una impossibile torre a raggiunge Dio, ma è stato Dio che, nel Figlio incarnato, è venuto tra gli uomini, attirandoli a sé nel vincolo del suo sacrificio e nel vincolo dello Spirito di verità e di unità. E' Cristo asceso al cielo che ci innalza a Dio. Ora, abbiamo i cieli aperti e la promessa che saliremo un giorno al cielo anche con il corpo, che risorgerà per la potenza dello Spirito Santo. E’ lo Spirito che dà la vita diciamo nel Credo; dà la vita all’anima con la sua presenza e la sua grazia, e darà vita ai nostri corpi nella risurrezione. Lo Spirito che dà la vita, lo Spirito di verità, è Colui che ci illumina e ricorda quanto detto e fatto da Cristo.
La legge di Cristo che porta a compimento l'antica (Mt 5,17) si stampa per mezzo dello Spirito nei nostri cuori.
Oggi è il giorno pieno della speranza che sulla terra si stabilisca la comunione, la solidarietà, la civiltà dell’amore. Certo, oggi siamo tutti perplessi, anzi allarmati, di fronte a progetti di unità che si vogliono portare avanti senza il fondamento dell’unità: Cristo. Il mondo purtroppo vuole perseguire la sua pace scartando quella di Cristo. Così, abbiamo oggi il messianismo della Terra, da pochi percepito ma presente in stato avanzato. E’ il messianismo di una terra senza guerra, piena di pace, di uguaglianza. Ma la pace è datra dalla paura reciproca. E' solo un’ideologia della pace che scavalca il reale, e andrà a finire che proprio questa ideologia della pace, fondata assurdamente sulla paura e nello stesso tempo sul nulla morale, creerà le destabilizzazioni peggiori.
Noi seguiamo Cristo e guardiamo alla torre di vittoria (la croce) su cui egli è salito per farci raggiungere il cielo e dare vera pace e unità alla terra. Senza Cristo, fratelli e sorelle, non si può parlare di pace. Senza il suo Spirito non si può costruire la pace.
Ma guardiamo a Maria, che presiedeva la preghiera nel cenacolo. Lo Spirito Santo scese anche su di lei, non perché ne avesse bisogno, ma per un incontro d’amore che le ricordava il primo avuto nella casetta di Nazaret. Discesa che era anticipazione del terzo incontro d’amore, quello, eterno, della visione beatifica in cielo.
Maria era il centro del cenacolo in attesa dello Spirito Santo. I discepoli furono influenzati dalla sua dolce presenza di Madre. Lo Spirito Santo operò negli apostoli con particolare forza, perché erano compenetrati dell’incanto della sua immacolata e vergine Sposa e così poterono tutti essere colmati di Spirito Santo (At 1,4). Vogliamo avere l’abbondanza dello Spirito Santo? Certo! Allora accogliamo nel nostro cuore Maria. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.


Fonte:http://www.perfettaletizia.it


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