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Padre Paolo Berti, “…il Signore designò altri settantadue e li inviò…”

XIV Domenica del T. O.         
Lc.10,1-12.17-20 
“…il Signore designò altri settantadue e li inviò…”

Omelia

Nell’evangelizzazione non è possibile essere mossi dalla ricerca del denaro. Gesù ci ha detto le regole per essere efficaci annunciatori del Vangelo.
Innanzitutto, devono andare a due a due a significare la carità fraterna e per sostenersi vicendevolmente nel cammino e nel lavoro missionario. Poi, devono andare senza borsa o bisaccia, senza tunica di cambio, senza bastone (Cf. Mt 10,9), con un solo paio di sandali (Mc 6,9), senza denaro, senza cibo. Gli evangelizzatori subito dovevano apparire degli uomini disinteressati; uomini di penitenza e di preghiera. Dal punto di vista logistico, missioni a queste condizioni, non dovevano essere che di pochi giorni, ma ciò non escludeva la necessità della provvidenza del Signore. L'approccio che i discepoli dovevano avere con la gente doveva essere improntato a una comunicazione di pace, di gioia. Dire: “Pace a questa casa” e “il regno di Dio è vicino”, vuol dire avere un volto lieto, sereno. Vuol dire avere un cuore aperto all'incontro e non pronto allo scontro. I 72 non dovevano procedere con il criterio del “passaggio a tappeto” di casa in casa, ma seguendo le piste aperte dalla Provvidenza. Non dovevano salutare nessuno lungo la strada per non correre il rischio di perdersi in chiacchiere controproducenti o in inviti occasionali che presso gli orientali diventavano lunghi trattenimenti di cortesia. Certo, non andavano a testa basta, ma andavano spediti, così come il profeta Eliseo disse a Giezi, suo servo (2Re 4,29): “Se incontrerai qualcuno, non salutarlo; se qualcuno ti saluterà non rispondergli”. Il non salutare nessuno è il segno chiaro di una missione urgente, che non ammette perdite di tempo; il non salutare diventa già un messaggio. Il Signore li inviò ai villaggi a preparare la gente all'incontro con lui, e ai villaggi devono andare.
Essi, infine, non dovevano fare questione di cibi: mangeranno ciò che è posto loro dinanzi.
Il disinteresse per il denaro, i beni, è una condizione fondamentale per l'evangelizzazione, poiché promuove l’abbandono al Signore, il servizio al Signore nella sua vigna. Gli evangelizzatori sono dei servi del Signore e il Signore provvede al loro sostentamento per mezzo dei “figli della pace” che li accoglieranno; “chi lavora ha diritto alla sua ricompensa”.
“I figli della pace” ci sono, non mancano tra i non cristiani uomini giusti che vivono i dettami della coscienza e che adorano Dio, anche se lo conoscono con distorsioni ereditate dal passato dei popoli. Lo Spirito Santo agisce sempre per preparare gli uomini all'incontro con Cristo per mezzo dell'annuncio evangelico. Dio sempre prepara e anche Israele era stato preparato dall'azione di Giovanni il Battista che aveva esortato a ritornare alla coerenza con l'alleanza e ad attendere, colui che già era presente.
L'evangelizzatore trova sempre segni di preparazione all'incontro, pur in mezzo a gravi distorsioni. Sempre il Signore apre all’evangelizzatore una porta che lo immette nel cuore di una comunità. Il problema, ripeto, sta tutto negli evangelizzatori, che non devono cercare successi umani, ma promuovere invece il mistero di comunione con Cristo nella Chiesa, nel dono dello Spirito Santo.  Annunciare il regno di Dio, è annunciare una realtà che non nasce dalla terra, che non ha in sé la logica del potere, del dominare, dell’avere.
L’annuncio dei 72, è un annuncio di pace che viene dall’alto e che si comunicava tramite le loro persone ai “figli della pace”. Certo, molti erano in quel tempo “figli della guerra”, che speravano di poter prendere le armi per combattere contro Roma. Già c'erano state le insurrezioni di Tèuda, e di Giuda il Galileo (At 5,36), seguirà poi un’insurrezione generale di Israele contro Roma, che porterà alla distruzione di Gerusalemme da parte delle legioni romane, ma c'erano tanti “figli della pace”, che accolsero il Principe della pace. Una pace nuova, fondata sull'amore. Cristo, il Principe della pace, che porta e stabilisce un regno di pace: pace con Dio e tra gli uomini. Pace che ha un vessillo di vittoria: la croce.
I militi si vantano del loro vessillo militare, noi ci vantiamo della croce.
Paolo, lo abbiamo ascoltato nella seconda lettura, si vanta della croce di Cristo e dice il risultato che quella croce ha prodotto in lui: il mondo è stato crocifisso per lui, come lui per il mondo. Il mondo, che è da intendersi come compagine del peccato, come "mondo perverso" (Cf. Gal 1,4; 4,3), è stato crocifisso per Paolo perché ora è senza presa su di lui, e Paolo è stato crocifisso per il mondo in quanto egli non agisce in nulla a favore del "mondo perverso". La croce di Cristo, mentre produce l'inazione del mondo sul discepolo di Cristo, anche se dovesse metterlo a morte non lo potrebbe separare dall'amore di Cristo (Rm 8,35) e l'inazione del discepolo di Cristo a vantaggio del mondo, non è senza azione verso il mondo, poiché la carità che trae origine e forza dalla croce di Cristo vuole che il mondo si converta e viva, e si adopera per questo (Cf. Gv 3,16).
Cristo sulla croce ha redento il mondo. Il mondo è rinnovato, ma ciò diventa atto nell’accoglienza di Cristo. Chi si apre alla salvezza non può non operare per la salvezza del mondo.
Allora ecco che le espressioni di gioia dell’annuncio di Isaia diventano nostre, dal momento che Gerusalemme è figura della Chiesa e della civitas cristiana che da lei procede nei popoli e tra i popoli. Noi dobbiamo essere annunciatori della bellezza della Chiesa. I discepoli andavano a due a due: erano degli annunciatori della bellezza della comunione fraterna.
Noi dobbiamo annunciare non solo Cristo, ma anche la Chiesa, mediante la nostra testimonianza di comunione. La Chiesa, luce delle genti, la dobbiamo far risplendere di vesti nuove, che sono le opere dei santi (Ap 19,8). Dobbiamo fare nostre le parole di Isaia: “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti l’amate. Sfavillate con essa di gioia”. E Isaia continua: “Voi tutti che per essa eravate in lutto", cioè voi che avete sofferto nel vederla misconosciuta, perseguitata, ora rallegratevi. La Chiesa ha tempi di dura persecuzione, ma ne emerge sempre bella, sfavillante. Il mondo la attacca, ma alla fine non farà altro che toglierle pesantezze e lentezze, ed essa pronta e agile alla voce del suo Signore porterà il Vangelo in tutta la terra. Ma la Chiesa è sempre bella, anche se non sempre i suoi figli la adornano di vesti belle.
Noi annunciamo la bellezza della Chiesa nella perseveranza quotidiana, nel perdono, nella sopportazione. E lo dobbiamo fare sempre più, visto che il mondo si vuole disancorare totalmente da Cristo.
Corriamo noi il rischio di essere interpretati come mercanti della religione? Assolutamente no se seguiamo la parola di Gesù che ci invita a non appesantire fino a bloccare l’evangelizzazione con la ricerca di compensi, di denari, di onori.
Belli i 72 discepoli inviati a due a due da Cristo. Belli nella loro veste di uomini dell'umiltà e anche della penitenza a favore dei peccatori. Non digiunavano, perché lo Sposo era con loro, ma non avevano rigettato il messaggio di Giovanni e allora digiunavano rifiutando onori, denaro, beni, e lavorando su stessi affinché l'orgoglio fosse domato.
Belli i passi dei 72. Belli i passi dei 12.
“Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza”, dice Isaia (52,7). Bella la Chiesa, sempre bella; ma quanto è bella, stupenda, quando i suoi figli la adornano di vesti splendenti di luce!
Amen. Ave Maria. Vieni Signore Gesù.

Fonte:http://www.perfettaletizia.it/

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