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padre Raniero Cantalamessa, "La famiglia dovrebbe essere un riflesso terreno della Trinità"

La famiglia dovrebbe essere un riflesso terreno della Trinità
padre Raniero Cantalamessa

Santissima Trinità (Anno C) 

  Visualizza Gv 16,12-15
Nel Vangelo, tratto dai discorsi di addio di Gesù, si profilano sullo sfondo tre misteriosi soggetti, inestricabilmente uniti tra loro. "Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi condurrà alla verità tutta intera...Tutto quello che il Padre possiede è mio [del Figlio!]". Riflettendo su questi e altri testi dello stesso tenore, la Chiesa è giunta alla sua fede nel Dio uno e trino.

Molti dicono: ma cos'è questo rebus di tre che sono uno e di uno che sono tre? Non sarebbe più semplice credere in un Dio unico, punto e basta, come fanno gli ebrei e i musulmani? La risposta è semplice. La Chiesa crede nella Trinità, non perché prenda gusto a complicare le cose, ma perché questa verità le è stata rivelata da Cristo. La difficoltà di comprendere il mistero della Trinità è un argomento a favore, non contro la sua verità. Nessun uomo, lasciato a se stesso, avrebbe mai escogitato un tale mistero.

Dopo che il mistero ci è stato rivelato, intuiamo che, se Dio esiste, non può che essere così: uno e trino allo stesso tempo. Non può esserci amore se non tra due o più persone; se dunque "Dio è amore", ci deve essere in lui uno che ama, uno che è amato e l'amore che li unisce. I cristiani sono anch'essi monoteisti; credono in un Dio che è unico, ma non solitario. Chi amerebbe Dio se fosse assolutamente solo? Forse se stesso? Ma allora il suo non sarebbe amore, ma egoismo, o narcisismo.

Vorrei cogliere il grande e formidabile insegnamento di vita che ci viene dalla Trinità. Questo mistero è l'affermazione massima che si può essere uguali e diversi: uguali per dignità e diversi per caratteristiche. E non è, questa, la cosa che abbiamo più urgente bisogno di imparare, per vivere bene in questo mondo? Che si può essere, cioè, diversi per colore della pelle, cultura, sesso, razza e religione, eppure godere di pari dignità, come persone umane?

Questo insegnamento trova il suo primo e più naturale campo di applicazione nella famiglia. La famiglia dovrebbe essere un riflesso terreno della Trinità. Essa è fatta da persone diverse per sesso (uomo e donna) e per età (genitori e figli), con tutte le conseguenze che derivano da queste diversità: diversi sentimenti, diverse attitudini e gusti. Il successo di un matrimonio e di una famiglia dipende dalla misura con cui questa diversità saprà tendere a una superiore unità: unità di amore, di intenti, di collaborazione.

Non è vero che un uomo e una donna debbano essere per forza affini per temperamento e doti; che, per andare d'accordo, debbano essere o tutti e due allegri, vivaci, estroversi e istintivi, o tutti e due introversi, quieti, riflessivi. Sappiamo anzi quali conseguenze negative possono derivare, già sul piano fisico, da matrimoni fatti tra parenti, all'interno di una cerchia ristretta. Marito e moglie non devono essere uno "la dolce metà" dell'altro, nel senso di due metà perfettamente uguali, come una mela tagliata in due, ma nel senso che ognuno è la metà mancante dell'altro e il complemento dell'altro. Questo intendeva Dio quando disse: "Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto simile a lui" (Gn 2,18). Tutto questo suppone lo sforzo per accettare la diversità dell'altro, che è per noi la cosa più difficile e in cui solo i più maturi riescono.

Vediamo anche da questo come sia errato considerare la Trinità un mistero remoto dalla vita, da lasciare alla speculazione dei teologi. Al contrario, esso è un mistero vicinissimo. Il motivo è molto semplice: noi siamo stati creati a immagine del Dio uno e trino, ne portiamo l'impronta e siamo chiamati a realizzare la stessa sublime sintesi di unità e diversità.

Fonte:www.qumran2.net


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