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Alessandro Cortesi op, Commento XV domenica tempo ordinario – anno C


XV domenica tempo ordinario – anno C – 2019

Deut 30,10-14; Col 1,15-20, Lc 10,25-37

‘Chi è il mio prossimo?’ è la domanda di un dottore della legge a Gesù che introduce il racconto: un uomo attaccato dai briganti, percosso è lasciato moribondo sulla strada tra Gerico e Gerusalemme, e viene soccorso da un samaritano. E' una pagina che non finisce di provocarci e di riportarci al centro del vangelo stesso.

Gerico era città residenza della tribù di una tribù di sacerdoti distante circa 30 chilometri da Gerusalemme. La strada copre un dislivello di circa 1000 metri dai 350 sotto il livello del mare di Gerico ai 740 sopra di Gerusalemme. Il samaritano, appartenente ad un popolo considerato non solo straniero, ma anche eretico e nemico è l’unico che si ferma a soccorrere quell’uomo ferito sulla strada.

Il suo passaggio avviene dopo che altri erano già passati e avevano visto, ma erano andati oltre: Luca indica i loro profili: un sacerdote prima, un levita poi, persone religiose, anzi custodi del sacro. Il primo forse scendeva dopo aver svolto il suo servizio settimanale nel tempio di Gerusalemme; il secondo aveva compiuto la sua mansione di inserviente o di cantore nel tempio. Erano persone osservanti e religiose.

Luca dice che essi ‘videro’ ma è un vedere che non li ha spinti a fermarsi, è un vedere distante e impermeabile alla sofferenza concreta di un uomo. Per questo proseguono il cammino sull’altro lato della strada. Luca non spiega perché non si sono fermati: forse perché il contatto con il sangue o con un morto rendeva impuri, e impediva di compiere azioni di culto, forse perché l’uomo era uno sconosciuto ed avevano paura.

A questo punto la parabola ha un punto di svolta: ‘Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione’: una persona considerata un eretico, uno straniero, un nemico, di fronte a quell’uomo che soffriva sulla strada, ‘lo vide’ e pur non essendo dei 'suoi' si ferma e lo soccorre.

E’ un vedere diverso da chi era passato prima di lui: il samaritano riconosce in lui un uomo. E – aggiunge Luca – ‘ne ebbe compassione’, avvertì una sofferenza che lo prese nelle viscere. 'ne ebbe compassione' è verbo di una sofferenza profonda, interiore, che guarda all'altro e diviene propria. Il samaritano è immagine di un Dio che'soffer nelel viscere' come donna che sente dentro di sè le angustie di propri figli e si china facendo proprie le sofferenze dell’uomo.

La com-passione non si limita ad essere sentimento interiore, ma si fa azione concreta con una particolare sottolineatura sul carattere personale della cura: ‘gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui ‘. E’ l’elencazione di una serie di gesti, concreti, mirati a soccorrere, ma che hanno al centro la persona di ‘lui’.

Quell’uomo è per il samaritano un ‘tu’ di cui prendersi cura. Così nelle parole rivolte all’albergatore ‘Abbi cura di lui…’. Questa pagina è la presentazione forse più alta di cosa significa la fraternità cristiana: prendersi cura dell’altro, riconoscere nell’altro non un nemico, ma un uomo da soccorrere.

Il prossimo non è solamente chi appartiene al proprio gruppo, al proprio clan, alla propria confessione religiosa, cioè chi è vicino. Gesù capovolge la domanda che all’inizio gli era stata posta dal dottore della legge in due modi: innanzitutto rende chiaro che il samaritano non si è chiesto ‘chi è il mio prossimo’ ma ha scoperto nell’inatteso del cammino a chi egli stesso si trovava ad essere vicino. Nel volto di uno sconosciuto riconosce il volto di un uomo che soffre e ha bisogno di cura.

In secondo luogo non accetta di definire ‘il prossimo’ ma rinvia alla responsabilità personale: ‘chi è stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?’. La domanda fondamentale non è tanto quindi ‘chi è il mio prossimo?’, ma ‘a chi tu sei prossimo?’: è possibile scoprire la prossimità solamente nel prendersi cura di qualcuno: ‘non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

C’è ancora un altro messaggio della parabola: in questo chinarsi del samaritano in filigrana si intravede il volto stesso di Cristo che si china su di noi, ci rialza, ci aiuta a guarire e ci accompagna a ‘tornare alla vita’.

I gesti del prendersi cura vissuti da chiunque, al di fuori di chiese e appartenenze religiose, sono l’unica parola credibile e significativa su Dio. In essi infatti è già presente il volto del Dio ‘samaritano dell’uomo’, che scende ed ha cura di ogni persona, guardando alle sue ferite e alla sua debolezza. Nell’edificio costruito sulla strada di Gerico - il caravanserraglio del buon samaritano - un pellegrino medioevale ha scritto: ‘se persino sacerdoti e leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che il Cristo è il buon samaritano: egli avrà compassione di te nell’ora della tua morte e ti porterà alla locanda eterna’.

Alessandro Cortesi op

Fonte:alessandrocortesi2012.wordpress.com


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