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Alessandro Cortesi op, Commento XVI Domenica Del Tempo Ordinario (Anno C)

XVI Domenica Del Tempo Ordinario (Anno C)
Gen 18,1-10a; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

Nella sua vita Abramo vive un’esperienza inattesa e sconvolgente: l’incontro con un Dio che passa come ospite, si fa accogliere e dà inizio ad una vita nuova. Il racconto di quanto accade alle querce di Mamre nell’ora più calda del giorno è espressione di tale evento. Dio si fa incontro presso l’albero e vicino alla tenda. In una prima parte l’accoglienza, nella seconda un colloquio.

Alle querce di Mamre Abramo ospita tre visitatori. “Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui”. Non riconosce chi sono. Ma presta loro la sua ospitalità: si mette a correre, lui vecchio nell’ora più calda del giorno: “Appena li vide corse loro incontro…”. Va poi da Sara nella tenda per chiederle di preparare delle focacce. I gesti dell’ospitalità sono sinceri, generosi, immediati. Dopo la prima parte del racconto in cui è Abramo che agisce di più, la seconda parte concentra l’attenzione su Sara e sulla tenda. Sara riceve la promessa di un figlio. E’ una promessa che la fa ridere perché era qualcosa di impossibile (e il nome Isacco verrà da questo riso). E la parola che giunge è: “C’è forse qualche cosa di impossibile al Signore?’. Il Dio visitatore è Dio che suscita vita. L’ospitalità che allarga i pali della tenda alla presenza di ospiti sconosciuti è esperienza in cui si genera una fecondità desiderata e inattesa perché proprio nell’ospitalità si fa esperienza del venire di Dio nella vita. E Jahwè può aprire fecondità inaudite e conosce i segreti dei cuori.

Betania, villaggio vicino a Gerusalemme, era luogo dove Gesù trovava accoglienza presso la casa di amici: Lazzaro, Marta, Maria. Betania è luogo dell’amicizia vissuta, e del riposo che l’amicizia offre. Luca, racconta una scena in questa casa subito dopo la parabola del buon samaritano, da leggere insieme, scorgendo continuità tra la domanda ‘maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’, la parabola del samaritano e l’episodio di Betania.

L’atteggiamento di Marta tutta presa dai molti servizi è presentato spesso come contrapposto a quello di Maria, seduta ai piedi di Gesù. E’ stato così dato risalto la scelta migliore di Maria, la contemplazione in contrasto con l’attività. Ma tale lettura è limitata e forse fuorviante.

Un lettura diversa può essere fatta in una lettura nel contesto: nel capitolo 9 Luca narra la partenza verso la Passione (Lc 9,51). Gesù poi presenta a più riprese le condizioni poste a chi intende seguirlo (9, 57-62), sceglie i settantadue e li invia indicando loro uno stile di vita (10, 1-20), dice che il Padre si rivela ai piccoli (10, 21-24). Racconta poi al dottore della legge la parabola del samaritano (10,29-37), poi visita le sorelle e infine lascia ai suoi la preghiera del Padre Nostro. Il racconto con gradualità delinea il profilo dei discepoli autentici.

Nella parabola del samaritano Gesù aveva indicato quello straniero come colui che sa provare compassione e si è fatto prossimo. Si era fermato e ‘aveva visto’ quell’uomo da soccorrere lungo la strada: ciò che persone religiose avevano pur visto, ma senza fermarsi. Il samaritano aveva agito concretamente ponendo gesti di cura e vicinanza: aveva compreso di essere lì e in quell’ora prossimo a quell’uomo sofferente. Per Gesù ciò che sta al centro e dà senso alla vita è questa cura e questo servizio, il farsi prossimi perché il Dio della Bibbia è Dio che scende a liberare.

Nella casa di Betania, Marta e Maria divengono così quasi due aspetti di un unico profilo che è la vita del discepolo. Il discepolo che accoglie e dona amicizia a Gesù. Esse esprimono così il volto di chi si fa prossimo. Marta è ‘presa dai tanti servizi’. Accanto a lei Maria ascoltava la parola di Gesù. E’ il medesimo atteggiamento dell’indemoniato ‘che stava seduto ai piedi di Gesù’ in attesa di essere liberato (Lc 8,35). Luca non intende contrapporre la contemplazione all’azione, ma nei gesti e negli incontri di Betania ricorda l’essenziale di una vita con Gesù che si delinea come ascolto e come servizio, come prossimità vissuta al Signore e agli altri nei gesti della cura.

Ogni autentica attività di servizio sgorga dall’ascolto della Parola e ogni ascolto significa stare seduti ai piedi di Gesù, gesto proprio del discepolo per vivere quanto lui stesso ha vissuto. La vita del discepolo è indicata nella compresenza di ascolto e servizio. L’ascolto di Gesù si compie in gesti concreti di prossimità. Il servizio vive e si rende possibile nell’ascolto, degli altri e di Dio, in una ospitalità aperta.

Una lettura femminista di questo passo biblico ha aperto anche nuove considerazioni nel pensare alla situazione originaria delle chiese e alla presenza delle donne così come voluto da Gesù nel suo convocare attorno a sè una comunità di uguali: A parere di Elisabeth Schlüsser Firoenza, i due “tipi” costituiti da Marta e Maria non sono in riferimento alla vita attiva e alla vita contemplativa, ma sono due compiti: la “diaconia” e l’“ascolto della Parola”. Il verbo greco diakonèin indica appunto il “servire” e Marta attua un servire che non è preparazione di un pasto. Esso va interpretato allora come il servizio ecclesiale, la diaconia. Dietro la figura di Marta si nasconde quindi il riferimento alla donna responsabile del servizio della comunità cristiana. E la sua protesta a Gesù è perché è lasciata sola con quelle responsabilità. Importante è che la scena avviene nella casa che è proprio il luogo originario delle prime comunità cristiane (e non il tempio e la chiesa!).

«La chiesa domestica era l’inizio della chiesa in una determinata città o in una regione; offriva spazio per la predicazione della Parola, per il culto, come pure per la mensa comune, sociale ed eucaristica ... La chiesa domestica, per la sua ubicazione, offriva uguali opportunità alle donne, perché tradizionalmente la casa era considerata la sfera propria delle donne e le donne non erano escluse dalle attività che vi si svolgevano ... la sfera pubblica nella comunità cristiana era nella casa e non fuori. La comunità era ‘nella casa di lei’. Perciò sembra che la domina della casa in cui si riuniva l’ekklesía avesse una responsabilità di primo piano per la comunità e per le riunioni nella chiesa domestica… In conclusione: la letteratura paolina e gli Atti ci permettono ancora di riconoscere che le donne avevano il loro posto fra i missionari e i leaders più eminenti del movimento cristiano primitivo. Erano apostole e ministri come Paolo e alcune erano sue collaboratrici. Insegnavano, predicavano e gareggiavano nella corsa per l’evangelo. Fondarono chiese domestiche e, come eminenti ‘patrone’, usarono la loro influenza a favore di altri missionari e cristiani. Se paragoniamo la loro funzione direttiva con il ministero delle diaconesse venute più tardi, colpisce il fatto che la loro autorità e il loro ministero non erano limitati alle donne e ai bambini e non erano esercitati solo in ruoli e funzioni specificamente femminili» (E.Schüssler Fiorenza, In memoria di lei, 201-202).

Alessandro Cortesi op


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