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Don Marco Ceccarelli, Commento XIV Domenica Tempo Ordinario “C”

XIV Domenica Tempo Ordinario “C” – 7 Luglio 2019
I Lettura: Is 66,10-14
II Lettura: Gal 6,14-18
Vangelo: Lc 10,1-12.17-20
- Testi di riferimento: 2Re 4,29; Sal 68,12; Ger 3,15; Mt 10,40; Mc 16,20; Lc 9,1-6.52; 17,20-21;
21,17-18; Gv 4,34-38; 9,4; At 13,2; 28,7-10; Rm 16,20; 1Cor 9,14; 15,10; Fil 2,25.30; Col 1,28-29;
1Ts 5,12-13; 1Tm 5,17-18; 2Tm 4,5; Eb 2,14-15; Ap 11,3-4; 12,7-9
1. Seconda lettura.
- Alla fine della lettera, Paolo “sigilla” l’esposizione del vangelo che ha predicato ai Galati, e che ha
dovuto di nuovo ricordare loro, che consiste non soltanto nell’affermazione che egli trova il suo
vanto soltanto nella croce di Cristo (v. 14), ma che tale croce è – in qualche modo – impressa nel
suo corpo. Quando al v. 17 afferma che egli porta le “stigmate” di Cristo nel suo corpo non sta parlando in senso spirituale, ma si riferisce alla concrete cicatrici che ha nella sua carne come conseguenza di tutte le battiture che ha ricevuto. Infatti, in Gal 3,1, Paolo aveva ricordato ai Galati che “ai
loro occhi fu rappresentato Cristo crocifisso”. La “rappresentazione” di cui parla allude non solo alla proclamazione del vangelo, ma anche alla “visualizzazione” (ai vostri occhi) della crocifissione
di Gesù, avvenuta, in qualche modo, nella carne stessa dell’apostolo; una situazione menzionata poi
in 4,13-14. In 2Cor 11,24-25 Paolo scrive di essere stato oggetto (fra le altre cose) di cinque flagellazioni e di tre battiture con bastoni. In At 14,19 si narra che Paolo è stato lapidato. Si tratta di pesanti maltrattamenti che hanno lasciato segni indelebili sul suo corpo. Possiamo quindi anche capire
in che senso Paolo ritenga che in lui sussista un Cristo crocifisso (Gal 2,19-20). Tutti quei segni
dunque sono “le stigmate di Gesù”. Il vangelo che Paolo annuncia è “scritto” sulla sua carne. Come
è stato ben definito, «la pelle di Paolo è una pergamena sulla quale è leggibile la storia agonizzante
delle umiliazioni di Gesù che precedono la sua morte datrice di vita».
- L’espressione “vantarsi della croce” esprime dunque radicalmente tutto il paradosso cristiano, lo
scandalo del vangelo. La condanna alla croce/crocifissione costituiva la massima ingiuria, degradazione, disonore che si poteva subire. Soltanto un “folle” avrebbe potuto “vantarsi della croce”. E ciò
vale anche per le piaghe sul suo corpo. Portare i segni di fustigazioni significava essere “marchiato”
come persona poco raccomandabile. Trarre vanto perciò da una doppia “vergogna” – la crocifissione di Gesù e le cicatrici delle punizioni corporali subite per lui – era possibile soltanto se chi affermava ciò aveva sperimentato di quelle piaghe tutta la potenza salvifica. Esse danno testimonianza al
suo annuncio perché, come afferma in 1Cor 15,30-32, a cosa gioverebbe sopportare tutto ciò se Cristo non fosse risorto?
2. L’annuncio del regno.
- Se vogliamo individuare un centro al brano di Vangelo odierno, mi pare possa essere ravvisato in
quel messaggio sintetico ed essenziale che troviamo al v. 9: «È vicino a voi il regno di Dio». Il “regno di Dio” è quella realtà nuova che Gesù è venuto ad inaugurare fra gli uomini con la sua presenza e soprattutto con il compimento della sua missione a Gerusalemme. Si tratta della realizzazione
di tutte le promesse di felicità che Dio aveva rivolto al suo popolo tramite i profeti (vedi prima lettura). La salvezza per gli uomini consisterà nel far parte di questa nuova realtà che è il regno di Dio.
Dio si fa vicino agli uomini, si rende “disponibile” nel suo figlio Gesù. Chi accoglie Gesù accoglie
il Padre e nella sua casa entra lo shalom, la salvezza, la felicità. Ma per accogliere Gesù occorre accogliere i suoi inviati.
- Gli annunciatori del regno.
• Perciò nel momento in cui Gesù si dirige decisamente verso il compimento della sua missione
(Vangelo della domenica precedente) chiama persone a dedicarsi alla predicazione del regno di Dio
(Lc 9,60) e manda i discepoli a due a due «davanti a sé» (10,1). Si tratta della stessa missione di
Giovanni Battista. Costui aveva il compito di andare davanti al Signore per preparare le sue strade
(Lc 1,17; 1,76); e in definitiva quel Signore a cui egli faceva da precursore non era altro che Gesù
stesso (Lc 7,27). Il ruolo di Giovanni era quello di annunciare la presenza del Messia e di invitare
alla accoglienza della salvezza. La stessa funzione svolgono ora i discepoli (da notare che in Lc
9,52 essi sono chiamati angeloi, “messaggeri”, come Giovanni in Lc 7,27). Essi devono annunciare
la presenza del regno ed invitare all’accoglienza della salvezza. Lo devono fare con urgenza (senza
salutare nessuno) perché è l’ora della mietitura, della chiamata al regno; il tempo in cui l’accoglienza del regno e l’ingresso in esso è prioritario rispetto a qualsiasi altro bene. E allo stesso tempo
i discepoli sono coinvolti nella stessa ostilità che si manifesta verso il Messia e verso il regno.
• Siamo all’inizio del ministero profetico della Chiesa. La Chiesa deve svolgere nel mondo, in mezzo agli uomini, in mezzo alle nazioni, fino alla fine dei tempi, la missione profetica di Giovanni
Battista. E nel portare avanti questa missione non ci si deve lasciar distrarre da nulla (10,4), perché
non c’è nient’altro che la Chiesa deve fare se non annunciare il regno di Dio, se non portare agli
uomini Cristo. In Ap 11 si parla di “due testimoni” (v. 3) che svolgono un ministero profetico e che
stanno “davanti al Signore” (v. 4). Essi saranno oggetto di violenza, subiranno il martirio (e molte
genti si rallegrano di questo: v. 10). Eppure continuano a vivere (v. 11), perché essi hanno la stessa
vita di Cristo e in realtà niente li può danneggiare (Lc 10,19), perché i loro nomi sono scritti nei cieli (Lc 10,20). La Chiesa svolge, in mezzo ad ostilità e violenza, come agnelli in mezzo ai lupi (Lc
10,3), il ministero profetico di annunciare a tutti gli uomini che la salvezza si trova in Cristo.
3. “Pace a questa casa” (v. 5). I discepoli non solo annunciano il regno e la salvezza, ma ne sono
anche i portatori. Cristo e il regno di Dio si fanno presenti nei discepoli. Gesù, e con lui il regno, si
accoglie accogliendo i suoi discepoli (Mt 10,40). Già accogliendo loro si accoglie quella pace, quello shalom che è il dono per eccellenza del Messia. In Luca la “pace” è sempre collegata con la salvezza divina. Con i discepoli i malati vengono curati, i demoni cacciati; l’attività sanante di Gesù
opera per mezzo di loro. Cristo continuerà ad essere presente ed operante in mezzo agli uomini nelle persone dei suoi discepoli (v. 16). La Chiesa sarà in mezzo agli uomini il germe e la primizia del
regno (Lumen Gentium 5). E quindi, d’altro lato, se non si accoglie la Chiesa si rimane esclusi dai
doni del regno. Se si rifiuta il dono gratuito della salvezza che la Chiesa porta si rimane privi di essa; si rimane prigionieri di satana, del peccato, della morte, senza altra possibilità di uscirne fuori.
Non accogliere la buona notizia del regno è questione di vita o di morte. Per questo occorre non
avere nulla a che fare con quei luoghi in cui si è rifiutato radicalmente il regno di Dio (vv. 10-11).
Chi non accoglie il regno rimane prigioniero del regno di satana e ne subirà le conseguenze. Non
perché Dio punisca qualcuno, ma perché ogni albero dà inevitabilmente i suoi frutti. Quanto Gesù
dice riguardo le città che non hanno accolto i discepoli (v. 12; ma vedere anche i vv. 13-15 che non
vengono letti nella Messa) è inequivocabile.
4. La caduta di satana. L’annuncio del regno ha il potere di detronizzare satana. In Lc 4,5-6 il diavolo mostra a Gesù i regni del mondo e gli offre tutta quella potenza «perché è stata messa nelle mie
mani e la do a chi voglio». Satana è il detentore dei regni umani. Gli uomini a causa della paura della morte sono tenuti in schiavitù dal demonio per tutta la vita (Eb 2,14-15). Cristo con il suo mistero
pasquale vince la morte e dà la possibilità di essere strappati da questa schiavitù. Con l’avvento del
regno di Dio satana perde la sua sovranità su quelle persone che vi entrano a far parte. La Chiesa ha
il potere di liberare gli uomini dalla tirannia del peccato, perché ha il potere di fare entrare gli uomini nel regno di Dio. E la vera gioia, la cosa fondamentale per cui rallegrarsi e da difendere è proprio questa appartenenza. Nella Chiesa ci sono persone che, in diverse forme, maggiormente si adoperano per portare agli uomini il regno di Dio. Ma quello di cui occorre rallegrarsi, quello che ci
dona la gioia e lo shalom, non è l’avere questo o quel potere all’interno del regno, piuttosto l’appartenere al regno stesso.
5. Gesù chiama i discepoli a partecipare alla sua stessa missione. Li chiama a seguirlo verso Gerusalemme, sino alla croce. Per questo occorre seguirlo radicalmente, lasciando qualsiasi cosa, qualsiasi
attaccamento, perché il cristiano non ha altro scopo che quello di dare la sua vita, come il maestro,
per la salvezza degli uomini. Come san Paolo (seconda lettura), il cristiano non altro vanto che nella
croce di Cristo (Gal 6,14) e porta nel suo corpo le stigmate di Gesù (6,17) per amore degli uomini.
Gesù continua ad operare la salvezza attraverso i suoi discepoli che hanno il potere di liberare gli
uomini dalla tirannia di satana, e che completano nel loro carne quello che manca ai patimenti di
Cristo (Col 1,24).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/

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