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Don Marco Ceccarelli, Commento XVIII Domenica Tempo Ordinario “C” – 4 Agosto

XVIII Domenica Tempo Ordinario “C” – 4 Agosto 2019 I Lettura: Qo 1,2; 2,21-23 II Lettura: Col 3,1-5.9-11 Vangelo: Lc 12,13-21 - Testi di riferimento: Sal 17,14-15; 49,10.21; 119,36-37; Qo 2,17-19; 5,9; 6,7; Sir 11,18-19; Is 53,10; Mt 6,19-21; Lc 9,24.59-60; 10,25.42; 12,31-32; 14,26; 16,3.11-12.25; 18,18.25.29-30; 19,26; Gv 10,28; 11,25-26; 14,6; Rm 8,38-39; 1Cor 6,10; Ef 3,8; 4,17-19; 5,5; Col 1,27; 1Tm 6,8.17-19; Eb 13,5; Gc 4,13-15; 1Pt 1,3-4 1.

Prima lettura: tutto ci sarà tolto. Secondo san Girolamo il Qoelet dovrebbe essere il primo libro della Bibbia che un catecumeno, uno che comincia ad istruirsi nella fede cristiana, dovrebbe leggere. In realtà si tratta invece di uno dei libri meno conosciuti anche se è probabilmente uno dei più facili da capire. Ed effettivamente, se ci confrontassimo seriamente con le domande che l’autore del libro pone all’attenzione del lettore avremmo una strada aperta per accogliere la risposta della Sapienza incarnata che ci è annunciata nei Vangeli. E tali domande si possono riassumere così: che senso ha la vita? Che senso ha il vivere, il lavorare, l’accumulare, il faticare, se poi alla fine perderemo tutto comunque? L’esistenza umana si svolge – questo suggerisce il Qoelet – all’insegna di una tragica stoltezza o follia; è un correre con affanno senza alcun vantaggio, perché comunque la vita ci sfugge e alla fine si muore. «Tutto è vanità»: questa è la conclusione tanto chiara quanto disarmante di Qoelet. Anche quando si è realizzato qualcosa di molto importante, la nostra esistenza rimane senza senso perché comunque si muore. La vita ci sfugge; non riusciamo a trattenerla, nonostante tutti i nostri sforzi e affanni. E se prendessimo seriamente questa sfida, ci accorgeremmo di non avere una vera risposta se non quella che i Vangeli (e Lc in modo particolare) ci presentano. 2. Il Vangelo. - Da dove viene la vita. Illuminati allora dalla sfida di Qoelet possiamo capire meglio come la domanda che abbiamo ascoltato qualche domenica fa – “Che devo fare per ereditare la vita eterna?” (Lc 10,25) – sia appunto la vera e unica questione capitale. Cosa bisogna fare affinché la vita non ci sfugga, affinché si possa possedere una vita vera sia dal punto di vista qualitativo – una vita felice, realizzata – che quantitativo – una vita che dura sempre? E per trovare la risposta occorre innanzitutto capire da dove la vita non viene. Perché è inutile che perdiamo tempo a cercare qualcosa dove essa non c’è. Se cerchiamo la vita dove non si può assolutamente trovare stiamo soltanto perdendo tempo – e quindi vita. E così la prima risposta che Gesù dà nel brano di Vangelo odierno è che la vita non viene dai beni. - La cupidigia (v. 15). Il termine greco pleonexia ci dice che la cupidigia non è l’avarizia, cioè l’attaccamento alle cose, ma il desiderio di “avere di più”. È quella brama che mi spinge a desiderare di avere più di quello che già ho. È quella inquietudine che mi fa sentire insoddisfatto, inappagato, anche se oggettivamente ho tantissimo. Nessuno dice mai basta riguardo il possesso delle cose. Perché? Che cosa rivela in fondo la cupidigia? Rivela che quello che già possiedo non mi sazia, non mi soddisfa, non mi basta. Se uno vuole di più è perché quello che ha non lo sazia. Chi vuole mangiare ancora è perché non si sente sazio. Chi è sazio non vuole più niente. Dunque la brama di possedere ulteriormente rivela che le realtà umane non ci saziano. E non ci sazieranno nemmeno avendone di più. Per questo Gesù dice di guardarsi da “ogni (tipo di) cupidigia”, cioè non solo verso i beni materiali, ma anche di affetto, di fama, di bellezza, di successo, ecc. La parabola indica proprio questa illusione, che porta a spendere la vita in funzione dell’accumulo dei beni. Per questo san Paolo dice – proprio nell’odierna seconda lettura – che la cupidigia è idolatria (Col 3,5), perché diventano idoli quelle cose, anche buone, da cui si pretende la vita; mentre invece la vita non viene se non da Dio. Il Qoelet aveva già notato che non c’è nulla che riesca a saziare l’uomo (1,8; 4,8; 5,9; 6,3.7). Rimane sempre e comunque una inquietudine, una insoddisfazione. La cupidigia ci sta proprio a dire che i beni non saziano, non soddisfano quella fame di vita, di felicità che ciascuno di noi ha dentro. I beni non impediscono alla vita, come il Qoelet aveva capito bene, di sfuggire da noi. - “Ti chiederanno di restituire la tua vita” (v. 20). La scena descritta dalla parabola è così disarmante e così ovvia nella sua comprensione da sembrare quasi puerile. È il classico caso di uno che fa un investimento sbagliato. Si investono i risparmi, ciò che si possiede, nella speranza di aumentare il proprio capitale. Investire è giusto. Il contadino che “spreca” un sacco di grano seminandolo sta facendo una cosa opportuna. L’importante è che lo semini nel terreno giusto, altrimenti rischia di perdere tutto. Dunque il punto è avere il discernimento per investire nel modo giusto. Il personaggio della parabola pensa di aumentare la vita usando la sua vita per accumulare dei beni. Ma è ovvio che per quanti beni uno possa avere accumulato non servono a nulla “per vivere senza fine e non vedere la tomba” (Sal 49,10). Lo sappiamo tutti! Talmente ovvio e risaputo che non c’è niente di più difficile da capire. Quante volte abbiamo sentito dire che chi vince certe somme alla lotteria si sistema per tutta la vita? È ovvio che è una balla; eppure lo diciamo o lo pensiamo con convinzione, e invidiamo questi “fortunati”. E quante volte anche noi abbiamo detto a noi stessi “riposati, mangia, bevi e divertiti” (v. 19), e abbiamo seguito questo consiglio ma senza saziarci, senza trovare la vita? Così se non ci mettiamo veramente di fronte alla cruda realtà che comunque sia si muore, che comunque sia la vita ci viene tolta, se ci nascondiamo dietro ad un dito (il possesso delle cose, per esempio) per non vedere questa ovvia verità, allora anche per noi si può dire «l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono» (Sal 49,21). - “Arricchire in Dio” (v. 21). Se abbiamo seguito tutto il discorso e il percorso che Luca ci sta facendo fare attraverso il suo Vangelo, allora possiamo comprendere che “arricchirsi in Dio” significa fare la scelta giusta, l’investimento azzeccato. Se non si vuole sprecare quel po’ di vita che abbiamo occorre “investirla in Dio”, cioè avere Lui come unico bene. Come al dottore della legge veniva detto che amando Dio e il prossimo avrebbe avuto la vita eterna, come a Marta veniva detto che Cristo è l’unica cosa necessaria, come le cose buone che il Padre celeste dà a chi lo prega è lo Spirito Santo, così la vera ricchezza, quella che non ci viene tolta è Dio. Lui è la vita, la vita eterna, sia qualitativamente che quantitativamente. Lui è l’unico che non passa, che rimane per sempre (Sal 73,23). Lui è l’unico necessario, l’unico che sazia, l’unico che – se lo abbiamo – non ci sarà tolto. Tutto il resto lo perderemo, perché tutto passa. Rimane soltanto Dio e chi è in Dio. Dio ci ha reso disponibile la sua vita in Gesù Cristo. È ricevendo lui, che è la vita in pienezza, è accogliendo lui – come lo ha accolto Maria (Lc 10,39) – che si accoglie la vita divina. E chi ha questa vita ama, la dona, e facendo questo la moltiplica.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it


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