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padre Gian Franco Scarpitta "Non temere i lupi"

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Non temere i lupi
padre Gian Franco Scarpitta  

XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (07/07/2019)

  Visualizza Lc 10,1-12.17-20
L'argomento della vocazione divina si rivela qui sopratutto la famosa locuzione di Gesù "La messe è molta, gli operai sono pochi. Pregate il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe." Secondo qualche esegeta, il riferimento alla messe allude ai tempi del giudizio, quelli in cui Dio verrà come giudice a "vagliare il grano" destinando chi alla vita chi alla disfatta eterna. Quindi la messe indica in questo senso la salvezza futura. Per estensione, possiamo dire che occorrano operai che predispongano le uve ad essere mature, cioè fuor di metafora che conducano il popolo di Dio a rendersi meritorio della salvezza. Profeti, predicatori, missionari, sacerdoti e uomini consacrati interamente al ministero di essere dispensatori della grazia e annunciatori del Regno di Dio perché tutti possano salvarsi, ecco gli operai che servono e per i quali occorre pregare Dio padrone della messe.

L'invito così perentorio affinché si chiedano a Dio tali ministri in numero ragionevole, è evidente: occorre che da parte nostra assumiamo consapevolezza che tutto dipende dalla chiamata divina e per quanto noi siamo in grado di operare delle scelte, queste non saranno mai congeniali come quelle del Signore che chiama e cerca.

Coloro che però sono chiamati non sono affatto dei privilegiati: in questa missione in cui vengono inviati 72 discepoli Gesù non garantisce nulla a coloro che partono, neppure la loro incolumità fisica. Saranno agnelli in mezzo ai lupi, cioè anime innocenti, candide e ben disposte che dovranno affrontare con temerarietà e coraggio ogni situazione avversa, perfino il pericolo di essere sbranati e perseguitati. Anche la loro sicurezza materiale si dovrà fondare sulla Provvidenza e sulle risultanti del loro operato: "Non portate né sacca né sandali... Restate in quella casa mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa." Ma qual è lo scopo esatto dei settantadue discepoli, scelti per un servizio missionario temporaneo? Effettivamente è quello della testimonianza. Essi sono chiamati ad annunciare il Regno, innanzitutto con l'esemplarità di una vita semplice e dimessa, capace di raccontare essa stessa ciò di cui Dio è capace. La loro presenza, il tatto, il modo di porsi e soprattutto il loro essere inviati due per volta sottolineano come sia importante essere testimoni in prima persona delle parole di cui si è latori agli altri. Del resto, la stessa Scrittura (Dt 19, 14 - 15) indica che qualsiasi testimonianza è veritiera e attendibile alla presenza di almeno due persone attentatrici e quindi testimoniare il Regno di Dio essendo in due è più proficuo di quando lo si fa da soli.

Del resto, proprio di esemplarità e di testimonianza necessita l'annuncio del Regno di Dio. Esso si caratterizza in una dimensione di pace, di giustizia, uguaglianza e predilezione per i poveri e per i sofferenti, apportata dalle parole e dalle opere del Figlio di Dio fatto uomo, di conseguenza il suo annuncio ha un'incidenza maggiore per messo della coerenza della vita. Il Regno di Dio, come afferma Paolo "non è questione di cibo o di bevanda" e non racchiude affatto imperativi di sprezzante mondanità: esso è descritto con le fascinose immagini di cui alla Prima Lettura di oggi (Isaia) "la pantera che si sdraia accanto al capretto...) che esaltano la novità della vita che il Risorto che Dio viene a donarci nel suo Figlio Risorto. Solo chi incarna questa realtà e la fa propria può esserne latore a tutti gli altri.

Gesù in ogni caso non garantisce il buon esito della missione né il successo del nostro ministero sempre e in ogni caso. E' nel computo di chi annuncia infatti essere esposti ad ogni sorta di avversione e di secco diniego dei nostri interlocutori. In ogni ministero svolto nel nome e per mandato del Signore, occorre quindi agire, mostrare interesse e impegno, ma non pretendere di riscuotere successi in ogni luogo perché i risultati appartengono solo al Padrone nonché Arbitro della storia e del nostro mondo. Noi siamo solo degli strumenti. Oltretutto, se il Signore prevede che non sempre gli esiti siano positivi, evidentemente ciò avviene perché noi consideriamo che appunto è Lui solo artefice della salvezza e che da parte nostra si deve mostrare umiltà.

Proprio nella loro capacità di dare "pace" in tutte le case in cui si troveranno a dimorare o a consumare i pasti come ospiti, i missionari otterranno di essere destinatari essi stessi della pace che donano agli altri, poiché non si tratta di un semplice saluto convenevole fra cittadini Ebrei, ma di un vero e proprio dono paragonabile a quello che Gesù comunicherà una volta risuscitato apparendo improvvisamente in mezzo a loro. "Pace a voi" esclama in quella circostanza (Gv 20). Si tratta infatti del dono del Regno e per ciò stesso della gioia, della vita, della novità assoluta che viene ad instaurarsi in mezzo agli uomini e al quale nessuno può restare indifferente a meno che non sia un ostinato recalcitrante al beneficio divino tale da meritare ogni distacco, perfino che si testimoni contro di lui scuotendo la polvere dai calzari. Chi annuncia la pace non ha da temere i lupi o i persecutori perché ha il cuore la ricompensa di Dio e il suo sostegno nel trarre vantaggio dalla stessa missione che egli apporta.

La promessa consiste nella ricchezza futura prefigurata dall'opulenza e dall'abbondanza decritta da Isaia, che non può che essere motivo di sprone e di incoraggiamento man mano che si procede fra i lupi e mercenari.

Fonte:www.qumran2.net

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