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padre Gian Franco Scarpitta, "Siamo una piccola parentesi in Dio

Siamo una piccola parentesi in Dio
padre Gian Franco Scarpitta  

XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (04/08/2019)

  Visualizza Lc 12,13-21
Immaginare quanto sia vecchio il nostro pianeta e considerare che la prima forma di vita sia sorta “solamente” un miliardo e mezzo di anni or sono, a mio giudizio non può che indurci a una conclusione: noi siamo solo una parentesi fugace in un momento sperduto dell'eternità. La specie umana è sorta in un determinato eone della vita di questo pianeta, si è evoluta, ha preso il sopravvento sulle altre specie animali, ha dominato il mondo, tende a colonizzare il sistema solare e l'universo... ma vi sarà un momento in cui potrebbe chiudere la parentesi suddetta, mentre la terra continuerà a gravitare attorno al sole ruotando attorno al proprio asse.

C'è anche chi teme che i robot umanoidi, che saranno in grado di intelligenza artificiale autonoma, possano subentrare agli umani nella gestione del mondo o addirittura ridurre gli uomini in schiavitù prendendo essi stessi il sopravvento; come pure c'è chi ipotizza che dopo una lunghissima acme di potere e di autoaffermazione, gradualmente saremo vittime di un regresso nelle facoltà intuitive e razionali e inesorabilmente degenereremo fino a tornare allo stato primitivo di vita selvaggia e irregolare, mentre altre specie animali avranno il sopravvento.

E allora è proprio vero quanto afferma Qoelet in questo famoso libro di sapienza:

"Vanità delle vanità, tutto è vanità" perché ogni cosa che accade nel mondo è relativa e l'uomo stesso è relativo. Nella sua visione pessimistica, il presente libro delinea la provvisorietà della nostra vita e l'inutilità della fatica, della lotta e dell'intraprendenza, visto che ogni cosa che facciamo è destinata a cadere nel vuoto dell'inanità e della sconclusionatezza.

E d'altronde anche il continuo affannarsi nell'azione e nel lavoro sembra non aver senso o non portare a nulla di esaltante dal momento che spesso siamo destinati a non vedere i frutti del nostro operato o peggio ancora vi sarà chi ne farà uso improprio e immeritato. “Chi ha lavorato con pazienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha mai faticato”, soggiunge sempre il nostro autore veterotestamentario con amarezza intorno alla vanità di questo mondo.

Fortunatamente la conclusione di questo libro sapienziale è più incline alla speranza. Nell'ultimo capitolo infatti la frase suddetta con la quale l'autore aveva esordito "Vanità delle vanità, tutto è vanità"si ripete nuovamente, ma questa volta con la raccomandazione a riporre la propria fiducia in Dio e a osservare i suoi comandamenti "perché qui sta tutto l'uomo". In contrapposizione alla malvagità del mondo, alla sfiducia a cui si viene costretti e alla latente perversione incombente che è di prassi nelle relazioni umane, si contrappone la speranza e la fiducia nel Signore, considerando che ogni cosa comunque deriva da lui e che nulla può essere sprecato di quanto egli ci ha dato.

Appunto perché oggi ci siamo e domani potremmo non sussistere occorre che riponiamo la fiducia in Colui che va riconosciuto Creatore e Provvidenza, affidando a lui il nostro destino e fuggendo la tentazione di vivere altezzosamente, come se fossimo eterni quanto Lui.

La nostra condizione di elementi di sparuta piccolezza nel cosmo e di piccola parentesi eonica dell'eternità non può che condurci insomma a confidare in Dio coltivando l'umiltà e la semplicità, ammettendo la nostra piccolezza in rapporto alla sua Grandezza ed eternità. L'uomo è provvisorio e relativo, ma può confidare in un Dio che è Definitivo.

E' in Dio che troviamo quella motivazione e quella forza che la dimensione umana ci toglie e occorre radicarsi nel Signore fin quando siamo in tempo, finché prosegue la nostra avventura terrena e prima di essere indotti alla tentazione della sfiducia e del pessimismo.

Quanto al mondo in se stesso, come bene afferma anche Paolo in sintonia con il nostro Qoelet, esso è destinato a passare con la sua concupiscenze e poiché passa la scena di questo mondo, è meglio non usarne a fondo (1Cor 7, 31). La brevità della vita e il suo aspetto secondario in rapporto all'eternità suscitava riflessioni anche in uomini illustri dell'antichità, come Sallustio e Terenzio, nelle cui opere si esorta a vivere in pienezza il proprio tempo lasciando un'impronta edificante di se stessi evitando la vanità e l'effimeratezza del possesso e del guadagno economico, elementi dannosi al progresso dello spirito umano, che è provvisorio. La Parola di Dio, negli scritti sapienziali e nei brani del Nuovo Testamento, è tutta concorde nell'affermare le insulsaggini di chi pone la propria sicurezza nel denaro e nei beni di consumo, che non garantiscono il prolungarsi della vita biologica, anche in tempi odierni nonostante i progressi della scienza e della medicina. Può darsi che in punto di morte vi sia chi si preoccupa di lasciare i propri averi ai figli o a qualcuno che non li delapidi, ma nessuno in punto di morte ha mai esaltato l'onnipotenza del denaro o le garanzie della ricchezza. Piuttosto vi è stato chi, al momento del trapasso, ha pianto il tempo perduto a inseguire vani successi accumulando ricchezze. Occorre piuttosto vivere il mondo in Dio, considerando che appunto perché noi siamo di passaggio ogni cosa va interpretata come un mezzo e non già come obiettivo finale. E' vero quanto afferma alla fine il Qoelet: tutto l'uomo sta nell'essere fedele a Dio. Tutto ciò di cui si dispone è semplicemente conseguenza di un dono accolto, ogni cosa va messa a frutto per se stessi e per gli altri, nulla si possiede che non si sia ricevuto e nulla deve diventare nostro obiettivo e scopo finale di vita. In parole povere, è vano e ridicolo accumulare ricchezze e sicurezze terrene dietro alle quali illudersi di potersi trincerare.

La necessità di essere umili e di non dover sprecare il nostro tempo ci induce a scongiurare altresì il pericolo di un morbo che oltre ad occludere la felicità rende tutti schiavi: la cupidigia e l'avidità, che non di rado degenerano in un guadagno facile e improvvido destabilizzando il nostro spirito e le relazioni con gli altri.

Alla richiesta dei due interlocutori che chiedono a Gesù di sedare la loro lite in fatto di eredità materiale, il Maestro ribatte di non essere "giudice delle loro cose", ma questa risposta non vuole denotare distacco, indifferenza o mancata pressa di posizione su una questione sulla quale occorre mettere pace. Se così fosse Gesù non seguiterebbe con il suo racconto parabolico, il quale mette in evidenza la vera radice del problema posto dai due interlocutori, che consiste nel desiderio di un guadagno improprio e smodato, nonché di un accumulo inane e melense di fugaci beni materiali che non lasciano traccia alcuna per noi. I due contendenti infatti sono orientati alla vanagloria, al potere e alla dissolutezza materiale e pertanto non si può essere loro "giudici" perché in tal caso si legittimerebbero posizioni non condivisibili.

Come invece esorterà Paolo, occorre che “chi usa del mondo faccia in modo da non usarne a fondo, perché passa la scena di questo mondo” e in ogni caso a che cosa vale guadagnare il mondo intero se poi si perde la propria anima (Mc 8, 36 - 37)?

Meglio l'umiltà, l'amore e la fuga dalla cupidigia.

Fonte:www.qumran2.net/


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