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don Lucio D'Abbraccio, "Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato!"

Commento al Vangelo della XXII Domenica del Tempo Ordinario Anno C (1 settembre 2019)
Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato!


Un giorno di sabato, mentre Gesù è a pranzo presso un capo dei farisei, «notando come sceglievano i primi posti», disse agli invitati una parabola. La parabola narrata dal Maestro mette in guardia dal protagonismo di chi cerca i primi posti nei banchetti, rischiando di essere retrocesso all’ultimo posto dal padrone di casa, qualora arrivi un ospite più ragguardevole di lui (cf Pr 25, 6-7). Gesù conosce la smania umana di primeggiare, quella di coloro che «si compiacciono di essere salutati nelle piazze, di avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti» (cf Lc 20, 46), spesso semplicemente per apparire potente agli occhi altrui.

Questa scena è l’immagine della nostra vita: quanti arrivismi, quante lotte per i primi posti, per mettersi in mostra, quante guerre e litigi causati dall’orgoglio! Purtroppo anche nella Chiesa, tra sacerdoti, laici, etc, vi sono rivalità, piccole guerre per mettersi in mostra, per apparire! A parole tutti siamo umili, tutti distaccati: ma proviamo a pestare i piedi a qualcuno, a ferirlo nel proprio orgoglio e vedremo quante sorprese avremo!

Gesù allora mette prontamente in crisi questo atteggiamento per il nostro bene. A che serve occupare il primo posto su questa terra? Quanta superbia, arroganza, è finita nel nulla! Imperi grandissimi e potenti sono finiti. Imperatori divinizzati, ora sono dimenticati; persone potentissime, non ricordate più da nessuno. Imperatori e imperatrici, re e regine, politici e uomini di chiesa, caduti nel silenzio. Che cosa conta allora essere potenti, rispettati e a volte anche temuti, se poi saremo dimenticati? Pensiamo ai santi: persone semplici, umili, che a distanza di secoli e di anni ancora ricordiamo. Perché? Perché avevano capito che ciò che conta è cercare il primo posto non davanti agli uomini ma davanti a Dio. Davanti all’Onnipotente colui che si è fatto piccolo è il più grande. Ma cosa significa farsi ultimi, farsi piccoli? Certamente non significa sotterrare i propri talenti. Non significa fare il viso mesto. Non significa fuggire dalle responsabilità. Tutt’altro che questo. Farsi umili significa liberarsi dall’ansia di ogni stima umana: a noi non deve interessare il giudizio degli uomini ma di Dio! Farsi umili significa imparare ad amare, come Cristo ha amato; servire, come Cristo ha servito; obbedire, come Cristo ha obbedito il quale «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre» (cf Fil 2, 8-11). Farsi umili, dunque, significa servire e donare senza attese, senza che nessuno dica grazie, senza contraccambio, certi, però, che la ricompensa ci sarà data, un giorno, dal Padre nostro celeste.

Di seguito Gesù pronuncia un detto divenuto celebre: «chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Di fronte a Dio, che guarda il cuore e non l’apparenza, ogni uomo è posto nella giusta collocazione. Ciò significa, come canta il Magnificat, che sarà Dio stesso a umiliare i superbi e a esaltare gli umili. E con Dio la furbizia non funziona! Poi Gesù, annota Luca, dice a colui che lo ospita: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi». Secondo la mentalità tradizionale, nel pranzo solenne del sabato bisognava invitare parenti, amici e persone di riguardo ed era normale che l’invito fosse ricambiato. Gesù, però, sovverte la logica e dice che bisogna invitare coloro che sono esclusi, quelli che nessuno invita, dato che non possono ricambiare. Perché? Perché il banchetto della vita inaugurato da Gesù è per tutti, nessuno deve essere escluso. Questa è la logica che ha animato l’agire di Gesù, colui che ha accordato un privilegio agli ultimi, a coloro che erano trascurati da tutti, per narrare loro la vicinanza di Dio.

Conoscendo il cuore del Padre, egli può dunque concludere: «Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti». Questa è la beatitudine di chi spera: avere come unica ricompensa la comunione con Dio nel suo Regno.

Ebbene sì, l’avere in noi «gli stessi sentimenti di Gesù» (cf Fil 2, 5) ci conduce già oggi alla felicità: perché vivere con lui e come lui è la nostra gioia beata.

Fonte:https://donluciodabbraccio585113514.wordpress.com


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