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Don Paolo Zamengo, "Che sorpresa"

XXV Settimana del Tempo ordinario (Anno C) 

Che sorpresa Lc 16, 1-13

Per accattivarsi la benevolenza di possibili nuovi datori di lavoro un amministratore disonesto pratica saldi di fine stagione ai debitori del suo padrone. È disonesto perché i ripetuti sotterfugi gli sono costati il posto. E i suoi primi accusatori che lo inchiodano sono i libri contabili.  È una storia di ieri ma sembra tanto a una storia di oggi.

Di fronte all’evidenza della truffa non tenta neppure di scagionarsi perché la sua mente è già in fermento. Come salvare la pelle? E mette in atto una strategia che gli consentirà, spera, un’uscita di scena vantaggiosa.

Convoca uno dopo l’altro i debitori del suo padrone e incomincia a rivendere olio e grano a prezzi stracciati. Al posto di cento scrive cinquanta o anche ottanta, tanto per non dare nell’occhio.

Quell’amministratore astuto imbocca un sentiero imprevisto e intravvede un’originale opportunità di futuro ancorché immorale. Anzi la sua condotta riceve una specie di “benedizione” dal padrone che elogia la sua disinvolta condotta e tanta abilità.

Questa parabola suscita un po’ di sconcerto perché propone come modello un amministratore senza scrupoli, dopo essere stato sorpreso con le mani nel sacco. Sembra quasi che il vangelo porti ad esempio un ciarlatano e un ladro patentato che non vuole finire nel ridicolo e sbarcare il lunario con la zappa tra le mani.

Ma attenti, il centro della parabola non è la perfida astuzia dell’amministratore ma il corretto uso dei beni. La questione non sta nel denaro in quanto tale ma nel  cuore di chi lo impiega.

Questo amministratore che si era cacciato nei guai rinuncia al suo guadagno immediato in vista di un vantaggio futuro. Il padrone non approva il furto. Gesù non loda l’inganno e tanto meno raccomanda di rubare.

Per Gesù i poveri sono occasione di salvezza. Questo è il criterio di giudizio che viene raccomandato ai discepoli. I poveri non vanno lasciati in balia di se stessi. La gioia non proviene dall’avere o dal ricevere ma dal dare, dal donare.

Gesù scomunica l’accumulo e lo sfruttamento degli altri, esalta invece il dono e la gioia che dal dono  fiorisce.   Gesù descrive questo amministratore infedele come un uomo circondato da amici e un uomo così è forse un uomo già salvato. Per Gesù gli amici contano più dei soldi.

L’uomo è soltanto un amministratore. Non è padrone neppure della sua vita. C’è veramente però il rischio che l’uomo sia un amministratore infedele che dissipa i doni di Dio e i suoi talenti.

Ma per ognuno c’è una via di riscatto: fare  il bene. La carità copre una moltitudine di peccati. Il bene è sempre bene e bene rimane, comunque.  Una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania.


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