ARCHIVIO PER RICERCHE

Mostra di più

AUTORI ED ETICHETTE

Mostra di più

Gigi Avanti, Commento XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Commento su Luca 14,25-33
Omelie.org - autori vari 
 XXIII Domenica del Tempo Ordinario


Vangelo: Lc 14,25-33 


PRIMO COMMENTO ALLE LETTURE

a cura di Gigi Avanti

Quando si decide di dare corpo ad un progetto o di portare a compimento una missione è opportuno, anzi fondamentale, fare i conti con le proprie capacità. Soprattutto occorre l'umiltà e il coraggio di analizzare, esaminare, calcolare quanto si è disposti a rimettere in gioco tutto quello che fino a quel momento è stato il proprio stile di vita. Occorre cioè un ripensamento sui valori di fondo che fino a quel momento hanno ispirato pensieri, sentimenti ed azioni fino ad arrivare ad un loro riposizionamento. Occorre cioè saper fare discernimento tra "perdite" e "guadagni" e mettere nel conto senza tante storie la propria capacità di sacrificio... senza guardare in faccia a nessuno, senza lamentazioni e senza timore del giudizio altrui.

Un certo qual "rivoluzionamento" della propria vita va cioè sempre messo in conto sia che si tratti di piccoli progetti (per esempio una gita turistica o cose del genere...) sia che si tratti di progetti più grandi. Nel caso di progetti grandi o di missioni dal sapore esistenziale c'è da guardarsi in faccia seriamente e chiedersi quale sia la "motivazione" profonda a muovere la propria volontà e quale sia il "fine" che si intende raggiungere. E questo è importantissimo per scongiurare il pericolo dello scoraggiamento o dell'abbandono del primo intendimento... a causa delle inevitabili difficoltà che si incontreranno per strada. E' quindi importantissimo chiedersi quotidianamente "chi me l'ha fatto fare"... prima che siano altri a domandarcelo... magari con sapiente ironia.

Il vangelo di Luca di questa domenica fa luce chiarissima proprio su questa dinamica della "scelta progettuale" di voler essere "seguaci" di Gesù. Ed è curioso notare come tale chiarimento avvenga "per strada" e sia provocato da un evento banalissimo, quello della gente che andava appresso a Gesù... magari con le più diverse "motivazioni" e forse anche senza troppo interrogarsi sulle "finalità" medesime del loro andargli appresso.

Sta di fatto che Gesù ("siccome molta gente andava con lui, si voltò e disse"...) anziché venire lusingato per tale successo di popolarità e montarsi la testa promettendo mari e monti (atteggiamento diffusissimo, in molti ambiti, tra le persone che godono di un certo seguito...) pone delle severissime condizioni a coloro che vorranno scegliere di andargli appresso.

E lo fa con il suo stile "paradossale" rischiando, come sempre, quando è in gioco la causa del Suo Regno, incomprensione e rifiuto. Andare appresso a Gesù non è come andare in gita turistica o come fare un pellegrinaggio (dove c'è sempre qualche sacrificio da sopportare... ma poi si torna a casa...). Andare appresso a Gesù comporta un ribaltamento radicale della propria prospettiva di vita, comporta un prezzo da pagare di persona, comporta di avere sempre come parametro per i propri pensieri, le proprie emozioni e le proprie azioni la grande causa del Regno di Dio. Andare appresso a Gesù è una scelta di non ritorno... un percorso in salita (ascesi...) che più o meno lentamente conduce al punto più alto dove è situata una Croce... e non un divano. Solamente questo "riferimento" costante (dopo aver ben "calcolato" ed "esaminato" le proprie capacità... con la grazia dello Spirito) può evitare ai suoi "discepoli" tentennamenti, ritirate, recriminazioni e lamentazioni croniche della serie "se l'avessi saputo prima", "non immaginavo che fosse così difficile". Solamente tale riferimento costante alla grande realtà del Suo Regno ("motivazione" e "finalità" a questo punto coincidono...) consente ai discepoli la tenuta nel tempo della scelta vocazionale operata. Solamente tale parametro di riferimento ha consentito a Papa Giovanni XXIII di uscirsene con una espressione spirituale di grande valore ristorativo nei momenti di fiacca o di scoramento che ogni anima inevitabilmente patisce: "Dio sa che esisto e questo mi basta". "Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo" conclude perentoriamente Gesù. Fa riflettere l'espressione "tutti" (radicalismo evangelico) perché essa non si riferisce soltanto alla "materialità" dei propri "averi" (familiari, parenti, soldi) ma anche alla propria "ideologia di vita".

Essere discepolo di Gesù comporta fondamentalmente "cercare prima di tutto il Regno di Dio"... rinunciando ad "avere" una propria idea del Regno di Dio... anche per convalidare questa sagace considerazione: "Dio delude sempre... chi se lo immagina a modo suo".
SECONDO COMMENTO ALLE LETTURE
a cura di Andrea Lonardo

1/ Amare Gesù più di ogni bene, addirittura più delle persone care, addirittura più di se stessi. Questo è ciò che il vangelo propone oggi a chi lo voglia ascoltare. È importante, allora, non solo non rendere inoffensivo questo invito del Signore, ma anzi coglierlo in tutta la sua profondità e bellezza.

Un grande filosofo ortodosso russo, Vladimir Soloviev, scrisse nell'anno 1900 un significativo testo, che chiamò Il racconto dell'Anticristo, che pone proprio questa domanda: cosa abbiamo di più caro nel cristianesimo?

Soloviev immagina che una grande personalità appaia sulla terra e si proponga a tutti come capace di affermare il bene e la pace universale, annunciando che è finalmente giunta la fine delle discordie e delle lotte nel mondo. Realizzata la giustizia universale, convoca poi un concilio ecumenico invitando i cristiani delle diverse confessioni e promettendo che garantirà a tutti ciò che egli ritiene abbiano di più caro nella fede cristiana, assicurando cioè ai cattolici la difesa del principio di autorità, agli ortodossi la conservazioni delle tradizioni liturgiche ed ai protestanti la libertà di interpretare scientificamente la Bibbia a loro piacimento.

Ma, mentre tutti inneggiano a lui come al pacificatore religioso atteso da secoli, lo starets Giovanni si unisce al papa Pietro II ed al professor Pauli protestante ed esclama: «Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità. Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo riconoscere la santa mano di Cristo. E alla tua domanda che puoi tu fare per noi, eccoti la nostra precisa risposta: confessa, qui ora davanti a noi, Gesù Cristo Figlio di Dio che si è incarnato, che è resuscitato e che verrà di nuovo; confessalo e noi ti accoglieremo con amore, come il vero precursore del suo secondo glorioso avvento».

Quando lo starets capisce che la sua affermazione ha fatto infuriare il pacificatore universale, si volge agli altri ed aggiunge, prima di essere ucciso da lui: «Figlioli, è l'Anticristo!».

Soloviev, con questo racconto, voleva già cento anni fa denunciare quanto fosse facile proporre un cristianesimo senza Gesù Cristo, quanto fosse sempre presente e strisciante la tentazione di estrapolare dal vangelo alcuni valori sentiti come consonanti con il proprio pensiero, dimenticando lo scandalo ed insieme la lieta notizia che Gesù è il Cristo.

«Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso». Queste parole sono un vero commento al vangelo che la liturgia propone oggi.

Anche la nostra esperienza quotidiana mostra come sia facile perdere il centro di tutto, l'amore a Cristo prima di tutto. Quante volte un determinato incarico nella comunità cristiana diviene un assoluto che non può più essere messo in discussione, oppure un determinato modo di gestire un servizio. È liberante, invece, che le altre realtà non siano mai considerate un assoluto! Tutto ciò che è storico conosce una fine; ma questo non è più unicamente un dramma, perché per amore di Cristo rinascono nuovi gesti d'amore ed il Signore stesso è capace di salvare nella sua eternità tutto il bene che è stato compiuto e che solo apparentemente non è più. Dove l'amore, invece, non è rivolto a Cristo, altre realtà prendono il suo posto e diventano come degli idoli intoccabili.

Dove la relazione con Cristo non mantiene il suo posto, scompare la tensione missionaria e non nascono le vocazioni. Non si può diventare preti o religiosi semplicemente perché la gente ne ha bisogno, perché è bello che ci siano persone a disposizione degli altri. Non si possono educare alla fede i propri bambini solo perché siano un po' più buoni. No, perdere la propria vita per il vangelo ha senso solo se si è compreso che senza Cristo il mondo non può vivere.

2/ Si può affidare tutto a Cristo, perché si sa che egli è il Signore della vita e l'amore per lui non porterà mai al disprezzo delle cose o delle persone. Egli chiede di essere amato al di sopra di tutto, ma chiede poi di amare tutto!

La liturgia ne fornisce una straordinaria testimonianza nel piccolo biglietto a Filemone, con il quale San Paolo esorta a riaccogliere uno schiavo fuggitivo, Onesimo. La fuga dello schiavo dovette avvenire a Colosse, vicino l'antica Gerapoli, l'odierna Pamukkale.

Paolo chiama lo schiavo "lui, il mio cuore". Lo ha generato alla fede ed ora lo rimanda a Filemone, chiedendogli di accoglierlo "non più come schiavo, molto più che come schiavo, come un fratello carissimo [...], sia come uomo, sia come fratello nel Signore".

Paolo non affronta teoricamente il tema della schiavitù, che era uno dei tratti strutturali del mondo antico, bensì in maniera molto più concreta, invita il suo amico a guardare il suo servitore colpevole a partire dallo sguardo di Dio.

Sarà proprio questa prospettiva a sconvolgere in bene, nei secoli, il rapporto fra classi sociali. Il primato di Cristo porta con sé la dignità dell'uomo per il quale Cristo ha dato la vita. La via della trasformazione del cuore avrà nella storia conseguenze molto più profonde di qualsiasi legge imposta dall'alto.

3/ Le parole di Gesù proiettano lo sguardo anche sul futuro, mostrando che non si tratta solo di essere cristiani oggi, ma di esserlo anche domani e poi dopodomani, per tutta la vita.

Chi di voi, prima di affrontare un'impresa, non si siede a calcolarne tutti i costi? Chi di voi non immagina come andrà a finire ciò per cui si pone all'opera, altrimenti non da inizio all'opera? Ma Gesù vuole che si dia inizio all'opera. Le sue parole non vogliono scoraggiare, bensì convincere, spronare.

Questo è vero anche oggi, in un tempo che uno studioso ha definito del "piccolo cabotaggio". Egli sostiene che l'incertezza dei tempi e dei valori fa sì che nessuno sia invogliato a fare scelte definitive, a spingersi in mare aperto, per raggiungere grandi mete. È più rassicurante muoversi solo un po' dalla riva, tenendo sempre aperta l'ipotesi di tornare immediatamente a riva, se le cose si mettono male. Essere fidanzati, ma non sposarsi, avere un bambino, massimo due, ma non di più, essere cristiani, ma non appartenendo alla chiesa fino in fondo, studiare, ma senza impegnarsi troppo, cercare la verità e la giustizia, ma senza sporcarsi troppo le mani.

L'inizio del nuovo anno, dopo le vacanze, ci mette di fronte alla crisi economica in cui viviamo, che potrebbe paralizzare ancora di più le scelte delle famiglie e dei giovani. Proprio questo tempo richiede invece, da un lato, il coraggio di essere più sobri, di saper rinunciare a cose a cui si era abituati, di saper proporre l'essenzialità anche alle nuove generazioni, e, dall'altro, di scegliere con grande coraggio creatività ed impegno nel formarsi e nel prepararsi, perché certo il tempo non starà ad aspettare.

Gesù invita a credere in lui. Egli chiama all'impegno, alla responsabilità, a seguirlo, a scoprire che grande grazia sia poter annunciare il suo vangelo ad ogni uomo. È per questa vocazione, per questo servizio, per "essere discepoli", per camminare con il maestro, che vale la pena impegnare tutto.

Ci si può arrestare, perché qualcosa chiede rinunce, perché è impegnativa. Ma si può - e si deve - anche rovesciare il problema. C'è qualcosa di talmente grande e bello che meriti di rinunziare ad altro per ottenerlo? Se l'uomo rispondesse che niente merita il sacrificio, vorrebbe dire tragicamente che la vita non ha alcun senso, che niente ha significato, che niente merita veramente la nostra attenzione. La definitività che tanto spaventa il nostro tempo è invece la condizione dell'amore. Solo scelte definitive testimoniano che nel mondo c'è qualcosa che vale veramente, che merita tutto l'amore.

Gesù, che conosce il Padre ed il cuore dell'uomo, sa che l'essere discepoli, in comunione con lui, merita veramente ogni sacrificio. È la beatitudine che egli annunzia ad ogni uomo.

Fonte:https://www.qumran2.net



Commenti