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Monastero Domenicano Matris Domini, Lectio Ventiquattresima Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

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Ventiquattresima Domenica del Tempo Ordinario – Anno C
Luca 15,1-32 (forma breve Lc 15,1-10)
Dal vangelo secondo Luca (15,1-32)

1
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2
I farisei e gli scribi mormoravano dicendo:
«Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
3
Ed egli disse loro questa parabola: 4
«Chi di voi, se ha cento pecore
e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?
5Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6
va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro:
“Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”.
7
Io vi dico: così vi sarà gioia nel
cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di
conversione.
8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca
accuratamente finché non la trova? 9
E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con
me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto". 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un
solo peccatore che si converte».
11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: "Padre, dammi la parte di
patrimonio che mi spetta". Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte
tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.
14Quando
ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora
andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.
16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e
disse: "Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio
padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio.
Trattami come uno dei tuoi salariati". 20Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
21Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo
figlio". 22Ma il padre disse ai servi: "Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello
al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo
mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". E cominciarono a far festa.
25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno
dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: "Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto
ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo". 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre
allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a
un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo
tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso". 31Gli
rispose il padre: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi,
perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato"».
Collocazione del brano
Anche il capitolo 15 è ambientato durante un banchetto. Ma se nel capitolo 14 Gesù pranzava con i farisei, in
questo caso Gesù condivide la tavola con i peccatori. Farisei e scribi sono presenti, ma a distanza, indignati per il
comportamento del profeta di Nazaret. Gesù sta mettendo in pratica l’appello da lui stesso fatto in Lc 14,12-14:
invitare poveri ed emarginati a tavola. Questo gesto, che trova resistenza nei “giusti”, viene collocato in un
contesto di salvezza: la gioia di Dio per aver ritrovato coloro che aveva perduti.
Criticato dai farisei per le sue relazioni con i peccatori, Gesù racconta le tre parabole della misericordia. Queste
parabole sono state definite “il cuore del Vangelo” o “il Vangelo nel Vangelo”. Rivelano l’immagine di Dio e il
comportamento di Gesù che più stavano a cuore a Luca. Vi è presente anche una preoccupazione pastorale: il
problema dell’accoglienza dei peccatori. Da questo punto di vista, i tre racconti esprimono un pressante invito a
cambiare mentalità, a entrare nelle vedute di Dio, a capire il suo agire, condividere la sua gioia, condizione
necessaria per entrare in comunione con Lui, e di conseguenza testimoniare con la propria apertura all’altro tale
comportamento divino.
2
Lectio
1
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2
I farisei e gli scribi mormoravano dicendo:
«Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Questa è un’introduzione tipica di Luca. Richiama il banchetto dato da Levi dopo la sua chiamata: Lc 5,29-30. Luca
sottolinea il contrasto tra i peccatori, che si avvicinano solleciti a Gesù per ascoltarlo, e i farisei e scribi che invece
brontolano contro di lui. Essi mormorano: comportamento caratteristico dell’Israele ribelle a Dio. Per questi
zelanti della Torah, è necessario evitare i rapporti con i peccatori, cioè con coloro che per il loro stato (immoralità
o irreligiosità) o professione non compiono le prescrizioni della Legge. I pubblicani poi in modo speciale erano
giudicati disonesti per natura e, nella visione farisea, impuri per i loro contatti con i Romani (pagani).
Invece Gesù li accoglie, stabilisce la comunione con loro, mangiando insieme a loro, realizza sulla terra l’immagine
della comunione escatologica con Dio nel Regno.
3
Ed egli disse loro questa parabola:
Luca parla qui di una sola parabola. Potrebbe trattarsi della sola parabola del figliol prodigo, alla quale sarebbero
state poi aggiunte le altre due. Però questo singolare può essere anche inteso come “discorso parabolico”. Le
parabole si rivolgono ai farisei e agli scribi, ma fin dall’inizio del primo racconto «quale uomo tra voi...» suggerisce
che l’uditorio fosse più ampio.
4
«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella
perduta, finché non la trova?
La traduzione letterale ci presenta le parole “quale uomo…”. E’ una domanda retorica propria dello stile di Luca.
Di per sé la parola “uomo” sarebbe superflua, forse è stata introdotta per accentuare il parallelismo con la
parabola seguente che inizia con “quale donna”. E’ interessante che Gesù parli ai farisei di pastori, un’altra
categoria di persone che essi disprezzavano profondamente, e di donne, poco considerate nella società del
tempo.
La sproporzione tra 99 e 1 mette in risalto l’interesse del pastore per la singola pecora: il fatto che la bestia si trovi
in difficoltà basta per mobilitare la sua attenzione e le sue energie su quella pecora soltanto. Tuttavia lasciare le
99 nel deserto non deve essere valutato come disinteresse o imprudenza. Si tratta di un elemento narrativo che
serve a sottolineare la condotta premurosa del pastore a favore della pecora perduta. Da notare che il binomio
perduto/ritrovato attraversa tutto questo capitolo 15.
Il pastore riesce a trovare la sua pecora. Il ritrovamento è sicuro perché il pastore è molto sollecito, è
un’immagine di Dio
5Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle,
Il mettersi la pecora sulle spalle è un gesto abituale nel Mediterraneo. Qui la pecora doveva essere
particolarmente stremata. Importante è anche il tema della gioia, qui anticipato.
6
va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella
che si era perduta”.
Il comportamento del pastore è inatteso e poco realistico: invece di portare la pecora nel deserto, dove si trova il
resto del gregge, egli va a convocare amici e vicini (da dove?); non è inoltre normale radunare tutto il vicinato e
festeggiare soltanto per il ritrovamento di una pecora. Sembra che Luca abbia preso questo finale dalla parabola
seguente (quella della donna che cerca la moneta) per accentuare il parallelismo dei due racconti.
Al di sotto di tutto questo ci può essere una tendenza all’allegorizzazione: la gioia condivisa, l’immagine del
banchetto celeste. Questi motivi emergono in tutte e tre le parabole.
7
Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i
quali non hanno bisogno di conversione.
Questo versetto è l’applicazione della parabola. Dal racconto metaforico si passa al suo vero significato. La pecora
perduta è il peccatore che si converte. L’attenzione si sposta quindi dall’iniziativa di Dio che va in cerca della
persona perduta all’agire umano. C’è anche una dimensione ecclesiale: l’accoglienza del peccatore pentito nella
comunità.
3
Ma come leggere l’espressione “giusti che non hanno bisogno di conversione”? Potrebbe trattarsi dei farisei che
stavano ascoltando Gesù e allora questa sarebbe un’affermazione ironica: il fariseo che si ritiene giusto non viene
giustificato da Dio a causa della propria autosufficienza.
Potrebbe riguardare invece i giusti della comunità cristiana. La gioia di Dio per il ritrovamento del peccatore
perduto sarebbe una gioia straordinaria, che si somma a quella della presenza degli altri 99 fedeli che non si sono
perduti.
8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca
accuratamente finché non la trova?
Gesù porta ora una donna come esempio del suo comportamento. Una scena banale in una povera casetta
palestinese. Una donna perde una delle dieci monete che conservava con cura, legate alla benda attorno alla
fronte e alla nuca, e costituivano i beni che aveva ricevuto in dote dal padre. Per cercarla deve accendere la
lampada, perché non c’è molta luce nell’unica stanza senza finestra della sua casa.
Con tre verbi: accendere, scopare, cercare viene sottolineato lo sforzo della ricerca. L’uso della scopa si spiega in
una casa con poca luce, costruita sulla roccia: questo permette di sente tintinnare la moneta.
9
E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta
che avevo perduto".
La gioia espressa e condivisa è più coerente qui che non nel racconto precedente. C’è una gioia condivisa
all’interno di una comunità, riflesso della realtà vissuta in cielo.
10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
La conclusione è simile a quella del v. 7. Manca un confronto con i “giusti” e la gioia è vista come espressione
della salvezza presente e non solo futura come al v. 7. Cosa significa “gioia dinanzi agli angeli di Dio”? Potrebbe
essere la gioia che Dio condivide con la corte celeste, oppure si riferisce al fatto che gli angeli sono visti come
testimoni della Sua gioia.
Come il pastore, come la donna, Dio non aspetta che l’uomo dimostri il suo pentimento con digiuni e lunghe
penitenze; Egli fa il primo passo, con cura e pazienza. Ogni “giusto” è invitato a capire e a imitare quest’amore
disinteressato, apparentemente ingiusto e scandaloso di Dio che va verso chi non sembra meritare tale
attenzione.
A queste parabole si aggiunge quella del figlio prodigo, che dà un ampliamento pastorale: l’uomo deve rispondere
aprendosi all’amore premuroso del Padre.
11 «Un uomo aveva due figli.
Il numero due dei figli è quello ideale per descrivere due comportamenti divergenti (cf. i due figli di Mt 21,28).
12Il più giovane dei due disse al padre: "Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta". Ed egli divise tra
loro le sue sostanze.
La prima parte della parabola descrive il progressivo allontanamento del figlio minore dalla casa paterna. Questo
non vuol dire che ci fosse stato un litigio. Il figlio cadetto non parte come figlio ribelle, ma come colui che desidera
rendersi indipendente, per emigrare e iniziare una propria esistenza all’estero, un uso abbastanza corrente nella
Palestina che non era abbastanza grande per nutrire un intero popolo. Il problema giuridico è tuttora aperto, ma
non sembrava usuale a quei tempi dividere l’eredità prima della morte del padre. E’ questo che rende
drammatica la partenza del figlio minore: è come se il figlio dicesse al padre: “Tu per me sei già morto”.
13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il
suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.
Il figlio minore non andò in cerca di fortuna, bensì sperperò tutti i suoi beni vivendo da dissoluto. Con un tale
comportamento egli perde davanti a suo padre ogni diritto. Il vero peccato è l’aver sperperato i suoi beni.
14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel
bisogno.
Alla catastrofe personale si unisce una catastrofe naturale: la carestia, non rara nelle zone semidesertiche. Il figlio
è ormai ridotto all’indigenza e a dover dipendere dagli altri.
4
15 Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a
pascolare i porci.
A questo punto il figlio tocca davvero il fondo: egli si unisce a un cittadino della regione, cioè un pagano e fa uno
dei mestieri più disprezzati in Israele: il guardiano di porci, bestie immonde. Non c’è immagine migliore per
descrivere quanto il ragazzo fosse caduto in basso, sia materialmente che spiritualmente.
16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.
Perfino i porci mangiavano meglio del figlio e questi non poteva nemmeno riempirsi la pancia con le carrube. E’
proprio il colmo dell’abiezione, accanto alla povertà di mezzi materiali vi è anche una povertà di relazioni, di
affetti. Non trova nemmeno qualcuno che abbia un po’ di compassione di lui e gli dia qualcosa da mangiare!
17Allora ritornò in sé e disse: "Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!
Il senso della parabola è chiaro: il viaggio del ragazzo rappresenta la lontananza da Dio, il contatto con i porci è
simbolo della morte dovuta al peccato. Un proverbio rabbinico dice: «Quando gli Israeliti sono costretti a
mangiare carrube, si convertono». Arrivato al fondo dell’indigenza il prodigo rientra in sé: è l’inizio della
conversione. Il motivo non è molto nobile: egli è mosso dalla fame e confronta la sua condizione con quella dei
salariati di suo padre.
18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno
di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati".
Egli decide di tornare verso il padre, pur sapendo di aver perso ogni diritto nei suoi confronti. Si augura solo una
cosa: essere trattato come un salariato. Il prodigo rappresenta bene la situazione dell’uomo peccatore che non ha
meriti da offrire, che è nella condizione di dover aspettare tutto dagli altri. Come reagirà suo padre a questo
vuoto?
20Si alzò e tornò da suo padre.Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse
incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
Il figlio realizza quanto aveva progettato. Ritorna. Ma adesso l’attenzione è rivolta a quello che compie il padre. E’
uno dei versetti più commoventi della Bibbia. Il padre vede il figlio da lontano. Ebbe compassione, cioè viene
sconvolto fino alle viscere, verbo che esprimeva il sentimento di Jahvè verso i poveri e di Gesù nei confronti dei
bisognosi. Si mette a correre: un comportamento per niente consono alla sua età e alla sua dignità. Si getta al
collo del figlio, impedendogli di umiliarsi gettandosi ai suoi piedi. Lo bacia in segno di perdono (2 Sam 14,33) e di
comunione, senza tener conto dello stato di impurità del figlio (certo doveva sapere che egli veniva da un paese di
pagani). E’ il comportamento sorprendente di un padre la cui autorità è indiscussa e il cui amore, gratuito e
abbondante, va al di là di ogni regola.
21Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo
figlio".
Il figlio comincia a pronunciare la confessione che aveva preparato, ma non riesce a portarla a termine. Il
comportamento del padre rende ormai inadeguata la sua richiesta di diventare un salariato.
22Ma il padre disse ai servi: "Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al
dito e i sandali ai piedi.
Come risposta alla confessione del figlio il padre si rivolge ai servi, che probabilmente lo hanno seguito incontro al
ragazzo. Tre sono i gesti simbolici che essi devono compiere. Essi indicano la completa reintegrazione del figlio
nella relazione filiale e nella conseguente autorità:
- il dono della veste lunga (stolé): un vestito prezioso costituiva spesso il regalo che un re faceva a un suddito che
voleva onorare.
- l’anello al dito, probabilmente l’anello con sigillo e quindi l’autorità di compiere atti legali.
- i sandali: segno dell’uomo libero: lo schiavo camminava a piedi nudi.
23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa,
5
Un banchetto di festa sigilla l’unità famigliare ritrovata. La conclusione delle prime due parabole riappare
nell’immagine del banchetto, segno di gioia e di comunione. Un vitello è stato fatto ingrassare e riservato per una
grande occasione: questa occasione è data dal ritorno del figlio prodigo.
24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". E cominciarono a far
festa.
La prima parte della parabola, come la seconda (v. 32) si conclude con un ritornello. Il figlio giovane, per il suo
allontanamento era come morto per il padre, ed ora eccolo di nuovo, insperabilmente, come un disperso di
guerra che tornando a casa torna alla vita. Il secondo memebro del parallelismo (era perduto ed è ritrovato)
appare più debole del primo e non corrisponde all’agire del padre (che non ha cercato il figlio). E’ possibile che
Luca abbia introdotto questa frase per riallacciarsi alle due parabole precedenti e inserire il racconto del figlio
prodigo nell’unità dell’insieme.
Il racconto di Luca va al di là del semplice racconto e guarda alla conversione. La conversione nel giudaismo era
sinonimo di penitenza, comportava uno sforzo personale (digiuni, elemosine) per dimostrare la sincerità del
pentimento. Per Gesù la conversione è essenzialmente la gioia che scaturisce dall’incontro con Dio che perdona.
25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze;
Entra in scena un terzo personaggio, il figlio maggiore. Egli torna dal lavoro e trova una sorpresa. Non manca il
contrasto tra la sua fedele attività nei campi e il festeggiare a suon di musica.
26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: "Tuo fratello è qui e tuo
padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo".
Il figlio maggiore si informa con precisione presso un servo che gli riferisce correttamente l’accaduto, ma come da
chi ha assistito da fuori alla scena. Da notare l’accento che il servo pone non tanto sulla festa, quanto sul vitello
fatto ammazzare e messo a cuocere!
28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo.
Il ritorno del figlio prodigo fa venire a galla una serie di contrasti tra la compassione del padre e l’ira del figlio
maggiore, tra quest’ultimo che rifiuta di entrare e il padre che esce.
L’ira dell’uomo fedele è una reazione logica, già l’Antico Testamento presenta la collera dei giusti provocata dal
successo dei cattivi (Sal 37,7). Ma ora la situazione è cambiata: il perduto è tornato, il padre accoglie il peccatore.
Bisogna entrare in questa nuova logica.
29Ma egli rispose a suo padre: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu
non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici.
In tono di rimprovero e senza rispetto, il primogenito elenca i suoi meriti: la fedeltà (non ha mai trasgredito un
comando), il servizio costante (il verbo doulein contiene l’idea di un lavorare da schiavo). Per Luca è il ritratto
della pietà farisaica (cf. Lc 18,9ss), ma può essere applicato anche a un certo tipo di pietà cristiana. Il genere di
perfezione vissuta dal figlio maggiore gli impedisce di entrare nella logica del padre, una logica basata sull’amore
gratuito. Lo scandalo che provoca l’amore per il figlio prodigo porta alla luce la gelosia e il rapporto inautentico
che il figlio maggiore aveva nei confronti del proprio padre.
30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai
ammazzato il vitello grasso".
Il disprezzo continua. Questo tuo figlio, non mio fratello!
Per contrasto il tono del padre è estremamente affettuoso. Il padre capisce la reazione negativa del figlio
maggiore e non lo rimprovera per la sua scortesia. Egli gli ricorda che a livello giuridico egli è l’erede legittimo, ha
già in mano la proprietà, ma vi sono anche altri legami, l’unità famigliare, l’amore fraterno... L’immagine della
comunione permanente col padre ci porta al livello religioso: l’essenziale per il credente è la comunione con Dio.
31Gli rispose il padre: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo;
Per contrasto il tono del padre è estremamente affettuoso. Il padre capisce la reazione negativa del figlio
maggiore e non lo rimprovera per la sua scortesia. Egli gli ricorda che a livello giuridico egli è l’erede legittimo, ha
6
già in mano la proprietà, ma vi sono anche altri legami, l’unità famigliare... L’immagine della comunione
permanente col padre ci porta al livello religioso: l’essenziale per il credente è la comunione con Dio.
32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed
è stato ritrovato"».
Bisognava fare festa: è la logica dei tempi nuovi nei quali Gesù ha rivelato l’amore di Dio per ciò che è perduto.
All’aggressivo “questo tuo figlio”, del primogenito, il padre risponde “questo tuo fratello”, un invito a riconoscere
realmente come fratello questo disgraziato tornato a casa. Non può ergersi a giudice ed escludere, nel nome della
propria santità, il proprio prossimo.
La parabola si conclude con il ritornello del v. 24, ma ora inteso come appello rivolto al figlio maggiore a
condividere la gioia, ad entrare in essa.
Se il figlio maggiore vuole rimanere in comunione con il padre, deve accogliere il fratello come il padre stesso lo
ha accolto. Se egli farà festa al fratello tornato, se entrerà nella logica dell’amore di suo padre, allora egli stesso
potrà sperimentare di nuovo cosa significa essere figlio ed essere fratello.
Cosa farà il fratello? La parabola rimane aperta e richiede la nostra risposta personale.
Meditatio
- Ho mai perso qualcosa di prezioso e l’ho trovato dopo tanto cercare? Qual è stato il mio stato d’animo?
- Mi sono mai sentito nella situazione del figlio minore? E in quella del maggiore? E in quella del padre?
- Qual è il mio atteggiamento verso chi ha sbagliato?
Preghiamo
(Colletta della 24
a
domenica, anno C)
O Dio, che per la preghiera del tuo servo Mosè non abbandonasti il popolo ostinato nel rifiuto del tuo amore,
concedi alla tua Chiesa per i meriti del tuo Figlio, che intercede sempre per noi, di far festa insieme agli angeli
anche per un solo peccatore che si converte. Egli è Dio...

Fonte:https://www.matrisdomini.org


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