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padre Gian Franco Scarpitta "La fede mantiene le promesse"

 La fede mantiene le promesse
padre Gian Franco Scarpitta 
XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (06/10/2019)


 Visualizza Lc 17,5-10
Nelle precedenti liturgie si veniva ravvisati del fatto che Dio condurrà a salvezza chi con pazienza e spirito di sacrificio sopporta le angherie e le ingiustizie di questo mondo, in particolare a salvarsi saranno gli oppressi, i deboli, i miseri che in questa vita hanno subito cattiverie, soprusi e sopportato ingiustizie e prevaricazioni altrui. Nella vita eterna i poveri saranno invece i privilegiati che siederanno accanto a Dio per giudicare tutti coloro che li avranno costretti ad essere loro succubi.

Poiché tuttavia qualsiasi virtù si esprime meglio nella fiducia verso Dio, poiché la fede è la caratteristica portante della sopportazione e della costanza nella prova, ecco che adesso il tema si sposta su un altro argomento, sintetizzato dal profeta Abacuc: “Il giusto vivrà per la sua fede.”

E' infatti grazie a questa virtù teologale che si è in grado di vivere la perseveranza e la fiducia nella prova e la sopportazione, di qualsiasi ordine e grado, diventa possibile quando si è radicati in Dio. Lo stesso libro di Abacuc contiene un lamento del profeta minore nei riguardi di Dio, che sembra aver abbandonato il suo popolo alle ingiustizie e alle cattiverie dei Caldei, ma allo stesso tempo contiene un messaggio di speranza per gli Israeliti oppressi, perché i Caldei saranno comunque puniti per la loro arroganza e per la loro presunzione. Si invita quindi ad aver fede, a raccogliere le proprie forze e ad aver fiducia e solamente il ricorso a questa virtù rende forti e capaci di cose anche inimmaginabili.

L'esperienza della fede applicata alla nostra vita ci insegna (al sottoscritto ha insegnato) che solo riponendo fiducia in Dio si possono concepire delle situazioni altrimenti insostenibili e assurde; solo nell'affidamento al Signore ci si può consolare e trovare forza nelle esperienze di dolore e di lutto improvviso e solamente la fede può dare coraggio nella prova specialmente nelle situazioni di malattia grave e irreversibile.

Nei temi in cui si scrive si sente parlare sempre più spesso di “suicidio assistito”, di “eutanasia” o facile morte e sembra che ci si voglia orientare con troppa facilità verso la legittimazione del fine vita. Sembra che il dolore fisico stia diventando il criterio sufficiente per interrompere un ciclo biologico umano e non si considera l'alternativa di lenire i patimenti attraverso le cure palliative. Con troppa facilità ci si orienta contro la vita umana. Noi non possiamo che rigettare determinati argomenti che minacciano la sacralità della vita e non possono non condurre a considerare coloro che soffrono come inutili scarti della società. La vita è sempre preziosa e piuttosto che rifugiarci in soluzioni di comodo a danno dell'essere umano, occorre rieducarci tutti alla cultura della vita e della morte; non senza tuttavia il supporto della fede, senza il quale determinate esperienze di dolore e di sofferenza sono difficili da sopportare. La fede ci aiuta a concentrarci sul senso reale della nostra esistenza e per ciò stesso sul significato del dolore e del patimento atroce.

Aver fede non vuol dire infatti solamente credere, accettare, ma lasciarsi coinvolgere e vivere, radicarsi in ciò in cui si crede. Il che porta a dare senso al dolore e alla prova, perché conduce ad associare il mio patire a quello di Cristo sulla croce.

E' significativo il monito di Gesù “Se aveste fede quanto un granello di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e piantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”(Lc 17, 5 - 6).

Al di là delle metafore e dei paradossi, si vuol lasciare intendere che si tratta di una virtù apportatrice di novità nello spazio della vita quotidiana, capace di accrescere la tenacia con cui si esercitano tutte le altre virtù e in grado di radicarsi nella vita di tutti i giorni come realtà intima e indubitabile di ciascuno.

Avere fede vuol dire abbandonarsi senza riserve a ciò che obiettivamente per noi è un mistero insondabile, aver fiducia in ciò che non siamo in grado di sperimentare razionalmente o di cui la scienza non ci dà garanzia ed è per questo che essa si identifica con la fiducia disinvolta e con l'apertura. A Dio che si rivela spetta l'obbedienza della fede, afferma la Dei Verbum. Ciò tuttavia nella realtà esistenziale più che intellettuale.

Al cap 11 della Lettera agli Ebrei questa virtù viene definita “fondamento delle cose che si sperano, prova di quelle che non si vedono” e tale definizione è incentivo più a vivere codesta virtù che averne una conoscenza intellettuale. E infatti sempre lo stesso Capitolo agli Ebrei passa in rassegna tutti coloro che, fra patriarchi e profeti, hanno ottenuto i loro vantaggi semplicemente credendo, lottando e perseverando senza mai disperare.

La fatica più grande del nostro credo forse non è quella di accettare le dottrine, ma di accogliere la fede come un fatto vitale. Tradurre in concretezza la nostra fede in esperienza è in effetti più difficile di quanto sembri, sia per le continue sfide a cui si è sottoposti, sia per il fatto stesso che il credo cristiano comporta una testimonianza radicale, una prassi di vita costante che va sostenuta ed esercitata nel male e nel bene. Non di rado anche chi crede di essersi radicato non può mancare di quell'umiltà che caratterizzava il padre del ragazzo indemoniato che, al cospetto di Gesù confessava: "Credo, ma aiuta la mia incredulità"(Mc 19,27) perché la virtù che ci proviene da Dio come dono indispensabile venga costantemente alimentata. E a lungo andare manterrà le sue promesse.


Fonte:https://www.qumran2.net


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