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padre Gian Franco Scarpitta, "La misericordia e il giudizio"

La misericordia e il giudizio
padre Gian Franco Scarpitta 
XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (15/09/2019)


 Visualizza Lc 15,1-32
Dio avrebbe potuto sterminare il suo popolo in conseguenza al suo misfatto con cui violava l'alleanza con il Signore, prostrandosi deliberatamente e con piena coscienza a una divinità di metallo fuso. Stanco di attendere il ritorno di Mosè, che era salito sul monte Sinai per ricevere da Dio le tavole della Legge, il popolo aveva costretto Aronne all'idolatria: raccolti tutti i pendenti e i monili d'oro in uso presso la popolazione raminga, aveva fuso questo metallo per forgiare un vitello e ad esso prostrarsi, in esso confidare come guida che li avrebbe condotti alla Terra Promessa tanto agognata. Il che scatena la collera di Dio che vorrebbe annientare il popolo, talmente infedele e perverso, che ha dimostrato di non aver tenuto conto dei benefici ricevuti in precedenza, che non sapeva aver pazienza, non voleva attendere, ma pretendeva che Dio agisse secondo i loro interessi, sottomettendosi ai loro tempi e alle loro condizioni.

Nonostante la sua rabbia, Dio però considera l'umile richiesta di Mosè, che intercede per gli Israeliti così faticosamente salvati e condotti nel deserto. Il profeta che in tempo era stato pastore balbuziente merita adesso l'attenzione di Dio e la sua stima, ottenendo che Dio concili la giustizia con la misericordia, facendo ricorso al perdono. La misericordia ha la meglio quindi sul giudizio(Gc 2, 13) e seppure una riprovazione il popolo la merita, questo va considerato comunque nell'ottica dell'amore che adesso dischiude il perdono. In poche parole, per intercessione del suo servo Mosè e grazie anche alla sua umiltà, Dio manifesta ancora la sua misericordia che supera il peccato gravissimo del popolo e che si concretizza nel perdono.

Oltretutto il Signore, che aveva fatto uscire gli israeliti dall'Egitto travolgendo i loro avversari nel Mar Rosso, non poteva certo essere egli stesso causa del loro sterminio. Se tutti meritiamo almeno una seconda possibilità, Dio concede loro possibilità ad oltranza e non smentisce se stesso. Attende solamente che il popolo si ravveda e si converta.

Come afferma Cipriani, Dio non riconcilia l'uomo con sé benché sia peccatore; lo perdona e lo riconcilia appunto perché è peccatore.

Nei confronti del peccatore Dio si comporta come il pastore che (assurdo a dirsi) abbandona l'intero gregge fra i boschi per andare a recuperare una sola pecorella che si è smarrita perché prescindendo da ogni raziocinio sul suo eventuale rendimento agricolo e caseario gli preme che essa si salvi da eventuali pericoli e che perisca vittima di insidie e di lupi rapaci.

L'immagine è molto forte e allusiva e descrive l'inverosimile con cui Dio si atteggia pur di salvare ad ogni costo qualcuno, la scelta per noi irrazionale ma per lui possibile e indispensabile per recuperare chi è perduto. Del resto, se Dio non risparmierà il proprio Figlio lasciando che muoia sualla croce per pagare il nostro prezzo, come non potrebbe paragonarsi a un pastore “folle” che abbandona ben 99 pecore per andare a recuperare l'unica perduta?

Come pure si comporta similmente alla donna che accendendo di giorno la lucerna cerca per tutta la casa la dramma perduta; considerando che una dramma valeva la paga di un solo giorno lavorativo, potremmo affermare che in fondo la perdita non è considerevole, e tuttavia in questo caso la sua ricerca diventa estremamente fondamentale così come fondamentale è per il Signore che un solo peccatore, anche considerato dagli uomini come il più insignificante, possa salvarsi poiché quello che maggiormente preme esplicitare da parte di Gesù è la volontà con cui Dio intende recuperare il peccatore.

Dio gioisce e invita tutti a rallegrarsi per un solo peccatore che ritorna alla comunione con il Padre non importa quale sia stato il suo trascorso peccaminoso e quale sia adesso la sua personale condizione. Tale gioia è espressiva della festa e della letizia che esprime la benevolenza divina per l'avvenuta riconciliazione, ma che deve anche inculcare in tutti noi il sentire di gioia e di festa tutte le volte che un solo fratello disperso recupera la comunione con Dio e con tutti noi. Nella misura in cui l'amore di Dio è riconciliante, così pure riconciliante deve essere ogni nostro atteggiamento verso quanti tentano di riconciliarsi con noi e anche nello specifico della nostra vita ecclesiale un tale senso di festa e di letizia dovrebbe caratterizzarci tutti quanti.

Di questo è espressione la famosissima parabola del “padre misericordioso” che attesta alla gioia e alla festa per un figlio malvagio e infingardo che, consapevole della precarietà e dell'abbandono al quale la dissolutezza lo ha condotto, fa ritorno alla casa di suo padre e questi non vuol neppure ascoltare le sue parole di giustificazione o le sue scuse, o altri tipi di commento da parte di questo giovane che in realtà meriterebbe ben altro trattamento: non appena scorge la sua sagoma da lontano, corre subito incontro a lui e gli getta le braccia al collo, ordinando subito una bellissima festa in suo onore. Il figlio a dire il vero non si era neppure pentito per il male fatto, poiché si era mosso verso casa più per l'attrattiva di un pezzo di pane e di un alloggio dignitoso che non per la consapevolezza del male commesso. Non aveva infatti considerato a sufficienza l'errore di cui era stato artefice nei confronti del padre, la sua cattiveria ostentata, la sua presunzione... Era tornato nella speranza di ottenere dal padre un trattamento severo ma pur sempre garante di mezzi di sussistenza. Ma la reazione del padre prende le distanze dal nostro comune intendimento di giustizia ed è piuttosto speculare dell'atteggiamento del nostro comune Padre celeste nei nostri riguardi. Ci accoglie subito nella gioia, in un clima di festa tipico di chi ha recuperato un bene preziosissimo che non sperava più di ritrovare. Ancora una volta si evince la misericordia di Dio che ha la meglio sul giudizio e che qualifica anche quest'ultimo.

Fin quando però ci ostineremo a costruirci ciascuno il nostro Dio personale eludendo le aspettative del Dio creatore e Salvatore, ostinandoci nei nostri parametri personali di giustizia identificandoci con il figlio maggiore invidioso, non saremo mai in grado di riconciliarci neppure con noi stessi né tantomeno con il Signore.

Fonte:https://www.qumran2.net


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