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don Fabio Rosini, "Vivere misurando noi stessi con il Signore"

XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) - 27 ottobre 2019
Vivere misurando noi stessi con il Signore


Il pubblicano, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato. Luca 18,9-14

«La preghiera del povero attraversa le nubi, né si quieta finché non sia arrivata», dice la prima lettura di questa domenica; nel Vangelo si contrappongono due tipi di preghiera, una che arriva in cielo e l’altra no.

Uno dei due personaggi è un pubblicano, ma bisogna correggere l’immagine edulcorata di questa classe di persone: erano collaborazionisti che sfruttavano il proprio popolo rastrellando per conto dei romani le imposte di ogni tipo. Era brutta gente. Eppure la preghiera di questo losco figuro è ascoltata e costui è giustificato – ossia reso giusto agli occhi di Dio.

L’altro è una bravissima persona, un uomo di preghiera, onesto, giusto e fedele, osservante delle buone regole e praticante assiduo di opere di penitenza. Ha solo un problemino: disprezza gli altri. Così, robetta.

Dice Paolo: «Se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1Cor 13,2-3). Che fregatura: fare un sacco di belle cose e poi scoprire che non servono a niente.

Qual è la differenza fra il pubblicano e il fariseo? Il Vangelo, come la settimana scorsa, tratta della preghiera e il problema è proprio qui: il pubblicano prega, l’altro… non proprio.

La preghiera del fariseo, tecnicamente, è una lode e quindi di per sé sarebbe una signora preghiera, ma il nostro fariseo, all’impiedi e impettito, fa un errore che l’altro non fa: il pubblicano, malgrado i suoi carichi pendenti, è curvo e a distanza, si mette al cospetto del Signore e si misura con la Sua santità. Umilmente proclama Dio capace di redimerlo. In sostanza, il pubblicano parla di sé e di Dio in modo retto, secondo verità. Lui è un peccatore e Dio lo potrebbe salvare.

Invece il fariseo si misura con gli altri uomini e colleziona primati. È primo in classifica rispetto a ladri, ingiusti, adùlteri e, soprattutto, è molto meglio di quello schifoso pubblicano. Preghiera e digiuno, se sono boria e auto-edificazione, sono peggio dei peccati, diceva il grande Florenskij citando sant’Ambrogio di Optina.

ISTINTO COMPETITIVO. Vuol dire che è meglio mettersi a vivere come i pubblicani? No, vuol dire che anziché vivere nell’invidia, che è intrinseca nell’istinto competitivo che riempie il fariseo, vale la pena di vivere misurandosi con il Signore.

Se mi va di pensar bene di me stesso, troverò sempre qualcuno peggio di me – beati monoculi in terra caecorum – e così tiriamo spesso a campare, cercando qualcuno da disprezzare per sopravvivere inconsapevolmente alla nostra inconsistenza. È per questo che la cronaca nera vende tanto e il gossip è arte tanto diffusa.

Quando ci si mette al cospetto di Cristo crocifisso e risorto non ci si può raccontare di essere dei mariti perfetti, o dei fratelli perfetti. O dei preti perfetti. Al cospetto del Signore si inizia a pregare, perché abbiamo tanto da farci perdonare.

Fonte:https://www.famigliacristiana.it/


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