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Don Paolo Zamengo, "Il grido della disperazione "

XXIX°   DOMENICA del T. O.
Il grido della disperazione     Lc 18, 1-8


La preghiera nasce da una situazione di povertà. Se prego qualcuno, è perché ho bisogno di lui. E, se la mia preghiera non viene saudita, rischio di cadere nello scoraggiamento. La preghiera conosce la speranza ma anche la disperazione. 

Ai tempi di Gesù non c’era niente di più esposto e di più fragile che una donna e per di più vedova. In Palestina la vedova era l’immagine della precarietà e della debolezza, facilmente vittima dell’aggressività e della prepotenza dei maschi. La donna della parabola però sa tirare fuori le unghie per tutelarsi dal suo avversario e anche dallo stesso magistrato.

Si difende da due abusi: la prepotenza da una parte e la pigrizia dall’altra. E la sua pare una battaglia persa in partenza.  Ma questa donna lotta con tutte le sue forze contro la tracotanza di un avversario e contro l’indifferenza dell’uomo di legge.

Davanti alla vedova c’è un giudice spregiudicato. Passa per duro ma è privo di etica professionale. È difensore della legge ma fonda il diritto su se stesso. Non prende ordini dall’alto ma non ascolta neppure chi gli chiede assistenza. Bada solo a se stesso, impermeabile ad ogni sentimento.  Le grida di aiuto della vedova rimbalzano su di lui senza scalfirlo, come su un muro di gomma. Dovrebbe essere il garante della imparzialità ma veste soltanto la toga dell’arroganza.

La vedova del vangelo di oggi è come un vaso di creta esposto al passaggio delle ruote di un carro. La sua fine è segnata se non fosse per la sua determinazione appassionata. Torna dal giudice non una volta sola, ma dieci, venti volte. Non demorde di fronte ai suoi rifiuti e lo incalza fino all’esasperazione. Se quel giudice non capitolerà per convinzione, lo farà per sfinimento.

La vedova in questione aveva scoperto il punto debole di quel magistrato: non voleva essere infastidito. Così la sua ostinazione di donna apre una breccia e sconfigge il giudice. La debolezza ha prevalso sulla forza e ha avuto ragione sull’arroganza.

Gesù racconta questa parabola come esempio della preghiera fiduciosa e perseverante. La preghiera insistente è ossigeno per il credente. Non è un obbligo ma una necessità di vita. Pregare non è  dire parole. È il crescere dell’atteggiamento interiore, umile e tenace, di fiducia e di consegna. Pregare è come voler bene, c'è sempre tempo per voler bene: se ami qualcuno, lo ami giorno e notte, senza smettere mai.

Spesso i tempi di Dio non coincidono con quelli dell’uomo e talvolta lo scarto tra la domanda e la risposta è più ampio del previsto. Può succedere che l’assenza di fede autentica rallenti o freni l’intervento di Dio. Succede anche che la stanchezza umana si trasformi in delusione e il canale della fede si interrompe. La fede spesso è fragile o passeggera. Ma non quella di questa donna.

Per non indebolirsi o morire, ma per fiorire e vivere, la fede ha bisogno di preghiera come una pianta ha bisogno del sole. La preghiera è il sole. Pregare è il respiro della fede. Se smetto di respirare muoio.


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