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Fra Samuele Duranti, "La guarigione dei lebbrosi ha molto da insegnarci"

La guarigione dei lebbrosi ha molto da insegnarci
Domenica 13 ottobre - XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
10/10/2019 di Samuele Duranti Sacerdote cappuccino

Ascoltiamo questa domenica la guarigione di dieci lebbrosi. Ci chiniamo sul Vangelo e ci chiediamo se, a distanza di quasi duemila anni da questo racconto, ha qualcosa da dirci, qualcosa da darci. Dalla nostra umile riflessione cerchiamo di trarne qualche insegnamento, per passare dal Vangelo alla vita.

Ricostruiamo l’episodio. L’evangelista Luca ancora una volta mette in risalto che Gesù è in cammino verso Gerusalemme, dove si compirà la sua vicenda umana di morte e risurrezione. Sta entrando in un villaggio innominato, forse nei pressi di Gerusalemme. Gesù comanda ai dieci lebbrosi di presentarsi ai sacerdoti. La lebbra, considerata una maledizione di Dio, relegava i lebbrosi in recinti. Infetti, infettavano; se ne temeva il contagio ed erano perciò tagliati fuori dal consorzio civile e sociale. Questo spiega il perché si fermano a distanza. Da lontano rivolgono a Gesù una supplica: propriamente non chiedono la guarigione. Gridano ad alta voce: Gesù, maestro, abbi pietà di noi! Gesù li vede. E lo sguardo di Gesù è uno sguardo di compassione. Hanno chiesto pietà e Gesù ha pietà. Hanno chiesto un suo intervento e Gesù interviene. Ma non guarisce all’istante; anzi, a distanza. Comanda loro di presentarsi ai sacerdoti, coloro che erano deputati a rilasciare l’attestato di avvenuta guarigione. «Andate e presentatevi ai sacerdoti!» Sulla parola di Gesù si mettono in cammino; mostrano quindi piena fiducia in Gesù. Sentono di essere stati ascoltati. Camminando, infatti, tutti si trovano guariti. E però uno solo, vedendosi sanato, torna indietro lodando Dio a gran voce e si getta in ginocchio davanti a Gesù per ringraziarlo. E questo è il cuore del racconto; qui dobbiamo cogliere il messaggio centrale. L’evangelista Luca evidenzia: era samaritano. Come dire: uno ritenuto pagano, malvisto dai giudei, un bastardo scomunicato.

A questo punto, con ben tre interrogativi, Gesù esprime tutto il suo rammarico; è un lamento per i nove che non hanno sentito il bisogno di tornare a dare gloria a Dio; un amaro rimprovero dinanzi a tanta ingratitudine e c’è un riconoscimento per quell’unico che è tornato e che Gesù qualifica «straniero», a sottolineare il suo lodevole contegno. L’episodio si chiude con il comando di Gesù: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato».

Varie possono essere le nostre considerazioni, appena accennate, a volo d’uccello. Dal dolore i dieci lebbrosi sono giunti all’incontro con Gesù. Possiamo ribellarci di fronte al dolore, ma soffriamo ugualmente; anzi, di più, con risentimento e acrimonia. Possiamo subirlo supinamente rassegnati e ne sentiamo tutto il peso che ci schiaccia. Possiamo pregare perché il Signore ci aiuti a portarlo, insieme a Lui; può sembrarci meno pesante. Attenzione a non dividere le persone in categorie: noi... loro. Molto spesso i «lontani» sono più «vicini» di quello che riteniamo. Sanno apprezzare di più i doni di Dio. Ed essere riconoscenti. Attenti a ritenere che ci sia tutto dovuto, in realtà ci è tutto donato. La gratitudine, la riconoscenza devono avere grande posto nella nostra preghiera. Esorto vivamente ad avere dimestichezza e familiarità con i salmi, le preghiere più belle del mondo; riflettono tutti i nostri stati d’animo: di lode, di speranza, di disperazione, di fiducia, di supplica, di ringraziamento. E ce ne sono di bellissimi, come canti di lode e di ringraziamento. Non c’è spazio per citarli.

La tua fede ti ha salvato. È sempre la fede e soltanto la fede che ci salva. La fede è previa al miracolo; lo ottiene; il miracolo è conseguenza della fede. Per il perdono, per la grazia, per la salvezza, per qualunque dono che imploriamo, la fede è conditio sine qua non. Il lebbroso guarito è ora salvato, perché ha avuto fede!

Fonte:https://www.toscanaoggi.it


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