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padre Gian Franco Scarpitta, "Preghiera non senza umiltà"

Preghiera non senza umiltà
padre Gian Franco Scarpitta 
XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (27/10/2019)

Si diceva la scorsa Domenica che la fede è alimentata dalla preghiera e la Domenica precedente che essa non può omettere la riconoscenza e il rendimento di grazie. Proprio questi argomenti ci inducono oggi a pensare che, fede, gratitudine e orazione non sono possibili senza che al di sopra di tutto e all'origine vi sia l'umiltà, che è la condizione essenziale per credere, perseverare in Dio e per amare. Essere umili è alla radice di ogni altra perfezione e costruisce tutte le altre virtù; al contrario, nessuna virtù è mai tale quando non sia accompagnata e non si radichi sull'umiltà. Marcel Aymè definiva questa prerogativa “l'anticamera delle perfezioni” e in effetti non vi è progresso spirituale che non scaturisca dall'umiltà e dalla buona disposizione.

Solo chi smentisce se stesso davanti a Dio può riconoscere la superiorità di Questi nella propria vita ed esaltare la sua onnipotenza. Solamente chi scongiura da se stesso vanagloria e autoesaltazione è capace di attribuire a Dio l'origine dei propri meriti ed esserne riconoscente; solo chi si guarda dall'esaltare se stesso o dall'autoaffermarsi può riconoscere il primato di Dio nella propria vita. Di conseguenza chi non parte da se stesso può credere davvero in Dio e disporsi adeguatamente nei suoi confronti e così pure chi non coltiva se stesso e non si gonfia può esercitare la vera carità, qualitativa e proficua. Solo l'umiltà può indurre alla fede e alla carità, perché solo in essa è possibile comprendere che in realtà nulla ci è dovuto, ma tutto in fin dei conti ci viene dato in dono e non è sufficiente la nostra solerzia e la nostra bravura per l'acquisto di qualsiasi cosa. Del resto, come diceva Montaigne, se anche ci trovassimo sul trono più alto del mondo, siamo sempre seduti sul nostro deretano.

Nell'insegnamento parabolico di cui al Vangelo di oggi, Gesù delinea questa indispensabile virtù come apportatrice di serenità interiore e di pacifica interazione con gli altri, utile cioè ad accrescere il nostro spirito e a renderci graditi agli occhi di chiunque incontriamo.

La parabola infatti si riferisce alla condanna di coloro che si ritengono giusti, fra questi i notissimi farisei, avendo la compiacenza di affermare se stessi sfacciatamente sugli altri, proprio come coloro che amano autoesaltarsi ed emergere al di sopra della massa: non solamente si gonfiano di orgoglio e di presunzione, ma vantano presunte giustificazioni per esecrare chi non è come loro. In altre parole i presuntuosi mentre esaltano se stessi disprezzano tutti gli altri e questo non può che essere riprovevole e detestabile. Come nel caso di questo fariseo di cui al brano evangelico di oggi che è talmente proteso ad enumerare i suoi meriti e le sue virtù davanti a Dio da considerare gli altri inferiori a lui e per niente meritevoli di attenzioni. Le persone che gli stanno attorno (peccatori, ladri e... questo pubblicano) sono per lui uno stimolo al paragone e all'autoesaltazione e non già un incentivo alla comprensione e alla carità nei confronti di chi sbaglia o non è “perfetto” come lui.

Certo, occorre precisare che il fariseo dei requisiti in positivo ce li ha: paga la decima di ogni cosa mentre secondo la legge grano, mosto e olio sono esentati da tale gabello; digiuna due volte a settimana mentre la legge prescrive il digiuno solamente nel giorno dell'Espiazione, una volta all'anno (Cipriani) e inoltre si astiene dal furto, dall'adulterio e dalle ingiustizie. Tutto questo però è per lui motivo di vanto e di orgoglio e lo legittima a giudicare e biasimare gli altri che, per essere differenti da lui, sono deprezzabili e meschini. Tipico di chi ostenta virtù soltanto apparenti o un'affettata religiosità interessata e di pura parvenza.

Il pubblicano che sta in orazione indegno di alzare lo sguardo verso l'alto al termine della sua preghiera esce dal tempio “giustificato” perché, pur avendo anch'egli delle qualità in positivo, non impiega il suo tempo ad enumerare le sue virtù, ma vuole solo che Dio gli conceda misericordia e perdono. Probabilmente non si è messo neppure ad esaminare quali siano le proprie mancanze, ma a prescindere anche da queste si ritiene peccatore. Si autocondanna già a prescindere dall'obiettività delle sue azioni. La sua umiltà lo renderà gradito a Dio e certamente lo trasformerà in modo da rendersi piacevole verso il prossimo perché la sua preghiera è apportatrice di serenità e di ravvedimento.

Oltretutto il nostro non è una Dio atto ad ascoltare elucubrazioni o sottili ragionamenti dei sapienti e dei raffinati dotti, ma si compiace piuttosto della preghiera del povero, prestando immediatamente ascolto a chi è oppresso e abbandonato e soprattutto è ben propenso all'orazione umile e dimessa dei peccatori (I lettura) e quando pregare coincide con l'essere umili è sempre gradito ai suoi occhi.

Pregare ha i suoi frutti proprio nell'esercizio dell'orazione stessa: “Se dalla preghiera si alza un uomo migliore, la preghiera esaudita” scrive un autore sconosciuto e l'umiltà è certamente la risorsa che eleva l'uomo per esaudire la preghiera.

L'esame di coscienza forse andrebbe svolto non solamente prima del sacramento della Riconciliazione, ma anche ogni qual volta ci approssimiamo all'orazione, perché siamo sempre convinti che, in ogni caso, la nostra orazione è quella di poveri peccatori che nulla hanno da vantare ma tutto da chiedere e che, per quanto noi siamo propensi a trascurarlo o a legittimarlo, il nostro peccato è una realtà amara che ci rende immeritori perfino di esternare la nostra fede. La preghiera non può che essere accompagnata dall'umiltà se vogliamo che apporti i suoi frutti, in primo luogo il progresso di noi stessi nella fede e nella carità.

Fonte:https://www.qumran2.net


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